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A lezione di
Champagne, aspettando
la Franciacorta

16.12.2016

A lezione di
Champagne, aspettando
la Franciacorta

Annalisa Cavaleri con Jean-Pierre Vazard e Domenico Avolio
Annalisa Cavaleri con Jean-Pierre Vazard e Domenico Avolio

Prendi tre giovani giornalisti e portali in giro per quattro giorni alla scoperta dei segreti di uno dei vini più amati e famosi del mondo: lo Champagne. L'idea è di Domenico Avolio, dinamico Direttore del Bureau du Champagne, ufficio italiano del Comité Champagne, l'ente semipubblico con sede a Epernay in Francia che protegge e rappresenta gli interessa di tutti i produttori di questo vino. Un viaggio bellissimo direttamente nelle terre e tra le vigne dove tutto nasce. L’idea, innovativa e geniale nella sua semplicità, parte dal presupposto che toccare con mano e vivere di persona un’esperienza vale più di mille parole e comunicati stampa. Il progetto, che non a caso prende il nome di «Vivaio dello Champagne», «come tutte le azioni del Comité e dei suoi uffici, è ispirato alla più rigorosa neutralità rispetto ai produttori e ha come filo conduttore il tema della denominazione nel suo insieme, la sua storia e la sua unicità», ha spiegato Avolio.

Tre le tappe del tour, quante le anime dello Champagne: prima una visita alla grande Maison Veuve Clicquot, uno dei marchi più antichi e famosi, che dimostra la forza delle donne del vino, dato che alla prematura scomparsa del marito l’azienda fu presa in mano dalla giovane e determinata Madame Clicquot, che a soli 27 anni assunse la gestione della proprietà di famiglia e nel 1810 portò un’incredibile innovazione creando il primo Champagne Millesimato al mondo, cioè prodotto con l’uva di una sola annata. La seconda tappa è stato un incontro con Jean-François Préau, direttore di una Cooperativa nata nel 1929 a Mailly – nome sia della località che del marchio – che unisce soci impegnati in una viticultura sostenibile, che producono direttamente dall’uva al vino, senza acquistare nulla da altri. La produzione, di ottima qualità, è di circa 500 mila bottiglie all'anno, come per tutti gli Champagne il minimo sui lieviti è di 15 mesi e il 60% del vino viene esportato, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Vista l’attenzione alla sostenibilità, dai residui della lavorazione, la Cooperativa ottiene la tradizionale grappa di vinacce chiamata Marc De Champagne. Terzo appuntamento – dopo la grande Maison e la Cooperativa – è stato con Jean-Pierre Vazard, un produttore indipendente di Champagne che continua la tradizione di famiglia producendo grandi vini in piccole quantità, tra cui uno Champagne Grand Crù 100% Chardonnay chiamato «Special Foie Gras», un vino secco pensato apposta per le feste e perfetto in abbinamento con il gusto grasso e avvolgente del foie gras. Restando a contatto diretto con i produttori e ascoltando la loro storia, si scoprono cose incredibili, come il fatto che nello stesso vigneto, da un lato della strada la vigna produca vino Grand Cru (il più pregiato) e dall’altra parte non si riesca ad ottenere la stessa qualità, tanto pesano l'influenza e l’alchimia del suolo calcareo: basta che cambi leggermente il terroir perché la produzione finale sia completamente diversa. Grazie a poeti della terra come Jean-Pierre Vazard si imparano concetti importanti che si riassumono nella sua frase: «Nella Champagne amiamo la tecnologia se va bene per la qualità». Quindi la raccolta rimane come in passato totalmente manuale, perché solo l’arte della mano dall'uomo può sapere dove tagliare per far evolvere la vite e farla fruttare al meglio, mentre il «remuage» (cioè il movimento di girare le bottiglie di un quarto e inclinarle per far confluire i lieviti nel collo della bottiglia i lieviti per poi estrarli e rendere il vino limpido) avviene in modo automatico nelle «giropalette» per applicarlo con la massima precisione. Da notare come il viaggio abbia messo in luce sia i grandi che i piccoli produttori, proprio perché organizzato da un ente super partes, il Comité Champagne, che difende gli interessi di tutti. Dopo aver visto il successo dell’iniziativa e la forza dell’entusiasmo francese mi chiedo: «Perché non pensare a un “Vivaio del Franciacorta” o a un “Vivaio del Valtènesi”?». Io mi candiderei immediatamente per scoprire i segreti del vino di casa mia, e, come me, tanti altri giornalisti potrebbero appassionarsi alle nostre eccellenze, parlarne sui propri giornali e attivare un turbinio di attenzione positiva che farebbe bene ai nostri produttori, alla nostra economia e al turismo bresciano in generale.

 

Annalisa Leopolda Cavaleri CRITICA ENOGASTRONOMICA

 

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