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16 dicembre 2018

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02.12.2018

Interviste

«Brescia, Vicenza,
Sanremo: adesso
sogno un’isola...»

Giancarlo De Lorenzo: mercoledì festeggerà 59 anni. Dal 2015 è direttore artistico e musicale dell’ Orchestra Sinfonica di Sanremo
Giancarlo De Lorenzo: mercoledì festeggerà 59 anni. Dal 2015 è direttore artistico e musicale dell’ Orchestra Sinfonica di Sanremo

Volle, sempre volle, fortissimamente volle. «Da sempre, da subito». Giancarlo De Lorenzo non si è nemmeno posto il problema di essere o meno un predestinato. Direttore artistico e direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, musicista doveva essere e musicista è stato. Una vocazione così limpida da chiamare la battuta: «Sono venuto al mondo il 5 dicembre: morto Mozart, sono nato io...».

Una strada segnata. Fin dall’uscio di casa?

Non direi. Padre rappresentante di commercio, madre casalinga. Tre figli. Papà, di origini napoletane, era direttore della Triplex, la vecchia Zoppas. Eravamo a Catanzaro, e al ritorno da uno dei suoi viaggi di lavoro mi portò come regalo una pianola Bontempi ad aria. Gliene sarò sempre grato.

Predisposizione innata?

Grande facilità, da autodidatta.

Cosa ascoltava?

Tanta musica classica. Bach: una folgorazione, avvenuta attraverso la radio. Mi affascinava, lo imitavo.

I suoi se ne rendevano conto?

Sì. Quando mio padre è stato trasferito dalla Toscana a Brescia, ne ha parlato con un lontano cugino direttore d’orchestra al Comunale di Piacenza. Gli ha chiesto di sentirmi. Mi disse fa’ un po’ vedere cosa sai fare.

Risultato?

A 11 anni ero iscritto al Conservatorio.

Tutto in discesa?

No. Qualche salita c’è stata.

Il suo curriculum dice: diploma in Organo e Composizione organistica, studi al liceo Classico di Brescia, alla facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna, al Dams nella sezione Musica, approfondimento di composizione e direzione d’orchestra. Percorso impegnativo ma netto.

Però il periodo davvero tosto c’è stato: quando studiavo al Conservatorio e al Classico contemporaneamente.

Ha pensato di rinunciare?

No, quello mai. Ne sono uscito fortissimo. Con le idee chiare.

Obiettivo?

Direi piuttosto il sogno: conclusi gli studi come organista, sognavo di diventare direttore d’orchestra.

Il suo modello?

Leonard Bernstein. Un fuoriclasse, personalità incredibile. Sognavo di diventare un direttore ispirandomi a lui, ad altre grandi figure.

Com’è stato ambientarsi a Brescia?

È stata dura, onestamente. Arrivavo da una terra che aveva il sole 300 giorni all’anno, al massimo a Natale si portava il maglioncino. Qui ho scoperto la nebbia, il freddo, 6 mesi di pioggia. La musica mi ha aiutato. Al Conservatorio la frequenza è molto individuale, la scuola invece prevedeva una dimensione sociale: dovevo farmi accettare. Ci sono riuscito.

Brescia ora si candida a «capitale della cultura».

La città è cambiata negli anni. Adesso è veramente bella, viva, elegante, ricca di stimoli. Mi piacerebbe che riuscisse a diventare capitale.

Quando si è sentito di rispondere «direttore d’orchestra» a chi le chiedeva che lavoro facesse?

La consapevolezza di poter e saper dirigere è arrivata pian piano, maturando le mie esperienze. Funzionava, tutto procedeva per il meglio. Ma non è stato facile. L’impegno è sempre stato massimo.

Negli anni ’90 si è dedicato alla Vox Aurae.

L’associazione culturale è stata fondata nel 1998: festeggiamo il ventennale. Un periodo lungo, complicato perché dar vita e alimentare una creatura in ambito musicale non è mai una passeggiata, ma al tempo stesso ricco di soddisfazioni, a maggior ragione date le difficoltà superate. Non ci sono grandi aiuti dall’esterno. Abbiamo sempre cercato di promuovere nel modo giusto l’orchestra che abbiamo formato. Tanti concerti, dal livello decisamente buono. Un’avventura bellissima, costellata di 10 dischi. A quel punto, mi è arrivata la chiamata del Teatro Olimpico di Vicenza.

Una svolta, nel 2003: direttore artistico e principale dell’Orchestra.

Sono rimasto fino alla fine del 2011, collezionando tanti concerti in Italia e all’estero. Il teatro Olimpico richiedeva tante energie, ma abbiamo costruito qualcosa di fantastico. È stato un periodo meraviglioso e all’Olimpico ho lasciato un po’ del mio cuore.

Ha girato l’Italia e il mondo, spaziando dalla Spagna all’America. Tante collaborazioni, tante orchestre: Philarmonisches Kammerorchester Munchen e London Mozart Players come l’Orchestra Sinfonica Abruzzese al Teatro Alla Scala di Milano, l’Orchestra del Carlo Felice di Genova e la Sinfonica di Bilbao. L’esperienza più elettrizzante?

Sinceramente tutte, non saprei scegliere. I passaggi sono stati tanti e mettermi alla prova con la stagione della Spazio Sinfonico di Brescia, ma anche con l’Orchestra Filarmonica Italiana e l’Orchestra Sinfonica di Grosseto, è stato importante. Un motivo di crescita continua, che è il motivo per cui si fa un mestiere, e prim’ancora si sceglie una professione.

Dal 2015 a Sanremo: com’è nata la possibilità di dirigere l’Orchestra Sinfonica?

Ero già stato tante volte come direttore ospite: non ero sconosciuto. Ma l’inizio sanremese non è stato affatto agevole.

Cos’è successo?

Io adesso sto benissimo, mentirei se dicessi il contrario. La mia condizione è invidiabile. Ma quando sono arrivato la situazione economica era delicata. L’Orchestra soffriva, si sentiva abbandonata. Al quarto anno di attività la sua situazione è decisamente migliorata: è tornata nel circuito nazionale da cui era sparita. Si era fatta la scelta di privilegiare il pop: tentativo non riuscito, e a pagarne lo scotto era stata la parte classica dell’attività. Abbiamo rimesso l’accento sul lato classico della medaglia.

Intanto a Brescia Vox Aurae ha reso omaggio a Rossini in San Barnaba, con la presentazione di Michele Mirabella.

Sì, perché cerchiamo di interessare un pubblico più vario, e al tempo stesso Mirabella è assolutamente competente: appassionato di opere non solo in qualità di regista e attore, ha preparato il programma insieme a noi. Magnifico, fare gioco di squadra così.

Cosa suona per diletto?

Di tutto. Mangio pane e Bach da quando ho 11 anni. Penso che Mozart sia stato il più grande. I miei riferimenti sono classici.

Quale genere predilige?

Ascolto di tutto. Non amo il metal. Sono innamoratissimo del jazz. Ascolto la radio, cercando stimoli.

L’ultimo libro letto?

Di Hermann Hesse, che adoro, le lettere scritte nel periodo della guerra. Vorrei recapitarle a qualche nostro politico. Molto istruttivo. Affascinante, attualissimo.

Può esprimere un desiderio.

Finita l’esperienza di Sanremo, ritirarmi a pescare in un’isoletta. Quello che volevo vedere l’ho visto. A Sanremo sto facendo quello che avrei voluto facessero con me: chiamo direttori giovani, li scelgo, li faccio dirigere. Non sono un insegnante, fornisco occasioni. Nel nostro ambiente capita quasi mai.

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