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15 novembre 2018

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14.10.2018

Interviste

«Brescia, soltanto
la cultura ti salverà
dal razzismo»

Idris Sanneh a Bresciaoggi. Nato a Brufut, in Gambia, il 2 gennaio ’51, ha origini senegalesi. Naturalizzato italiano, è arrivato nel 1972
Idris Sanneh a Bresciaoggi. Nato a Brufut, in Gambia, il 2 gennaio ’51, ha origini senegalesi. Naturalizzato italiano, è arrivato nel 1972

È qui da quasi cinquant’anni. Quasi mezzo secolo. «Nel frattempo siete un po’ cambiati», dice dei bresciani il primo nero bresciano famoso di sempre. Ben prima di Mario Balotelli, Edrissa Sanneh. Per tutti, Idris. «Non è che Brescia sia razzista: non lo era, non lo è mai stata. Sono i nuovi bresciani ad esserlo - sostiene il giornalista/opinionista, che presto si racconterà in un libro -. Lo sono diventati, per la verità più xenofobi che razzisti, per ragioni che con la pigmentazione non c’entrano».

Cos’è successo in questi anni?

È una questione di denaro, di competizione per il lavoro che non c’è. Inutile contestare il Salvini di turno: lo conosco bene, come Bossi, ha solo cavalcato qualcosa che già c’era, ma ha detto forte e chiaro ciò che altri esitavano a gridare. Io non posso vedere il bresciano che mi diventa razzista, però. Il bresciano si sente rubare il posto di lavoro dall’immigrato. Ma non glielo ruba perché si diverte ad essere sottopagato: risponde alla chiamata di un datore di lavoro che ha trovato il modo di pagare meno.

Negli anni ’70 era diverso?

Sì. Io però nel 1972 mi presentavo in Italia con una borsa di studio presa in Senegal. Per arrivare all’Università per Stranieri di Perugia e sviluppare le mie ambizioni ho fatto il deserto del Sahara, sono passato dall’Africa nera a quella bianca, ho preso un aereo per volare a Roma. Avevo vinto il premio per la letteratura assegnato dal presidente della Repubblica del Senegal, volevo seguire le tracce degli etruschi e amavo l’Italia. Dovevo arrivare e ho percorso la strada che stanno facendo adesso tanti fratelli africani. Io sono stato accolto benissimo e sarò sempre grato a Brescia e ai bresciani. Quelli di oggi, che temono per un lavoro che un tempo c’era e ora non c’è più, devono capire che come Idris che ne sono tanti. So di cosa parlo. Ho contribuito alla nascita della prima consulta per gli immigrati. Sono stato il secondo africano registrato ufficialmente alla Questura di Brescia come studente.

Era un secchione?

Ero un bravo ragazzo.

Aveva un progetto?

Assolutamente: laurearmi alla Statale, tornare in Africa. Ma mi è nata una figlia, ho fatto il disc jockey, ho cominciato a lavorare e una cosa tira l’altra: sono ancora qui.

La famiglia che ha formato è bresciana.

Ho 4 figlie e 2 nipotini, sono tutti nati e cresciuti qua. A Bedizzole mi sento a casa. Da 10 anni non torno in patria.

Le manca?

Mi manca mia madre. E gli amici di infanzia, ma tanti sono sparsi per il mondo. I colori, i profumi della mia Africa li ritrovo anche qua a Brescia. La città cambia, i Paesi cambiano, le etnie si mescolano. È un processo che non si fermerà.

Cosa pensa della candidatura di Brescia a capitale della cultura?

Investire nella cultura è il mezzo più rapido per cambiare la mentalità. Con un bel film, un libro, una mostra, un concerto, diventi una persona migliore. È la via. Sono contento che Del Bono la stia seguendo. Tanti anni fa, è la prima volta che lo dico, eravamo a Roma, Emilio era indeciso e gli ho consigliato di candidarsi. Non mi sono pentito: la città con lui sta cambiando, in meglio. E lo dico io, che ho avuto la fortuna di essere amico di Bruno Boni.

Radio, giornale, televisione. Ha fatto di tutto, si è fatto conoscere ovunque con «Quelli che il calcio». Se ripensa al suo percorso?

Rivedo la strada, un passo dopo l’altro. I lavori da studente, le prime radio, il primo giornale indipendente. Il giornalismo e la musica erano le mie passioni. Già a 17 anni in Senegal conducevo un programma per la radio nazionale, «gioventù speranza del mondo». Qui ho proposto funky, reggae, jazz. Sono diventato disc jockey, a Montichiari facevo ballare anche Aldo Busi.

Come ballava?

Molto bene.

A proposito di amarcord: si celebrano in questi giorni i 25 anni di «Viaggio senza vento» dei Timoria.

Che disco! E che band. Sono amico di Omar, l’idea di fare una grande festa in piazza Loggia nacque in casa mia, Pedrini ed io, e portammo diecimila persone in piazza Loggia. Mi piacerebbe tanto rivedere i Timoria suonare tutti insieme lì, in quella piazza.

Il salto alla televisione nazionale com’è avvenuto?

Ho saputo di una selezione di Raidue quando ero già formato: avevo vinto Star 90, fatto la gavetta inventandomi programmi. E mi sono inventato, da juventino, la figura del giornalista tifoso. Sono stato il primo. Ho collaborato a lungo per «Bresciaoggi». Ricordo ancora il rimborso spese: 70 lire a chilometro. Nino Dolfo mi voleva un sacco di bene, Giorgio Sbaraini venne anche a farmi un’intervista. Scrivevo di ciò che conoscevo: musica e immigrazione.

Di cosa va più fiero?

Penso sia stato utile in particolare il telegiornale multietnico. Bisogna trattare certi temi, approfondirli. Purtroppo la povertà nasce da secoli di colonizzazione, dalla mancanza di aiuti veri alla popolazione. Bisogna costruire l’industria, la fabbrica, qualcosa che rimanga e dia occupazione. La collaborazione richiede governanti che non siano fantocci pronti a fare solo l’interesse dell’occidente. Creare infrastrutture, ospedali, scuole. Dare ai giovani la possibilità di studiare come l’ho avuta io che frequentavo il liceo più bello dell’Africa occidentale grazie a un presidente poeta che investiva sulla cultura. Un’epoca felice. Uscivi dal Paese con una borsa di studio, ma dovevi andare e poi tornare perché su di te era stato fatto l’investimento. La fuga dei cervelli dev’essere arginata creando opportunità di crescita attraverso lo studio.

Quanto si sente bresciano?

Mi sentirò sempre uno di voi. E del resto voi l’avete detto: «Idris uno di noi». Quante volte me lo son sentito ripetere. Ma se doveste comportarvi con gli altri come fate con me, di Idris ne trovereste a migliaia. Conosco gli usi, i costumi, e li rispetto. Sono considerato un bresciano nero. Io mi sento africano ma Brescia mi ha accolto, mi ha dato la possibilità di evolvermi. Però mi sono sempre considerato innanzitutto uno bravo. «Bresciaoggi» mica mi ha dato fiducia perché ero nero: avevo conoscenze sull’immigrazione, nessuno poteva trattare quell’argomento meglio di me.

Ha visto cambiare anche il calcio, in questi anni?

L’Italia ha vinto 4 Mondiali, ha insegnato pallone a tutti, purtroppo adesso è in una fase di transizione. Ma non è per gli stranieri, gli oriundi ci sono sempre stati. È mancato l’investimento sui giovani, ad ogni livello.

La Francia con i suoi ragazzi terribili ha appena vinto il Mondiale.

La Francia ha un’altra storia, con le sue colonie. I suoi africani si sono formati nelle sue scuole calcio, è nato negli anni un mix fortissimo. Cresciuti giocando insieme, vinceranno ancora. Ma anche qui succederà. Nel Brescia, nell’Italia che schiererà africani anche più bravi e più seri di Balotelli. Come succede nella pallavolo, nell’atletica. Un bel segnale d’integrazione. Il futuro.

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