18 febbraio 2019

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09.10.2018

Interviste

«Brescia riscopra
la figura di
Papa Montini»

Il vescovo di Brescia in visita nella parrocchiale di Concesio
Il vescovo di Brescia in visita nella parrocchiale di Concesio

«Cosa mi ha colpito di più del Paolo VI che ricordo? La sua voce, il suo tono al tempo stesso accorato ed autorevole». A pochissimi giorni dalla canonizzazione di papa Montini il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada ne fa questo ritratto personale. Utilizza due aggettivi che ben si adattano anche al momento difficile che la Chiesa sta attraversando. In quell’«accorato e autorevole» ci sono molte analogie con papa Francesco che nei giorni scorsi, con un invito per certi versi drammatico, ha chiesto a tutti i fedeli di recitare ogni giorno il rosario nel mese di ottobre per invocare la protezione della «Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi». Ieri come oggi, ai tempi di Paolo VI la barca di Pietro fu scossa e agitata come ora con Francesco. La canonizzazione del papa bresciano in questo mese di ottobre assume quindi un valore particolare. Una figura che, spiega il vescovo nell’intervista a Bresciaoggi, «non è ancora adeguatamente conosciuta».

Domenica in piazza San Pietro Paolo VI sarà proclamato santo, arriva così a compimento un iter iniziato nel 1979. Come la diocesi si sta preparando a questo momento?

«La diocesi si è preparata per tempo e questi sono giorni in cui l’attesa è ancora più forte. Mi pare che soprattutto nell’ultimo periodo ci sia una grande attenzione per questo evento e sia cresciuta una sensibilità per la figura di Paolo VI. Sono convinto che tutto questo dovrà continuare perché la conoscenza di papa Montini a mio parere dovrà ulteriormente crescere. Ho l’impressione che sinora lo si è conosciuto soltanto in parte. Anzi ritengo mio compito promuovere anche in futuro questa conoscenza e fare in modo che cresca. Più lo si conoscerà e più lo si amerà perché è una figura ancora estremamente significativa sia dal punto di vista ecclesiale che storico.

A Roma ci saranno molti bresciani...

«Gli iscritti al pellegrinaggio sono 5 mila, quelli ufficiali, ma probabilmente saranno anche di più. Di questo sono molto contento, è un segnale di interesse diffuso. Ho visto anche più di una pubblicazione nei bollettini parrocchiali. Vedo un’attenzione che cresce».

Avete già allo studio iniziative per tenere viva l’attenzione su Paolo VI nei prossimi mesi?

«Abbiamo costituito un comitato in vista della canonizzazione, ma io ho detto da subito che vorrei che non si sciogliesse e continuasse anche successivamente. Lo vedo come un referente per tutto ciò che abbiamo intenzione di progettare e realizzare a partire dalla canonizzazione. Che cosa questo significhi precisamente lo decideremo meglio insieme. Le linee che io intravedo sono quelle della promozione dei pellegrinaggi. Si trattare di capire bene quali sono le condizioni per incrementarli a Concesio e alle Grazie. E poi serviranno iniziative che permettano una maggiore conoscenza di papa Paolo VI, della sua personalità ma anche del suo insegnamento trovando anche linguaggi adeguati. Perché se vogliamo far arrivare al grande pubblico questi insegnamenti dobbiamo studiare anche le modalità. Non c’è solo la comunicazione verbale, ci sono anche i nuovi strumenti della comunicazione. Su questo avrei proprio desiderio che ci pensassimo insieme, vedo un lavoro di lungo termine. Mi piace dire che la canonizzazione non è un punto di arrivo ma un nuovo punto di partenza».

Se dovesse indicare quali sono gli aspetti più contemporanei della figura di Montini per il momento storico che la Chiesa sta attraversando cosa direbbe?

«Il rapporto tra Chiesa e mondo. Paolo VI non ha temuto il mondo ma lo ha amato, è stato il papa della modernità, il papa che ha iniziato a viaggiare, che ha spinto verso la missione una Chiesa non chiusa in se stessa, ma aperta, desiderosa di offrire al mondo la novità e la bellezza del vangelo e quindi di contribuire al bene dell’umanità. E questo è un primo punto molto importante, che ritroviamo poi nei testi del Concilio Vaticano II, è stato l’anima del Concilio perché per primo lui credeva in questo rapporto positivo tra la Chiesa e il mondo. La Chiesa è a servizio di un mondo nei confronti del quale nutre una sincera simpatia e nello stesso tempo sente anche il bisogno di contribuire a rinnovarlo, a purificarlo, a correggerlo perché anche di questo c’è bisogno. Un secondo aspetto è lo stile: quello di Paolo VI è apparentemente dimesso, ma su questo lo si è frainteso. Non era un papa debole, incerto, malinconico, ma molto rispettoso del suo interlocutore, degli altri, non voleva imporsi, ascoltava molto. Preferiva il tono dell’invito a quello del comando e voleva che la Chiesa si ponesse così nei confronti del mondo. Terzo aspetto, ma credo sia il più importante, era un uomo di grande fede, convinto della centralità del mistero di Cristo a cui attingeva continuamente. Tutte le cose le guardava a partire dalla fede cristiana che non considerava un elemento di chiusura. La fede cristiana non ci colloca dentro un recinto ma anzi ci mette nella condizione di interrogarci su quello che è il bene del mondo proprio a partire dall’opera della redenzione».

E per la comunità civile, per il cosiddetto mondo laico, qual è il messaggio di Paolo VI?

«Direi la centralità dell’uomo, la grandezza della sua dignità che va rispettata e promossa a livello individuale e sociale. A livello individuale significa grande rispetto per la coscienza personale, per la libertà. A livello sociale grande attenzione alle povertà, alle fragilità, alla giustizia, alla distribuzione delle risorse. Mi viene in mente la Populorum progressio che è stata veramente un’enciclica che ha aperto un orizzonte nuovo con un’alta considerazione della dignità dell’uomo e dell’importanza delle relazioni sociali. Anche il discorso all’Onu da questo punto di vista ha segnato una tappa storica».

E a lei personalmente cosa ha colpito di più della figura di papa Montini?

«La voce. Mi è rimasto impresso il tono della sua voce. Da ragazzo quando compariva in televisione mi colpiva questa voce che era insieme autorevole e accorata. Non era una persona che si imponeva, ma sentivi che in quella persona c’era un calore del tutto particolare che me la rendeva insieme amica e autorevole. Non autoritaria».

In questo suo primo anno alla guida della diocesi in cosa più ha ritrovato le tracce di quell’impronta bresciana che Paolo VI ha portato nel cuore della Chiesa universale?

«Se devo identificare un elemento bresciano in Paolo VI lo vedrei in questa tensione a dar valore alla vita nella sua concretezza. L’importanza che ha la vita quotidiana, l’impegnarsi nella società, il fare e fare bene. Questo mi sembra tipico di Brescia come la sto conoscendo. Non troppe teorie, ma fatti, il gusto di far le cose con serietà, l’apprezzamento per chi opera in maniera intelligente e vuole offrire il proprio contributo a una società che stiamo costruendo insieme. Lo collego un po’ a quella simpatia e a quell’amore per il mondo di Paolo VI di cui dicevo, che però ha bisogno di una spiritualità intensa per non diventare attivismo e per non limitarsi a un fare fine a se stesso. C’è un fare che rimanda a un pensare e tutto questo a sua volta rimanda a un sentire tutto interiore. In ciò Paolo VI era un maestro, univa la spiritualità a un’attività intelligente e a un senso della concretezza». •

Piergiorgio Chiarini
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