sabato, 4 febbraio 2012

La Strage di piazza Loggia

La Strage di piazza Loggia

«Lì era il nostro posto Siamo vivi per miracolo»

Zoom
L’ex sindaco Cesare Trebeschi. Alle sue spalle il cugino Arnaldo| Il punto di piazza Loggia in cui il 28 maggio 1974 scoppiò la bomba

11/02/2009Sono vivi grazie alla pioggia. Sono morti a causa della pioggia. È stata la pioggia a fare la differenza la mattina del 28 maggio in piazza, quando nel cestino della spazzatura esplosero sette etti di esplosivo che si portarono via otto persone, cinque insegnanti, due pensionati e un armaiolo. Quella mattina la bomba doveva esplodere nel cestino a fianco del quale si schieravano sempre polizia e carabinieri. Le schegge dovevano straziare divise d'ordinanza, non impermeabili, gonne e maglioni. Gli uomini delle forze dell'ordine si spostarono solo perchè pioveva e fecero spazio ai manifestanti.
«QUELLO ERA il nostro posto - ha esordito Enzo Bannò, all'epoca funzionario della squadra politica della Questura sentito ieri dalla corte d'assise che sta giudicando per la strage di piazza della Loggia sei imputati, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Giovanni Maifredi, Pino Rauti e Francesco Delfino, all'epoca capitano del nucleo investigativo dei carabinieri di Brescia.
«Era lì che si collocavano sempre gli agenti in divisa e i carabinieri. Quello era il nostro posto» ha detto Bannò. La polizia a destra della fontana, guardando la Loggia, i carabinieri sull'altro lato, proprio dove quella mattina c'erano Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari e il marito Alberto Trebeschi, Giulietta Banzi Bazoli, Vittorio Zambarda, Bartolomeo Talenti, Euplo Natali e Luigi Pinto. Ma le forze dell'ordine si spostarono per far posto ai manifestanti. «Se fosse stata una giornata di sole - è stata la conclusione in aula di Bannò - i morti non sarebbero stati dei civili».
La posizione delle forze dell'ordine è considerata essenziale dall'accusa sostenuta in aula dai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni. Secondo l'impianto accusatorio, infatti, la bomba avrebbe dovuto colpire carabinieri e polizia, per attribuire l'attentato all'estrema sinistra e favorire una svolta militarizzata nel paese. Ma il caso, la pioggia, fece spostare militari e agenti.
La ricostruzione della mattinata del 28 maggio, gli interventi immediatamente successivi all'esplosione della bomba evocati ieri a processo dagli uomini che quella mattina dovevano garantire l'ordine pubblico, i funzionari della questura e i militari dell'Arma, hanno messo in evidenza le tante lacune di quella mattina, gli errori, i ritardi, la leggerezza. Un insieme di sbavature che anche a quasi trentacinque anni di distanza fanno urlare allo scandalo. E lasciano il dubbio che gli errori non siano stati un caso, ma che ricalcassero un disegno ben preciso. A cominciare dall'assoluta assenza di indagini da parte della questura che, con la squadra politica, aveva infiltrati, conoscenze, informatori e poteva raccogliere notizie e confidenze.
«La questura è stata esonerata dalle indagini» ha fatto sintesi Bruno Bray, della squadra politica. «E mi sto ancora chiedendo per quale motivo» è la conclusione del collega Bannò.
MA L'ERRORE più grosso fu quello di far lavare la piazza. L'ordine venne dal vicequestore Aniello Diamare, il funzionario che aveva responsabilità dell'ordine pubblico. «Diamare fece lavare la piazza - è il ricordo del funzionario Bannò - perchè era uno spettacolo obbrobrioso. Ricordo i vigili del fuoco con gli idranti che lavavano il selciato e anche i muri». Lavare la piazza fu un errore perchè vennero cancellate tracce e i reperti finirono nei tombini.
NESSUNO dei funzionari e dei carabinieri sentiti ieri ricorda la presenza di un magistrato in piazza subito dopo la strage. Inutile anche il tentativo del giorno dopo della procura di far pulire dai netturbini dell'Asm le bocche di lupo che costeggiano il marciapiede della piazza. Gli uomini della nettezza urbana non trovarono reperti, tanto che una nuova perizia verrà effettuata sulle schegge metalliche estratte dai cadaveri all'obitorio.
Indizi e spunti vennero presi poco in considerazione, come i due identikit forniti dal brigadiere Leopoldo Di Lorenzo, che all'epoca lavorava in Prefettura, ed è morto ormai da qualche tempo.
Di Lorenzo raccontò agli inquirenti che la mattina del 28 maggio alle 10 e 10 minuti, mentre percorreva corso Mameli si imbattè in due giovani, sui trentacinque anni che aveva un aspetto sospetto, confabulavano tra loro. Il brigadiere sentì uno dei due dire «Lo facciamo adesso». L'altro lo guardò, restò perplesso per qualche istante e poi rispose «Adesso». Pochi istanti dopo, lo scoppio.
LA BOMBA esplose alle 10 e 12 minuti. I due giovani potevano, in effetti, avere qualche legame con l'attentato, il brigadiere ne era convinto. Ma i due identikit non arrivarono nemmeno in questura: i funzionari sentiti ieri mattina non ricordano di essersi mai imbattuti nelle facce di due sospetti, non ricordano di essere stati incaricati di rintracciare due giovani.
Tante lacune e tanti errori che non hanno consentito di dare una svolta immediata e decisiva all'indagine.