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11 dicembre 2017

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08.10.2017

Interviste

«Chi siamo noi?
La sola domanda
a cui rispondere»

Luca Doninelli: nato a Leno il 31 marzo 1956, ha vinto due premi Selezione Campiello. È un allievo di Giovanni Testori
Luca Doninelli: nato a Leno il 31 marzo 1956, ha vinto due premi Selezione Campiello. È un allievo di Giovanni Testori

Parti di slancio e non sai dove andrai.

In fondo il segreto è tutto qui. Scrivere un po’ come vivere: che sapore avrebbe, se si avesse certezza di dove si va a finire? Il segreto. Che Luca Doninelli conosce bene.

«La conoscenza di sé», presentato alla fiera di Librixia in città, è l’ennesima prova dell’esistenza di un autore dal piglio deciso, netto quanto un talento narrativo che l’ha portato, non a caso, a insegnare come si raccontano le storie. Docente di storytelling allo Iulm, questo figlio della Bassa bresciana (è nato a Leno 61 anni fa) ha insegnato etnografia narrativa (all’università Cattolica di Milano). Fa libri da quasi quarant’anni e conquista premi. Finalista al Premio Strega, vincitore di Grinzane Cavour, Super Grinzane Cavour, due Premi Selezione Campiello. Da «Santa Caterina» (1981) a «Le cose semplici» (2015), passando per «Talk show» (1996) e «La polvere di Allah» (2006), con una convinzione: «Scrivere è un’ossessione. Lo scrittore ha bisogno di liberarsi. Una terapia che costa poco, tutto sommato».

«La conoscenza di sé» è il punto d’arrivo?

Quando stai facendo un libro, devi pensare a quello. A scrivere. Cominci e non sai dove finirai. Certo, alcune cose le devi sapere.

Per esempio?

Il precedente che avevo scritto è la mia opera più importante: 800 pagine le leggono in pochi, ma con «Le cose semplici» volevo esprimere alcuni concetti, e organizzando quelle idee è uscito quel libro. Qui non avevo idee da comunicare su come va il mondo. Ho cercato la scrittura più adatta. Lo stile quello è, ma esistono modi diversi di raccontare, si può sempre strutturare il periodo in modo differente. Desideravo entrare nella testa, nel cuore, nel sangue, nelle vene di chi vede le cose in un altro modo. In quel momento ho pensato a Francis Scott Fitzgerald. Una mia passione, un esempio da seguire.

Quattro storie ambientate nella Milano inafferrabile di questi anni. Come le è venuta l’ispirazione?

Ho visto salire su un autobus una ragazza, avrà avuto vent’anni, vestita come Boy George. Pensavo che i ragazzi si dessero tutti all’hip hop, invece lei evidentemente aveva studiato il personaggio, era identica. Non capivo come fosse possibile: parliamo di una star degli anni ’80, cosa ne poteva sapere lei?

Invece.

Invece mi ha spiegato bene mio figlio, che è molto più intelligente di me, vuol fare il neurolinguista e al ritorno dopo un periodo di volontariato in Sicilia ha fatto un discorso profondo: «La tua generazione - mi ha detto - ha sempre ragionato nei termini io e l’altro. Diversità. Ma oggi i ragazzi che scendono dai barconi ascoltano la mia stessa musica, vedono i miei stessi film». Le distanze si riducono molto. Le somiglianze prevalgono. Bisogna tenerne conto.

Com’era la sua famiglia?

Contadina, cattolica. Chiara nell’identità, anche se un mio prozio era gay. Adesso io mi raccomando sempre con i ragazzi «Non dite che siete gay, semmai dite che vi piacciono i ragazzi». Non è la stessa cosa.

L’identità, non solo ma anche legata alla sessualità, è sempre più un tema forte, frequentato, da romanzi, film, pièce. Viviamo anni spersonalizzanti?

«Chi siamo noi», è l’unica vera domanda, alla quale tentare di dare una risposta. «Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale», cantava Lucio Dalla.

In «Disperato erotico stomp». Con tutto il coraggio di un talento impossibile da nascondere, difatti nemmeno ci provava.

La strada dell’autenticità, bisogna seguire. E allora la soluzione è raccontare le cose come stanno, o come potrebbero essere, senza fingere. Raccontare la vita vera, che non è mai semplice né prevedibile.

Nel suo ultimo libro ci sono quattro storie milanesi; una ragazza che si crogiola nell’ambiguità; una donna che cerca la sensualità dove non avrebbe pensato mai; la ragazzina che non sa del suo passato con un’anziana cieca che sa ma poco dice; l’intellettuale che va alla ricerca il maestro a suo modo eremita. Quattro storie originali, sofferte.

Non ho mai vissuto una linearità. Mai nella vita.

«La Svizzera è bellissima, ma la felicità non rientra nei suoi programmi», scrive. E poi: «Dove vanno a finire le storie? Di solito da nessuna parte, ma pur restando nascoste continuano ad esistere, e ad agire». C’è tanto disincanto. Il filo conduttore è scoprire, e quindi anche riscoprirsi?

Un attore deve conoscere Amleto, sapere cosa c’è stato «prima». Tutto ha una storia, anche la giacca che indossiamo. La mia ricerca è animata dalla curiosità di ciò che non so. Più cerco, più mi sento ignorante.

Fra le quattro storie, ce n’è una alla quale è più legato? «La danza del tempo», «La conoscenza di sé», «La dolce Elisa», la Festa della Liberazione». Un titolo darebbe un indizio.

Ma forse il mio preferito è l’ultimo. Sono comunque storie sofferte, sentite. Le sento mie.

Come si rapporta alle recensioni?

Per me il critico è un signore che giudica il mio modo di scrivere attraverso la scelta di un criterio. Nel mio mondo ti dico io cosa penso. Io la penso come il genio della critica Northrop Frye, che ha scritto «Introduzione polemica all’anatomia della critica».

E cosa le piace oggi?

La narrativa buona è sempre difficile da trovare. Penso a Foster Wallace. Oppure bisogna guardare all’Africa. E sono anni di eccellente poesia, questi.

Come realizza i suoi personaggi?

Se penso che sto scrivendo bene, per le leggi di Murphy qualcosa di cui non mi sto rendendo conto non va. Se funziona è come con la maionese, posso aggiungere olio e monta lo stesso, è inclusiva... Posso metterci un amico, mi capita di inserire gallerie di persone che conosco. Mi diverto e non ho preferenze: i personaggi mi piacciono tutti.

La chiave per far funzionare il racconto?

Accettare l’incertezza. Magari tua moglie ti legge e si convince che tu quel tal personaggio non lo stia capendo mica tanto, anche se l’hai creato tu! Ma ha ragione lei: parliamo di opere d’arte, c’è niente d’indiscutibile, il discorso vale anche per la Divina Commedia. E da un mio errore chi legge può sviluppare un concetto interessante. Non amo chi ha bisogno di mettere cemento sui buchi.

E adesso?

Voglio far sempre altri libri. Cose diverse. Questo è nato quasi da solo mentre ero in giro a presentare l’altro. Ho scritto due racconti autobiografici, uno su Giovanni Testori che è stato il mio maestro, ma con cui si parlava volentieri anche di scemate, uno su una mia compagna di classe con cui avevo avuto una storia d’amore, ora morta. E sto scrivendo un libro sulla dieta: nessuno ha raccontato il proprio dimagrimento, io ho perso tanti chili. Elisabetta Sgarbi mi vuole sempre all’opera. E poi. Ho intenzione di scrivere un romanzo con un genio di Chiari, Marco Dotti. Insegna semiotica a Pavia. Ne sentiremo parlare molto. La terra bresciana ha veramente partorito un fuoriclasse.

Lavoro a parte. Segni particolari?

Interista. Mi hanno perfino inserito in una chat piena di tifosi dell’Inter.

Come Giacomo Poretti.

Sì. Altro grande talento. «Aldo, Giovanni e Giacomo» è lui.

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