Maurizio Tramonte in unimmagine di quattro anni fa, durante lincidente probatorio
04/03/2009Grandi assenti in questo processo, l'ennesimo, per la strage di piazza della Loggia sono stati finora i sei imputati, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Giovanni Maifredi e Francesco Delfino. Ma ieri Maurizio Tramonte ha invertito la tendenza: alle 9 è arrivato puntuale in aula e, con il permesso della corte, si è seduto nel primo banco tra i difensori, gli avvocati Mita Mascialino e Elena Bellogini.
DETENUTO per altro reato nel carcere di Cremona, ieri Tramonte, informatore dei servizi con il nome in codice di «Fonte Tritone», ha scelto di essere presente e l'impressione è che non si tratti di un'apparizione sporadica. Non è intervenuto, non ha chiesto la parola, ma ha ascoltato per l'intera mattina le testimonianze dei testi chiamati dai pm Roberto Di Martino e Francesco Piantoni per ricostruire l'ambiente ordinovista veneto degli anni Settanta. L'ambiente a cui Tramonte ha attribuito, per poi ritrattare, l'organizzazione della strage che il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia si portò via la vita di otto persone. Nessuno dei testi sentiti ieri conosceva Tramonte, nessuno l'aveva mai visto prima.
Nemmeno Patrizia Romani, la figlia del direttore d'albergo Giangastone. A Patrizia Romani è stato mostrato l'imputato, lei lo ha fissato con attenzione, ma ha precisato di non averlo mai visto prima. Nell'appartamento di Romani a Abano Terme, Tramonte, come sostenuto dall'accusa, colloca una serie di incontri in cui si sarebbe decisa l'organizzazione della strage bresciana. Tramonte ha raccontato che nell'abitazione (lui aspettava fuori perchè accompagnava Maurizio Zotto) c'era ospite anche una zia, con un braccio ingessato. Patrizia Romani ieri mattina in aula ha fatto risalire il trasferimento della sua famiglia da Venezia a Padova alla fine del 1973 e ha anche ricordato che in casa restò nei mesi successivi zia Sara per la riabilitazione, dopo essere stata investita da un autobus. «Non ricordo se aveva un braccio ingessato» ha ricordato la donna che ha pure raccontato di incontri di partito che si tenevano nell'abitazione del padre, ma senza ricordare con precisione chi vi partecipasse.
Non ha mai conosciuto Tramonte nemmeno Giorgio Barbaro, padovano, iscritto al Msi nel '48, e nel centro studi Ordine Nuovo dal '56 al '69, fino al rientro nel partito con la sgeretria di Giorgio Almirante. Barbaro ha conosciuto Romani, Carlo Digilio, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Martino Siciliano, Marcello Soffiati, ma in aula ha precisato di non aver mai avuto «conoscenza diretta di attività illecite di Ordine nuovo» anche se ha ammesso che «chi restò in Ordine nuovo dopo la riammissione al Movimento sociale, credo che volesse forzare la mano». Barbaro non ha precisato la sua affermazione. Per l'accusa la strage di Brescia è il risultato dell'aver forzato la mano.