mercoledì, 8 febbraio 2012

La Strage di piazza Loggia

La Strage di piazza Loggia

Negli anni Settanta esplosivo a fiumi

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Prosegue il processo davanti ai giudici della corte d’assise di Brescia FOTOLIVE

20/02/2009Negli anni Settanta e Ottanta pare non fosse difficile procurarsi esplosivo: era il chiodo fisso per alcuni estremisti, armarsi e dotarsi di esplosivo. Essere pronti per qualsiasi evenienza, essere armati e pericolosi. È emerso più volte nel corso del processo a Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi accusati della strage di piazza della Loggia costata la vita a otto persone. C'era talmente tanto esplosivo in circolazione che non è stato difficile trovare i sette etti di materiale da infilare nel cestino sotto i portici di piazza Loggia. Talmente tanto esplosivo che, secondo la ricostruzione dell'accusa, per fare il «botto» a Brescia erano state confezionate più bombe. E non tutte tornarono alla base.
Nell'udienza di ieri davanti ai giudici della corte d'assise l'accusa è tornata a puntare sulla disponibilità di esplosivo per alcuni veneti legati all'eversione nera. Per l'accusa, la strage è stata organizzata in una serie di incontri tra Abano e Mestre, dove alcuni ordinovisti - Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi principalmente - avrebbero deciso di mettere la bomba a Brescia durante la manifestazione organizzata dal Comitato antifascista proprio contro la violenza e gli attentati.
NEL MIRINO DELL'ACCUSA ieri c'era Davide Riello, di Anguillara in provincia di Padova, attivista di destra legato a Msi e Ordine nuovo, morto nell'86 in un misterioso incidente automobilistico. Per l'accusa il ruolo di Riello è importante. Di Riello ha parlato ai pubblici ministeri Tramonte, informatore del Sid noto con il nome in codice di Fonte Tritone. Tramonte dice di aver accompagnato Davide Riello a Lugana di Sirmione prima e dopo la strage di piazza Loggia, perchè doveva incontrare l'allora capitano dei carabinieri Francesco Delfino. Tramonte non ha preso parte agli incontri, ha solo atteso in auto, ma la seconda volta, qualche giorno dopo la strage, quando Riello tornò alla vettura gli disse che il capitano Delfino gli aveva chiesto che fine avesse fatto il secondo ordigno.
Un ruolo non di secondo piano per l'attivista padovano dell'estrema destra, importante anche per i legami con Giangastone Romani, pure lui attivista di destra, direttore all'epoca dell'hotel Savoia ad Abano Terme, sempre in provincia di Padova. Nell'hotel Davide Riello lavorò come portiere.
Uno degli incontri incriminati per organizzare l'attentato a Brescia, secondo le dichiarazioni rilasciate e poi ritrattate da Maurizio Tramonte, si sarebbe tenuto proprio da Romani.
A RACCONTARE la figura di Davide Riello sono comparsi in aula ieri mattina la sorella Rosanna e il fratello Gianfranco. Proprio le dichiarazioni della sorella nel '98 e nel 2004 ai Ros dei carabinieri avrebbero consentito ai pm bresciani di trovare alcuni riscontri alle ammissioni di Tramonte. Le dichiarazioni di Rosanna Riello portano a pensare che il fratello Davide potesse avere in casa dell'esplosivo. Il periodo a cui fa riferimento la donna è successivo alla strage di piazza della Loggia, ma per l'accusa il fatto è significativo perchè permette di affermare che Giangastone Romani (pure lui già deceduto) avesse a disposizione esplosivo. Ieri in aula Rosanna Riello, sollecitata dalle domande dei due pm, ha confermato quanto già dichiarato negli interrogatori precedenti.
La donna ha rievocato i primi anni Ottanta. «Non vivevo più nella casa dei miei genitori, era rimasto solo mio fratello Davide - ha raccontato la teste -, che si era preso la mia vecchia stanza e l'aveva trasformata in una sorta di segreteria della sezione Msi del paese. Aveva bandiere, manifesti, fogli, macchina da scrivere. La stanza veniva sempre tenuta chiusa a chiave, una cosa che mi metteva parecchio disagio».
La sorella di Davide Riello non aveva sospetti, ma il suo carattere la portava a non approvare il comportamento del fratello, tanto più che anche la madre appariva preoccupata per le reazioni del figlio, come se dovesse affrontare qualche problema grave.
«Un giorno ho trovato la stanza aperta - ha proseguito Rosanna Riello -. Avevo alcune cose nell'armadio che volevo recuperare e sono entrata. Nella stanza c'erano una decina di scatoloni, grandi come la confezione di un panettone con all'interno alcuni sacchetti di cellophane trasparenti». Per curiosità la donna ha preso in mano uno dei sacchetti e il contenuto l'ha incuriosita: si trattava di una cosa mai vista prima.
«Nel sacchetto c'era una sostanza gelatinosa, che si muoveva al tatto, come se si trattasse di una sacca di sangue - ha proseguito nei ricordi Rosanna Riello -. La gelatina aveva un colore verdino, giallastro, fosforescente».
«Non mi sono insospettita nè preoccupata - ha detto la donna - perchè non sapevo di cosa potesse trattarsi. Solo quando più tardi mi hanno sentito i carabinieri, facendomi scoprire chi era mio fratello, i suoi legami e i suoi contatti, ho pensato che potesse trattarsi di qualcosa di pericoloso».
Che fine hanno fatto le scatole? le è stato chiesto «Dopo il funerale di Davide tutta la sua roba è stata presa da Romani». Per l'accusa la sostanza gelatinosa era plastico.
Sempre la sorella di Riello ha focalizzato l'attenzione dell'accusa su Delfino: era stata invitata (non ha ricordato l'anno, ma poteva essere il '76) sul Garda, a Bardolino, a un incontro con esponenti della destra: «Presentai una relazione su alcuni aspetti sociali. Ricevetti i complimenti da una persona che non mi venne presentata. Per me si trattava di Delfino».