mercoledì, 8 febbraio 2012

La Strage di piazza Loggia

La Strage di piazza Loggia

«Che strano guardarlo in faccia»

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Arnaldo Trebeschi

04/03/2009E adesso entrano in scena gli imputati. Ma non si può parlare di un vero e proprio faccia a faccia con i familiari delle vittime e i feriti di piazza Loggia perché in realtà gli sguardi non si incontrano. Non è ancora arrivato il momento di sentire la voce dei sei accusati della strage del 28 maggio. Maurizio Tramonte siede nel primo banco dell'aula di assise, stretto tra due avvocati della difesa e sorvegliato a vista da quattro agenti della polizia penitenziaria.
SI GIRA di rado verso i due procuratori, Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, ma non si volta. Non guarda indietro e non guarda nemmeno le parti civili. Non è dato sapere per ora cosa dirà quando toccherà a lui prendere parola. Forse confermerà certe dichiarazioni rese in passato, forse ritratterà ancora una volta. Di certo, la sua presenza in tribunale fa un certo effetto. Si fatica a parlare di sensazioni con Arnaldo Trebeschi perché, come tiene sempre a sottolineare lui stesso, «a me non piacciono le fantasie, qua ci vogliono prove certe». Il riferimento è ovviamente rivolto a Tramonte, ma non solo. Trebeschi, che nella strage del 28 maggio di trentacinque anni fa, perse il fratello Alberto e la cognata Clementina, parla in generale di tutta la vicenda giudiziaria e dei vari processi che si sono snodati e conclusi nel tempo.
«È giusto partire da un'ipotesi - dice -. Altrimenti sarebbe come cercare cicoria in un prato senza nemmeno sapere come è fatta. Però l'ipotesi è solo un punto di partenza perché poi servono prove e controprove per arrivare a una tesi che sia abbastanza forte da reggere ai colpi degli avvocati difensori».
Una ricostruzione e soprattutto una dimostrazione di responsabilità che sembrano ormai svanire nel tempo. Personaggi dai contorni così incerti da sembrare figure di nebbia che si stanno dissolvendo col passare degli anni. E poi i legami e i conflitti, gli incontri e le armi, i servizi segreti e gli uomini della politica, le dichiarazioni e le smentite. Ma anche i depistatori. Secondo Trebeschi sarà decisivo sentire Francesco Delfino, «un personaggio ambiguo».
Ma in tutto questo panorama il fratello di Alberto non vuole puntare il dito contro nessuno e non accetta nessuna verità storica senza prove certe. Lui geologo, uomo di scienza, non ammette che una ipotesi possa diventare teorema, verità storica o condanna certa se non ci sono elementi tali da sostenerla pienamente. Per Trebeschi in aula c'è solo un imputato, non il colpevole, almeno fino a prova contraria. «Una deformazione professionale», dice lui anche se rimanere così lucidi davanti all'orrore non è cosa facile. C'è però attesa per quello che Tramonte potrà dire in giudizio. Secondo Manlio Milani presidente dell'associazione dei caduti di piazza Loggia e marito della vittima Livia Bottardi, è discutibile quanto emerso finora dai racconti dei testimoni.
«Mi sembra che la linea tracciata sia abbastanza chiara - sottolinea -. Chi era coinvolto nelle organizzazioni di estrema destra cerca di minimizzare i fatti dell'epoca. Non emerge nemmeno la linea operativa di Ordine Nuovo, come se nessuno sapesse niente. Non credo che la difficoltà a ricordare sia solo un problema di memoria - aggiunge -. Noto una certa reticenza››.
Sulla presenza di Tramonte in aula ieri si è interrogato Milani che anni fa aveva incontrato l'imputato solo di sfuggita nei bar di Brescia. «Il giudice ha chiesto la presenza dei sei imputati a rotazione - aggiunge Milani -. È particolare la coincidenza che Tramonte sia venuto proprio quando era in programma la testimonianza di Dario Persic. Forse voleva controllare cosa dicesse».


Paola Castriota