Il sostituto Piantoni e, a destra, il procuratore Di Martino FOTOLIVE
06/02/2009Quattro udienze per sentire 61 persone offese. Quattro udienze della durata media di quattro ore che hanno un po' indispettito il presidente della corte, Enrico Fischetti. «Potevamo ascoltare tutti in due udienze», ha concluso il giudice al termine della mattinata. Se i primi racconti resi dalle persone colpite direttamente o indirettamente dalla strage hanno portato in aula un carico di emotività, il pathos è andato via via calando nel corso delle udienze successive. Perché spesso la ripetitività di un racconto si traduce in una sorta di gesto meccanico che toglie calore alla ricostruzione storica dei fatti.
Ma quello che più conta per i due pubblici ministeri, Roberto Di Martino e Francesco Piantoni, è isolare e annotare particolari rilevanti per tracciare un quadro preciso e sistemare le tracce che portano alla verità. Le parole dei testimoni feriti nello scoppio diventano così pezzi di puzzle da collocare nella giusta posizione. Possono dunque assumere una certa importanza i dettagli sull'esplosione dell'ordigno. I due pm insistono sul tipo di rumore che ha accompagnato lo scoppio, o sul colore del fumo che poco dopo ha invaso i portici sotto l'orologio. Azzurro, grigio chiaro, giallo, denso, rarefatto. Sono solo alcuni degli aggettivi usati dai testimoni oculari. Così come rilevante è il ricordo dell'odore percepito. Anche il tipo di ferita riportata da chi si trovava nelle vicinanze può aiutare a identificare la composizione chimica dell'esplosivo utilizzato. Così anche l'onda di calore che si è sprigionata e la presenza di una fiammata.
SI INSISTE MOLTO sulla posizione del ferito per capire la traiettoria delle schegge che in molti casi hanno colpito mortalmente e in altri hanno causato lesioni gravissime. Francesca Liberati ha subito una doppia paralisi: facciale e al braccio a causa di un grumo di sangue che si è formato in testa a seguito dello scoppio.
Nemmeno ieri c'è stata una testimonianza decisiva per dipanare i dubbi sulla presenza di poliziotti e carabinieri, e sulla identità del ragazzo fotografato accanto al corpo esanime di Alberto Trebeschi. Secondo i due magistrati, è importante capire la posizione delle forze dell'ordine in quel 28 maggio del 1974 al fine di dimostrare che, per una casualità meteorologica (quel giorno pioveva), gli uomini in divisa vennero fatti spostare nel cortile del Broletto per lasciare spazio sotto il portico e consentire ai manifestanti senza ombrello di ripararsi.
QUELLO CHE L'ACCUSA vorrebbe dimostrare è l'obiettivo della bomba. Non i manifestanti, ma le forze dell'ordine in modo da far ricadere la colpa sui movimenti di sinistra e provocare come reazione la militarizzazione dello Stato. Nessuno ha riconosciuto ieri il ragazzo della fotografia. Che sia un giovane Maurizio Tramonte (uno dei sei imputati), come ipotizzato dalla procura di Brescia, non è dato saperlo per ora. Bisognerà attendere la perizia antropomorfica.