Manlio Milani, presidente Associazione parenti vittime della strage
26/11/2009Tanti i pensieri che ieri si sono mischiati alle emozioni nell'aula della corte d'assise di Brescia per l'avvio del nuovo processo sulla strage di piazza Loggia. Le parti civili si sono confidate a cuore aperto, sottovoce però, non solo perchè i ricordi riaprono ferite troppo profonde da sanare, ma anche perchè dopo così tanti anni alcuni si sentono stanchi. I parenti delle vittime e molti di coloro che in quel maledetto 28 maggio di trentaquattro anni fa sono rimasti feriti irreparabilmente erano presenti ieri in aula. «Non sembra ma tutti questi processi, senza sapere nulla di preciso, logorano nel tempo - ha spiegato Ugo Talenti, figlio di Bartolomeo -. Se consideriamo poi la gravità dell'episodio, possiamo dire che lo Stato non abbia fatto nulla. Invece proprio lo Stato avrebbe dovuto aprire certi armadi e tirare fuori le verità nascoste. Io mi auguro solo che la magistratura possa lavorare bene e che sia fatto tutto il possibile - ha continuato». Speranze intrecciate a disillusioni e amarezze. Sentimenti e parole che rendono ancora meno sopportabile il gran freddo calato da qualche giorno in città. «Ormai si può definire una strage dai capelli bianchi se consideriamo l'età degli imputati - ha dichiarato Lorenzo Pinto, fratello di Luigi -. Io non sono un giustizialista e sono contrario all'ergastolo, ma penso che anche se arriverà una condanna, sarà molto difficile da applicare».
PER LORENZO i percorsi della verità processuale e di quella storica, corrono su binari paralleli. «Io vorrei che in questo nuovo processo venisse fatta luce su alcune parti da chiarire - ha aggiunto - e che venissero definite le responsabilità individuali. Questo è un Paese malato in cui la verità viene tirata come una coperta da una parte e dall'altra». E se qualcuno avanza l'ipotesi di una riconciliazione finale, la risposta è chiara e secca. «Ad oggi noi non conosciamo i veri mandanti e gli esecutori - ha precisato Lorenzo -. Con chi dovremmo riconciliarci?». Di certo, lui, come le altri parti civili del processo, si aspettava una maggiore partecipazione cittadina che invece ieri non c'è stata. «Sono un po' deluso - ha aggiunto -. Mi aspettavo qualcosa di più». Tra coperture, depistaggi, poteri occulti e servizi segreti deviati, la sete di verità si fa sentire ancora. «Non mi interessa chi ha messo la bomba in piazza - ha precisato Pietro Bontempi, segretario della Cgil nel 1974 -. Quello che conta è capire chi ha tirato i fili. Di sicuro, Francesco Delfino non può essere estromesso dal giudizio». Ma in tutto il fango in cui sembra essersi impantanato negli ultimi trent'anni il terribile fatto di sangue, emergono ipotesi e testimoni chiave. «Vinciguerra è un elemento fondamentale per la lucidità e la sincerità nell'esposizione dei fatti - ha dichiarato Arnaldo Trebeschi, fratello di Alberto -. Io nutro grandi speranze in questo processo. La storia è scienza, non un gioco di parole". L'ultima riflessione spetta inevitabilmente a uno degli uomini che in questi trentaquattro anni ha portato avanti con fiducia e determinazione la sua personale "missione" di memoria, per tramandare all'interno della comunità il capitolo nero. «Da un punto di vista risarcitorio è difficile ottenere giustizia dopo tutti questi anni - ha raccontato Manlio Milani, marito di Livia Bottardi e presidente dell'associazione dei caduti di piazza Loggia -. Provo sentimenti contrastanti, ma tutti noi vogliamo un quadro completo. Le responsabilità individuali sono qualcosa in più. Conta capire la situazione complessiva».