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18 agosto 2017

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20.04.2017

Interviste

«Corioni, la Juve, il calcio
Ecco i miei primi 70 anni»

Oggi Gigi Maifredi compie 70 anni e può dire di avere coronato il sogno di chiunque faccia l’allenatore: arrivare al massimo partendo dal minimo. In un amen dal Real Brescia alla Juventus. Ora che sta serenamente fuori, ha tanto da raccontare.

Maifredi, a 70 anni ha solo da raccontare?

Veramente al calcio avrei ancora parecchio da dare.

In panchina?

Ma no, mi vedo in un ruolo dirigenziale.

Quello che ha fatto al Brescia e con Corioni all’epoca dell’ultima promozione in serie A, nel 2010...

Ah, il Brescia. Ah, Corioni.

Ultimamente i rapporti col pres si erano deteriorati. La motivazione?

Non è stata colpa sua e preferisco non parlarne.

E il Brescia?

Il mio cruccio. Vederlo così mi fa male al cuore, gli voglio bene davvero. Spero che si salvi e che arrivi qualcuno che possa consolidarlo. Per il Brescia mi rimetterei in pista molto volentieri.

Tornando a Corioni?

Ricordo il primo anno di serie A con il Bologna, 1988-89. Vincemmo la prima a Pisa, nelle successive 7 partite facemmo un punto. Dopo una sconfitta a Cesena, andai dal pres e gli dissi: “Vorrei parlarle“. Mi diede appuntamento la mattina dopo in Saniplast. Ero rassegnato.

Cosa accadde?

Gli dissi che poteva cacciarmi senza problemi. Non mi fece finire. Mi rispose secco: ma tu sei matto! Non c’è un giocatore che voglia la tua testa. Tornai a Bologna. Quasi centrammo la zona Uefa.

È vero che la Juve la voleva già 2 anni prima di quando lei firmò nel ’90?

Sì. Mi chiamò Boniperti, ci incontrammo a casa sua a Torino. Quando entrò Agnelli, rimasi bloccato: che carisma, che classe! Eravamo d’accordo su tutto.

Come mai non se ne fece nulla?

Bloccò tutto Corioni, mi disse che non potevo abbandonarlo così. Poco male: con quel Bologna andammo in Uefa. Ma se avessi allenato la Juve con Boniperti al timone, sarebbe andata diversamente.

Perchè?

Perchè nel ’90, quando alla Juve arrivai davvero, Boniperti era stato estromesso dal nuovo corso di Montezemolo. All’ex presidente non piaceva e faceva di tutto per mettermi contro la piazza, la stampa.

Conferma che diventò juventino perchè il suo padrino di cresima, il «nostro» Giorgio Sbaraini, le regalò mille lire?

Certamente. Eravamo a Lograto, mi chiese per chi tifavo. Allora guardavo le milanesi. “Macchè Milan e Inter, se tifi per la Juve ti allungo un millino“, disse Jos.

Come si definirebbe da allenatore?

Un innovatore. Prima di me la zona come la facevo io l’aveva sperimentata Enrico Catuzzi. Sacchi è venuto dopo. Veniva a ispirarsi al mio Ospitaletto, che giocava di sabato. E rivoluzionò il Milan e il calcio italiano con grandissimi giocatori. Io a Ospitaletto avevo un gruppo di ragazzini: Borra, De Marchi, Viviani, Monza, Cusin. E i gnari del settore giovanile? Strada, Bonfadini, Raineri, Parigi che fece un gol al Chievo. Il presidente Campedelli di recente, durante un pranzo, mi ricordò come giocava bene il mio Ospitaletto che vinse al Bentegodi contro il suo Chievo.

Quando firmò sul contratto con la Juventus?

Nel ’90, sull’aereo di Agnelli. Stavamo andando a Roma. C’erano pure Kissinger, l’ex segretario di Stato americano, Montezemolo e Romiti. La Juventus mi propose 3 anni di contratto, feci un errore madornale.

Rifiutò e firmò un annuale.

Esattamente. E presi pure la prima stoccata di Agnelli.

Cosa le disse?

Motivai la mia scelta così: se fossi andato bene, il rinnovo era automatico; in caso contrario, me ne sarei andato. E dopo questa frase, Agnelli mi disse: allora lei, Maifredi, abbandona la nave che affonda... ahi ahi ahi. E pensare che, alla fine, l’Avvocato avrebbe voluto tenermi. Era sicuro, se la Juve passava la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona, di riuscire a convincermi a restare. A Torino al ritorno vincemmo solo 1-0 dopo una grande partita e fummo eliminati. Baggio fece cose strabilianti. La mia esperienza in bianconero finì quella sera.

Altro errore?

Dopo la Juve mi chiamò Paolo Mantovani, il presidente della Sampdoria che aveva appena vinto lo scudetto. Per Boskov nutriva stima e riconoscenza, ma riteneva che dopo 5 anni fosse il tempo di cambiare. Voleva me, aveva l’approvazione degli uomini spogliatoio: Mancini, Mannini, Vierchowod. Rifiutai e, ulteriore clamoroso sbaglio, tornai a Bologna. Lo feci per non scontentare gli amici con cui avevo passato anni indimenticabili. Ma già alla partenza del pullman verso il ritiro, mi chiedevo cosa ci facessi lì.

Certo che andare dal Bologna alla Juventus fu il massimo.

No, il massimo fu passare dall’Ospitaletto al Bologna. Un capolavoro: prendere buona parte di una squadra di ragazzi che avevano stravinto la C2 e l’anno dopo portarli a dominare la serie B. A Ospitaletto avevo una rosa di 14-15 giocatori, ogni tanto inserivo uno-due della Berretti. Fin dall’inizio si percepiva qualcosa di magico. Ricordo il debutto in Coppa Italia, a Crema. Alla fine del primo tempo, vincevamo 3-0. All’intervallo Corioni entrò nello spogliatoio, era incredulo. Si avvicinò e mi chiese: Gigi, non è che poi questi scoppiano alla svelta? Fece presto a ricredersi. E non dimentico Alfredo Mosconi, grande uomo di calcio: fu lui a portarmi a Ospitaletto dall’Orceana.

Ospitaletto-Orceana, derby di Pasqua dell’86, serie C2. Lei alla guida dell’Orceana.

Vincemmo per 1-0 e negai la promozione all’Ospitaletto, per il quale avevo già firmato. Avrei potuto allenare in C1. Feci il mio dovere fino in fondo. Io sono fatto così.

L’Ospitaletto preso in C2. La sua fortuna dopo la gavetta.

Ma il calcio vero è tra i dilettanti. All’Omas Pontevico avevo i migliori giocatori: Guarneri, Saleri, Borra, Bonetta, Beppe Prati in porta. E un presidente come Walter Scalvenzi, eccezionale. E il Leno? Il numero uno era il mitico Polloni, voleva portarci in ritiro estivo in montagna, dove era stata la Roma e, prima ancora del prezzo (78 mila lire al giorno per persona, pazzesco per una squadra di Prima categoria), al padrone dell’albergo chiese il menù.

Lei è stato pure a Lumezzane.

Il mio capitano era Carletto Bonomi, uno che avrebbe potuto giocare come minimo in serie B. Una volta si fece male a una caviglia, era gonfia come un melone. La domenica dopo c’era una sfida importante con la Bedizzolese. Convinsi Bonomi a giocare in quelle condizioni. Il Lume vinse 1-0 con un suo gol: Carletto era un capitano vero.

Un bilancio dei suoi primi 70 anni?

La cosa più bella è che sono ancora con la famiglia: mia moglie Bruna, i miei figli Christian e Paolo. Ai tempi di Crotone, quando lo stipendio non arrivava mai, si mangiavano pomodori e patate. Però, che soddisfazione: quando allenavo la Primavera, a Cirò Marina battemmo per 4-1 la prima della classe, il Napoli di Mariolino Corso. C’erano 3.000 persone in festa. Queste sono le cose che ricordo di più. I miei 70 anni? Sono arrivato alla Juventus partendo dal Real Brescia. Non è da tutti.

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