Alfredo Bazoli
24/11/2009Domani davanti al Tribunale di Brescia si ritroveranno i parenti delle vittime della strage di piazza Loggia. Ancora insieme, nel dolore di una perdita che nessuna sentenza di condanna potrà mai lenire. Ancora insieme nella speranza che anche a livello processuale sia consolidata la verità. Perché i familiari di chi in quel maledetto 28 maggio del 1974 ha perso la vita sotto il portico della piazza una ricostruzione dei fatti storici l'hanno maturata, dopo aver assistito a tutti gradi dei precedenti giudizi.
«LA STRAGE è una ferita personale che non potrà mai guarire - rivela Alfredo, figlio di Giulietta Banzi Bazoli -. Ma è una sciocchezza dire che la verità processuale serve solo a noi familiari. La verità processuale serve a tutto il Paese. Un'eventuale sentenza di condanna non potrà mai essere un risarcimento per quello che ci è stato tolto». Per Alfredo, come per le altre persone colpite dalla strage, la questione riguarda più che altro la conferma della matrice politica e ideologica del terribile fatto di sangue che trentaquattro anni fa lacerò in modo irreparabile la vita della comunità intera. «Voglio che in tribunale sia scolpito a chiare lettere questo aspetto - rivela -. La verità storica c'è e secondo me la ‘pista milanese' emersa nel secondo processo è la più vicina alla ricostruzione degli eventi». Ma la cosa che fa più male ad Alfredo è proprio sentirsi dire da qualcuno che una verità non c'è ancora, solo perché non è stata accertata in modo univoco in sede processuale.
Sentimenti contraddittori nel cuore di Lucia Calzari, sorella di Clementina: «Da un lato provo una profonda gratitudine nei confronti della magistratura, dall'altro invece auspico la conferma di una verità storica già nota», dice. Per Lucia è chiara ormai da tempo la responsabilità di Ordine Nuovo e della destra estrema: «Purtroppo gli anni passati sono tanti e contano in termini processuali», dice. Ma ciò che rende ancora meno sopportabile la profonda lacerazione dell'anima è il silenzio delle istituzioni: «Un silenzio pesante - dice con un filo di voce -. Il velo si scopre solo durante le ricorrenze. Noi familiari dobbiamo ringraziare le associazioni che invece fanno una grande opera di memoria».
DOMANI in tribunale ci sarà Manlio Milani, marito di Livia Bottardi da anni è in prima linea per portare avanti una battaglia in nome della dignità delle vittime della strage. Per Milani è tuttora accesa la speranza di definire le responsabilità individuali a carico di mandanti, esecutori e collaboratori di giustizia spesso colti nel beffardo gioco del depistaggio. Di certo, se di serenità si può parlare dopo aver perso una persona cara in un modo tanto atroce, non lo si può fare in un tribunale. «Gli imputati sono anziani, non credo in una eventuale condanna - rivela Lorenzo Pinto, fratello di Luigi -. Dopo tanti anni sono molto amareggiato e lo sono ancora di più se penso che questo processo ha natura indiziaria. Le prove non esistono e quelle importanti sono state lavate subito dopo lo scoppio della bomba. Io sarò presente anche per riconoscenza a Brescia, alla Casa della Memoria e ai cittadini che mi hanno sempre accolto con grande affetto».
LA SPERANZA che sia fatta luce sulle responsabilità politiche è l'auspicio di Ugo Talenti, figlio di Bartolomeo: «Avere risposte anche solo parziali. E' l'ultima cosa che mi rimane». Profondo sconforto invece nelle parole di Dino Zambarda, figlio di Vittorio, che si aspetta poco dal nuovo iter giudiziario: «Ormai è diventata una curiosità», dice. Anche per Rolando, figlio di Euplo Natali, sarà molto difficile che in sede processuale si arrivi a una nuova verità. Forse nemmeno attraverso eventuali confessioni da parte degli imputati. «Solo i brigatisti rossi hanno confessato i loro crimini - dice -, non i ‘brigatisti neri' perché questi potevano e possono contare su appoggi politici importanti».
Mancherà solo Giorgio Trebeschi, che il 28 maggio del 1974 perse entrambi i genitori, Alberto Trebeschi e Clementina Calzari. Ora è in Brasile per una vacanza e di quello che forse emergerà nel processo non vuole proprio parlare.