Arnaldo Trebeschi piange sul corpo del fratello: è il 28 maggio 1974
23/01/2009La Storia siamo noi, il nostro vicino, l'amico di un tempo.
La Storia di cui siamo stati testimoni si insedia nell'immaginario che ci abita attraverso le immagini. Ripetute, martellanti, ossessive. Fino a diventare icone. Le icone della strage di Brescia scolpite nella nostra retina e nel nostro cuore sono in bianco e nero. Sono due. Manlio Milani che chiede soccorso mentre sorregge il capo della moglie Livia, che gli sta morendo fra le braccia. Arnaldo Trebeschi che piange sul corpo del fratello Alberto, straziato dalla bomba e coperto da uno striscione.
Ieri quelle due icone si sono materializzate nell'aula di Corte d'assise col loro carico di strazio, dolore, dignità. E hanno ricordato a tutti che «strage di piazza Loggia» non è modo di dire, refrain giornalistico, pagina d'archivio, ostinazione giudiziaria. «Strage» è sangue e urla, legami spezzati e traumi insanabili, ferita aperta e amori inceneriti, istantanea lancinante, dolore che non finisce, schiocco che non smette di rimbombare.
Davanti ai giurati ammutoliti, a una platea di avvocati e di giornalisti ridotti al silenzio e alla commozione, Milani e Trebeschi hanno fatto sentire la loro voce. Lenta, magnetica, sommessa quella di Milani. Ferma, spezzettata, definitiva quella di Trebeschi. La stagione della tv del dolore, dei reality lacrime e cerone, non è la loro. Non li avete mai visti e non li troverete mai in salotti televisivi. C'è troppa dignità nel loro modo di custodire il dolore, troppa compostezza nel loro modo di vivere un'assenza.
Lutto pubblico e strazio privato hanno segnato, in maniera simmetrica e parallela, le loro vite. Milani ripete il racconto ripetuto in cento incontri, davanti a mille scolaresche: ma le sue parole, pronunciate in un'aula di giustizia, suonano definitive, hanno una solennità diversa, sono già arringa e sentenza. Milani ricorda gli entusiasmi di quegli anni, la presenza alle manifestazioni come un dovere civico, le cene con gli amici e i progetti di una vita. Fino a quell'istante in cui lui e Livia, separati dalla sorte per pochi metri, si scambiano l'ultimo sguardo. Poi lui vede quel gruppo di amici «aprirsi come un fiore» e la storia ha una svolta. A cascata arriveranno i sensi di colpa, «perchè Livia sì e io no», il dialogo muto con quel corpo straziato, il bisogno di tornare in piazza, la testimonianza assunta come dovere verso quegli amici.
Trebeschi da quel mattino è entrato in una dimensione diversa. Non meno integerrima, ma meno esposta. Forse perchè in piazza lui ha perso il fratello e la cognata Clem, che hanno lasciato Giorgio: un bambino di 18 mesi da crescere. «Avevo tre figli: quella mattina la mia famiglia è cresciuta di due persone. Ci sono entrati Giorgio e la ragazza che lo accudiva». Attorno a loro s'è stretto l'affetto, la tenerezza e lo scudo protettivo della grande famiglia. Più forte delle tempeste della Storia.
Le testimonianze di Milani e Trebeschi non imprimeranno forse una svolta al processo. Ma restano confitte nella storia di questa città per la lezione antica di dignità che impartiscono. Le loro voci per un lungo attimo hanno fatto rivivere anche le passioni, i furori, le speranze di un tempo passato, l'inizio dei '70. Formidabili quegli anni. Fino al 28 maggio. Fino a quella bomba che non smette di ferire e di ricordarci che certi lutti non passano. Perchè la storia siamo noi.