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19 ottobre 2017

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24.09.2017

Interviste

«È stata un’esplosione
di vero entusiasmo:
momenti memorabili»

Daniele Alberti: direttore artistico del festival
Daniele Alberti: direttore artistico del festival

È l'ora di cappuccino e brioche: giusto quello che serve per ritemprarsi dopo una nottata di musica. Pamela Villoresi legge, Cyrille Lehn ricama al piano, Dulce Pontes passa e saluta Brescia insieme al suo staff, reduce dal concerto di venerdì al Sociale. E Daniele Alberti? È in prima fila all'Hotel Vittoria, come sempre. Nonostante gli occhi stanchi e l'inevitabile fatica di una maratona culturale: LeXGiornate 2017 vanno in archivio con oltre 150 eventi, un pubblico complessivo stimato tra le 50 e le 60mila unità e tanta soddisfazione.

Tempo di bilanci: al direttore artistico l'arduo compito.

L'ossatura l'abbiamo mantenuta, gli appuntamenti si sono moltiplicati. Un'esplosione: concerti bellissimi, pubblico folto, incontri culturali presi d'assalto. Avevamo l'Aula Magna dell'Università Cattolica esaurita nel giro di pochissimo tempo: siamo dovuti ricorrere alla diretta video per accontentare tutti. E poi le nuove modalità di fruizione della musica hanno entusiasmato.

In orari e luoghi impensabili.

La centrale a biomasse di Rodengo Saiano, Elnòs, il Freccia Rossa: siamo andati un po' ovunque. In particolare lo sleep concert di Elnòs è stato qualcosa di incredibile: ho avuto il piacere di viverlo in prima persona, con tanto di stuoia, coperte e cuscini per dormire. Ci siamo incamminati nella notte con il violoncello di Michele Tagliaferri, l'abbiamo attraversata con l'ambient di Luca Formentini e ci siamo svegliati al suono di Bach, verso le 7, per fare colazione.

Altre novità di rilievo?

Senza dubbio il format «Musica 4.0», in piazza Vittoria. Anche in questo caso abbiamo sondato il futuro, con le aziende e le realtà più importanti e propositive della città, che ci hanno aiutato a raccontare il domani.

La tecnologia, d'accordo. Ma anche le bollicine...

Quelle non mancano mai! La collaborazione con Bellavista ha permesso di sperimentare il concetto di «Musica da bere». Facile pensare all'assonanza con la Milano rampante degli anni '80. Siamo entrati in alcuni dei più bei locali della città, quelli alla moda e raffinati, per incontrare un nuovo pubblico: giovane, colto, elegante. Un calice in mano e la voglia di ascoltare tanta musica proposta in modo frizzante. Stare insieme, parlare, guardare al futuro.

Per il secondo anno consecutivo tutti i concerti si sono tenuti al Teatro Sociale. Avete trovato il contenitore ideale?

Assolutamente. Una casa su misura: lo spazio è elegante, il foyer si configura come un'area di incontro e confronto, la gente lo ama tantissimo. E anche lo staff è formato da ragazzi brillanti e affiatati, con cui riusciamo a lavorare in perfetta sintonia.

Qual è stata la serata perfetta?

Più che uno spettacolo, vista la qualità dei concerti, ho isolato alcuni momenti indimenticabili. Penso all'assolo di Trilok Gurtu, in cui ha ricreato questo suono ancestrale, da Oceano Pacifico: si sentivano gli uccelli. Oppure il duo Caine-Fresu, con un Caine in forma straordinaria: il suo swing newyorchese ha contagiato tutti. Poi io sono un patito di Dulce Pontes, e la serata con lei si è sposata perfettamente al tema della seduzione e del viaggio. Che dire quindi di Cammariere: mi sono innamorato di quel concerto. Siamo di fronte a uno dei più grandi cantautori del nostro Paese, capace di unire la vocalità italiana con gli influssi jazz d'oltreoceano. Ce n'è davvero stato per tutti i gusti.

Almeno nei prossimi giorni si riposerà.

Macché. L'edizione 2018 è giù pienamente al vaglio: l'anno scorso avevo promesso cose belle e sono arrivate. Mi va di fare lo stesso stavolta, senza anticipare nulla. Di certo c'è che incontreremo la Cattolica, con cui abbiamo un ottimo rapporto – in primo luogo etico –, per discutere e capire come far fronte all'enorme affluenza delle conferenze pomeridiane. Sono sicuro che troveremo una soluzione che soddisfi il pubblico, i relatori e lo stesso ateneo. E ci siamo già messi in cammino. Siamo al lavoro perché tempo da perdere non ne abbiamo e il nostro scopo è fare sempre meglio.

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