Il presidente della corte dassise Enrico Fischetti
20/03/2009Trasportava armi, è possibile che abbia anche portato un ordigno da Mestre a Verona e poi da lì, sempre in treno, fino a Milano.
È la convinzione dei pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni sul ruolo di Marcello Soffiati nella ricostruzione della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 costata la vita di otto persone. Una convinzione avvalorata, per l'accusa, dalla testimonianza di ieri al processo in corte d'assise di Benito Rossi, 82enne, residente in provincia di Trento, ma per lungo tempo abitante nel Veronese, e iscritto nel '44 alle «Ss» italiane, con relativo giuramento di fedeltà a Hitler.
Con non poca difficoltà, data l'età e la memoria, Rossi ha rammentato il presunto legame di Marcello Soffiati con i servizi segreti americani e la sua attività di trasporto d'armi. «Sono stati gli stessi Soffiati, il padre Bruno e Marcello a dirmi che erano legati ai servizi segreti americani. Marcello Soffiati lo faceva quasi con spacconeria, se ne vantava apertamente. Io non gli credevo molto, però il padre era attendibile».
Per Benito Rossi è sempre stato Soffiati a rivelargli il ruolo di trasportatore di armi. «Me l'ha detto in più di un'occasione - ha detto Rossi - che andava a Venezia a prendere armi e che poi le portava dove era necessario». Per il teste Rossi Soffiati ritirava le armi e le faceva riparare a Venezia, da un veneziano.
Una volta, come ricordato sempre da Rossi e verbalizzato nelle varie dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni, è andato a consegnare armi anche in Spagna.
«Ci andò con un furgone Ford che gli avevo venduto io stesso: l'aveva trasformato in un camper e portò con sé anche moglie e figli». Non erano solo Marcello Soffiati e il padre a essere legati ai servizi segreti americani, ma un ruolo in questa «rete» l'avevano anche, sempre nel racconto di Benito Rossi, Giovanni Bandoli e Sergio Minetto, il primo in servizio alla caserma di Verona, il secondo riparatore di frigoriferi.
I QUATTRO non avevano lo stesso ruolo: «Una sera che aveva particolarmente bevuto Marcello Soffiati mi disse che Bandoli era ben inserito nella rete dei servizi informativi della Nato». Ma cosa facessero in concreto i Soffiati, Bandoli e Minetto in questa eventuale rete di spionaggio Rossi non è stato in grado di dirlo. Per l'accusa il legame con i servizi segreti americani è molto importante, perchè il gruppo clandestino di Ordine nuovo riusciva a sopravvivere grazie ai finanziamenti in dollari. La testimonianza di Benito Rossi confermerebbe quanto già rivelato nella precedente udienza da Marco Affatigato, referente di Ordine Nuovo nell'area di Lucca. Affatigato ha affermato di essere entrato in contatto con la Cia, a fine anni Settanta, grazie all'intervento di Soffiati.
L'udienza di ieri, davanti ai giudici della corte d'assise chiamati a giudicare Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi e Pino Rauti, si è concentrata nuovamente sul ruolo di Marcello Soffiati nell'organizzazione della strage di Brescia. L'accusa, basandosi sulle dichiarazioni di Carlo Digilio, informatore della Cia con il nome in codice di «Zio Otto» ritiene che Soffiati abbia ritirato la bomba a Mestre e poi l'abbia portata in treno a Verona, nella sua abitazione in via Stella. Digilio, come risulta dalle sue dichiarazioni, era ospite a Verona dei Soffiati e consigliò a Marcello di gettare la bomba nell'Adige, ma Soffiati replicò che Carlo Maria Maggi gli aveva dato l'incarico di portarla fino a Milano. Nell'occasione, sono sempre le dichiarazioni di Digilio, «zio Otto» sistemò il perno della sveglia che era stata usata per confezionare l'ordigno, per evitare che scoppiasse accidentalmente durante il trasporto. Soffiati, secondo Digilio, ha portato a termine la consegna, affidando la bomba a chi gli era stato indicato da Maggi. La testimonianza di ieri di Benito Rossi aggiungerebbe, sempre secondo i pubblici ministeri, un ulteriore tassello alla ricostruzione. Soffiati, è la convinzione dell'accusa, può aver portato la bomba, così come si prestava a trasportare e consegnare armi fino in Spagna, adattando un furgone a camper e coinvolgendo anche moglie e figli per non creare sospetti.