Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
19 novembre 2018

Interviste

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

26.08.2018

Interviste

«Brescia povera
di spirito: la luce
dell’arte è altrove»

Piero Cavellini: bresciano, nato il 4 febbraio 1946, «osservatore dell’arte» gallerista e scrittore, sta per pubblicare la sua biografia
Piero Cavellini: bresciano, nato il 4 febbraio 1946, «osservatore dell’arte» gallerista e scrittore, sta per pubblicare la sua biografia

I luoghi comuni sono fatti per essere sfatati, ma riuscirci è per pochi. Un privilegio e un merito. «Non sono un figlio d’arte e l’illuminazione artistica mi è arrivata lontano da Brescia», ricorda Piero Cavellini. Che è bresciano ed è figlio di Guglielmo Achille detto Gac, artista e collezionista cruciale per il Novecento in Italia (e non solo in Italia). Oltre che domatore di luoghi comuni, Piero è gallerista, autore, editore, osservatore dell’arte. «Non mi ritengo un artista, anche se l’arte è la mia vita», spiega, pronto a mettersi nero su bianco: «Lo farò con una biografia in senso stretto, che pubblicherò in autunno, e una sua versione più letteraria, raccontata, che aspetta un editore. Ripercorro la strada che intrapresi tanto tempo fa in modo molto casuale».

Non una passione tramandata di padre in figlio?

Mi sono anche occupato del suo lavoro, ma non avevo intenzione di seguire le sue orme. Ovviamente il lascito è stato fondamentale: sono cresciuto con la contemporaneità artistica in casa, l’ho assimilata e assorbita, per me era naturale accogliere novità dal mondo ogni giorno.

Da bambino cosa sognava?

Pensavo a crescere. L’arte in casa era quotidianità. Certi riferimenti li digerivo automaticamente. Il mio ingresso in quel mondo, poi, è stato del tutto diverso. Io volevo fare l’antropologo.

Per questo ha scelto Sociologia?

Volevo occuparmi dei problemi legati all’uomo dopo aver fatto il liceo scientifico e, chissà perché, un biennio a Ingegneria. Utile è stato utile, per la mia formazione, ma non mi vedevo ingegnere. Ho scoperto l’antropologia, mi sono iscritto a Sociologia. L’illuminazione l’ho avuta nel 1968 accompagnando a Torino mio padre: aveva un appuntamento con Gian Enzo Sperone, che esponeva Michelangelo Pistoletto. Ho saputo così, attraverso lavori oggettuali, concettuali, relazionali, che la riflessione sociale apparteneva anche a tanti artisti dell’epoca. Una scoperta che mi ha affascinato. L’anno seguente è stato segnato dall’arte povera e ho cominciato a fare di tutto per conoscere quei personaggi. Mi intrigava moltissimo, anche se sapevo che sarebbe stata un’editoria perdente sul piano economico.

A quel punto come si è regolato?

La mia attività era inquinata dalla necessità di creare un mercato. Sono nato come gallerista allora. Non un gallerista mercante, ma complice: era grande il coinvolgimento emotivo, generazionale. Non ero solo, in Italia: vivevamo i prodromi dell’epoca concettuale, dall’arte povera al Fluxus.

Dal fiorire dell’avanguardia alla sua negazione.

Percorsi ciclici interessantissimi. Volevo trasmettere la mia passione e mi sono messo a insegnare, alla fine degli anni ’80: storia della fotografia alla Laba, e un argomento più pratico in Cattolica, organizzazione di eventi artistici. Ho abbinato le problematiche del sistema dell’arte al corso di fenomenologia.

Studenti efficienti, i ragazzi di oggi?

Ho imparato più io da loro, che pure mi ringraziano. Dalle accademie sono uscito per mancanza di sintonia con la direzione. Mi piacerebbe invertire certe tendenze, purtroppo il mio rapporto con la città non è molto positivo. Credo derivi dalla poca capacità di adattarmi. Il problema è che a Brescia mi è sempre mancato un confronto, sui temi dell’arte, se non con le solite 100 persone che si occupano delle stesse cose. Come un circolo, siamo. Pochi.

Problema bresciano?

Date le mie origini toscane ho una casetta in provincia di Lucca, dietro Pietrasanta, a Capezzano Monte: posso dire che lì riscontro atteggiamenti più umili, non arroganti. Qui mi scontro con una povertà spirituale diffusa, non riesco a crearmi sintonie. Se organizzo una mostra, come ho fatto l’anno scorso con «EffettoManRay#2», so già che arrivano le solite 100 persone, 150 con gli studenti.

Come si sente?

Isolato. A Brescia in questi anni non è cambiato nulla. Sono un perdente qui, ma di fallimento io parlo anche in maniera positiva, come fanno gli psicologi. Nato ricco, muoio povero: voglio dire che non sono legato al concetto di accumulo che caratterizza questa città. Qui c’è un umore lontano dal mio modo di essere.

Nessuna eccezione?

Ricordo l’entusiasmo per la mostra che si tenne dal 20 al 26 settembre del 1976, sull’arte povera a Brescia, nei giardini di Rebuffone. Di arte e ambiente si trattava, su invito del comitato di Porta Venezia che voleva sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di salvare il parco Ducos. Le illuminazioni che mi hanno portato alle scelte di vita comunque le ho trovate grazie a mio padre, altrove. Non qui.

A Berlino, in una delle sale più ampie dell’Hamburger Bahnhof, un’intera parete è riservata alla performance di Gyorgy Galantay che vide fra i protagonisti Gac nell’80, a Budapest, in un omaggio a Vera Mukhina.

Qui invece per mio padre ricordo una sola grossa iniziativa, realizzata prima dell’attuale gestione di Brescia Musei. Nel 2014 ho promosso una manifestazione vitale con artisti provenienti dal Giappone, dagli Stati Uniti. In futuro... Chissà.

Cosa ha insegnato Guglielmo Achille a Piero Cavellini?

Mi ha fatto conoscere cose incredibili. Decisivi i nostri viaggi a Torino, a Roma dove nel ’73, in una mostra curata da Achille Bonito Oliva al parcheggio di Villa Borghese, ho scoperto che con la sociologia si potevano leggere come con una lente le trasformazioni dell’arte.

Cos’ha significato invece il suo rapporto con Ken Damy?

È stato il fotografo ufficiale mio dopo esserlo stato di mio padre: insieme hanno fatto mostre importanti, un film in California. Fra me e Ken Damy c’è sempre stata una collaborazione, ma anche una strana forma di competizione legata ai diversi punti di vista sul rapporto fra arte e fotografia. Per me la fotografia entra nell’arte quando esce dal pittorialismo; per lui è un fatto pittorico.

Se dovesse definirsi in una parola?

Scrittore. Che racconti storia e controstoria della mia relazione con l’arte insieme ad Armida Gandini, o mi dedichi al romanzo di formazione come ho fatto in «Senzazucchero», questo mi sento. Uno scrittore. La biografia che sto per pubblicare, «Cronache di un osservatore dell’arte», è una ricognizione che parte dalle origini della mia famiglia. Le prime mostre, i luoghi che hanno segnato il mio percorso: Modena con Claudio Parmiggiani e Luigi Ghirri, Milano dove spostai la sede della galleria, Torino, Roma. La stamperà Spazio Contemporanea, come già «EffettoManRay#2». La mia storia in chiave letteraria avrà invece come alter ego Gregorio, nome ispirato alla Metamorfosi di Kafka. Non sono Paul Auster, ma può piacere anche ai suoi lettori.

Quali libri si porterebbe sulla classica isola deserta?

Preferisco la casetta in Toscana... Rispondo come Gregorio: le Vite del Vasari, i Canti di Ezra Pound, e poi i lusitani, Viaggio in Portogallo di Saramago e Libro dell’Inquietudine di Pessoa. Emozioni della mia vita.

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Il Racconto di Ferragosto

Sport

Cultura

Spettacoli