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Decima giornata

29.09.2014

Una maratona da New Yok alla foresta

Maurizio Felicina e Francesco De Ponti
Maurizio Felicina e Francesco De Ponti

L'ultima giornata delle dieci che hanno diffuso musica in ogni angolo della città si conclude con una «maratona delle meraviglie» senza podisti ma con continue staffette su e giù dalla pedana di piazza Paolo VI. Daniele Alberti e l'organizzazione dell'Associazione Soldano si accomiatano dal pubblico bresciano offrendo due ore quasi non stop di mélange musicale e contaminazioni che spaziano dai ritmi sincopati del ragtime dei primi Novecento al suono metallico e tubolare del modernissimo hang drum. Rispettando rigorosamente il leit motiv americano per poi estenderlo alle terre che con i loro emigranti hanno influenzato nella patria a stelle e strisce lo sviluppo della musica colta, del jazz, del blues e del soul: Europa, Africa nera e Sud America.
L'immersione finale nell'immaginario musicale d'oltreoceano si è aperta con le improvvisazioni di Alessandro Costantini al pianoforte e di Igor Masia al clarinetto. Il duo ha poi fatto rivivere per intero la frenesia metropolitana della New York anni Venti proponendo per intero la «Rapsodia in blu» di George Gershwin, fotografia dello skyline notturno, delle vetture all'uscita dai teatri, della brulicante vivacità nella Grande Mela.
Masia e Costantini concludono con un tributo al ragtime dell'afroamericano Scott Joplin, trasportando con le note di «The Easy Winners» (1901) gli ascoltatori nell'aria densa di fumo e sudore delle sale da ballo di New Orleans, tra assi di legno scricchiolanti e i rumorosi passi del cakewalk.
La seconda parte del viaggio porta sul palco i percussionisti Maurizio Felicina e Francesco De Ponti, le improvvisazioni pianistiche di Costantini e Cyrille Lehn e gli «ottovolanti» sonori di Paolo Borghi e Lorenzo Nessi. L'idea ambiziosa è di contribuire a dipingere il patchwork musicale americano utilizzando strumenti non convenzionali, partendo dall'impronta europea di Strauss, Schönberg e Mahler, attraversando l'estro del jazz per approdare alle più calde latitudini latinoamericane. A scaldare un pubblico di per sé già sedotto dalle peregrinazioni intercontinentali ci ha pensato in conclusione la voce dolce e possente della camerunense Denise Den Den, venticinquenne dallo spiccato timbro soul. Accompagnata dalle vibrazioni di marimba e hang drum, la cantante ha fatto dimenticare le intricate arterie newyorkesi trasportando la platea nei vasti spazi della foresta, tra vapori tropicali e fiumi maestosi che sfociano in mare. DA.VI.

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