La corte dassise di Brescia che sta processando sei imputati per la strage di piazza della Loggia FOTOLIVE
25/03/2009 | Chi era veramente Giovanni Melioli, l'ordinovista di Rovigo che la mattina del 28 maggio 1974, secondo i pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, infilò nel cestino sotto i portici di piazza della Loggia i sette etti di esplosivo che uccisero otto persone e ne ferirono altre cento? Chi era Melioli, a chi era legato, chi frequentava, chi erano i suoi idoli, a chi si ispirava?
IERI, nel corso della ventiquattresima udienza del processo a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Giovanni Maifredi e Francesco Delfino, l'accusa ha cominciato a tracciare il profilo di Melioli, scomparso nel gennaio del 1991. Per ricostruire il personaggio l'accusa ha cominciato a chiamare gli amici, i conoscenti, chi lo ha frequentato tra gli anni Sessanta e Settanta, chi ne ha condiviso le scelte politiche. A fare il nome di Melioli è stato Maurizio Tramonte nelle sue dichiarazioni, poi ritrattate nel maggio del 2002. Nella ricostruzione dell'organizzazione della strage, Tramonte affida a Melioli un ruolo non di secondo piano: sarebbe stato lui, secondo l'ex confidente, coimputato nel processo, a piazzare la bomba. A decidere che doveva essere Melioli a sistemare l'ordigno nella piazza di Brescia fu, sempre secondo la ricostruzione di Tramonte, Carlo Maria Maggi, il referente di Ordine Nuovo per il Veneto. Tramonte, per l'accusa non parlerebbe a vanvera, perchè la scelta di Maggi fu proprio tra lui e Melioli: ma il medico veneto scelse l'ordinovista di Rovigo.
Le prime domande dei pubblici ministeri sono state per Andrea Brancalion, cresciuto nello stesso palazzo di Melioli. Ora Brancalion fa il veterinario, si è laureato a Bologna e Melioli l'ha perso di vista subito dopo il liceo, all'inizio degli anni Settanta quando insieme crearono, come ha ricordato in aula, il «movimento culturale Ordine nuovo, che nulla aveva a che fare con il movimento politico». Brancalion, Melioli e altri giovani legati al movimento giovanile del Msi vennero espulsi («ma non chiedetemi il motivo, non lo ricordo») e diedero vita al circolo («soprattutto per interessi culturali»). Brancalion ha ricordato il compagno di gioventù: «L'interesse principale che avevamo in comune era soprattuto la musica, tanto che abbiamo collaborato alla nascita delle prime radio libere».
Ma non era solo la musica a unire i due ragazzi, anche la passione politica era un forte collante. «Ma lui era più un operativo, andava anche fuori Rovigo e non diceva nulla di quello che faceva. Era piuttosto misterioso».
UN RUOLO FONDAMENTALE nella passione politica di Melioli e nelle sue scelte l'avrebbe avuto, secondo l'amico di infanzia, Franco Freda, l'editore di Padova esponente di spicco dell'eversione di destra, coinvolto e assolto per la strage di piazza Fontana e condannato a 15 anni per associazione sovversiva. «Melioli venne arrestato per aver sparato alcuni colpi di arma da fuoco contro un esponente della sinistra di Rovigo - ha ricordato Brancalion, sollecitato da accusa, parti civili e difese che gli hanno ricordato quanto dichiarato nei verbali precedenti davanti ai Ros di Padova -. In carcere ebbe l'occasione di conoscere Franco Freda e per lui fu una sorta di folgorazione. Me ne parlò quando uscì di prigione, era rimasto affascinato. Era molto preso dalle idee di Freda, ne parlava come se si trattasse di un personaggio incredibile, che aveva una cognizione del mondo stupefacente, che lui condivideva pienamente. Ricordo che mi disse: "Quando sei davanti a quell'uomo e ti guarda negli occhi ti senti preso dalla sua personalità"». Tra le teorie di Melioli anche quella di una sinergia tra estrema destra e estrema sinistra per combattere il nemico comune, lo Stato.
Ma Brancalion non ha mai visto l'amico Melioli armato: «A parte qualche coltello non gli ho mai visto armi, nè esplosivo. Nè ha mai fatto riferimento alla strage di Brescia». Brancalion si è anche mostrato dubbioso sulla morte di Melioli, trovato nel gennaio del '91 nella sua abitazione, stroncato probabilmente da una overdose (in casa venne trovato un discreto quantitativo di cocaina): «Questa cosa mi è parsa molto strana, perchè Gianni non fumava nemmeno, non ricordo che avesse alcun vizio».
PER LA PROCURA il ruolo di Melioli non è secondario tanto più che era legato a tutti gli elementi di spicco, come Massimiliano Fachini, pure lui chiamato in causa da Tramonte. E Fachini, come ricordato ieri da un altro teste, l'avvocato Gian Galeazzo Brancalion, era legato a Freda e insieme frequentavano persone dei servizi segreti. «Credo che i servizi - ha ricordato Brancalion - fornissero appoggio e protezione».