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22 ottobre 2017

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27.08.2017

Interviste

«Da Fellini a Hirst
L’arte è un sogno
che fa stare bene»

Stefano Bombardieri: figlio d’arte, nato a Brescia il 28 gennaio 1968, ha portato la sua arte in tutto il mondo
Stefano Bombardieri: figlio d’arte, nato a Brescia il 28 gennaio 1968, ha portato la sua arte in tutto il mondo

Pensiero forte e chiaro: «Non potevo fare altro. Non avrei voluto».

Stefano Bombardieri ridisegna così il concetto di predestinato. La natura si asseconda, è un Dna che non si combatte. Non avrebbe senso: la natura vince con la forza della sua bellezza, la natura trionfa anche nell’opera di uno scultore che non ha dovuto scegliere, aveva un flusso da seguire, l’ispirazione innata che si riflette nei suoi rinoceronti alter-ego, nei suoi animali anello di congiunzione fra l’uomo e la terra. Opere come riflessione e rifugio da un mondo che va perdendo sensibilità. Uno sguardo ora ironico, ora malinconico, per esorcizzare l’universalità del dolore.

L’apprendistato non l’ha consumato nell’Istituto d’Arte, cresciuto com’è nel capannone in cui giocava mentre suo padre Remo lavorava. Nessuna costrizione, nessun consiglio. Una passione si tramanda anche lasciando libera la mente di chi ha già in sé qualcosa da dire. «Ho portato avanti il mio percorso senza condizionamenti - ricorda Stefano -. Non mi sono posto problemi, ho assecondato l’attitudine divertendomi a crescere. Creare mi fa stare bene, è come una cura».

«Bombardieri su Brescia», la doppia mostra ospitata un anno fa dall’Aab, ha raccontato la storia artistica di famiglia nel rispetto delle vostre diversità: suo padre ormai votato all’astrazione, lei impegnato a raccontare la perdita di umanità che caratterizza i tempi nostri.

Ho la fortuna di avere un grande padre, che mi ha sempre e solo appoggiato, mai spinto.

Ha seguito le orme?

Non ho seguito io mio padre: è lui che ha seguito me. Senza invidie. Ha capito cosa volevo fare, mi ha detto spesso sei più bravo di me... Competizione zero, assoluta complementarità.

Bombardieri sinonimo di sperimentazione?

Assolutamente sì. Al di là dei materiali, che ho sempre provato con curiosità, tanto che nel prossimo periodo anziché vetroresina e bronzo penso di utilizzare poliuretani, mi piace testare nuove forme espressive in base al concetto che mi anima. Ci sono molti modi. I mezzi non sono dogmi. Mi ritengo abbastanza concreto.

Crea ed espone da vent’anni. I suoi animali come metafore della complessità esistenziale, oltre a mettere l’uomo al centro del suo lavoro, hanno saputo interessare e provocare, anche se si capisce che l’intento non era quello.

Esatto. A me interessa l’uomo, analizzare la sua reazione agli eventi, approfondire la sua ricerca di un equilibrio di fronte al rischio di annientare se stesso distruggendo il pianeta che abita. Mai pensato a tavolino di creare qualcosa di provocatorio. Ma mi rendo conto di aver suscitato emozioni forti, di aver provocato anche senza volerlo.

Torna in mente il primo periodo di un cineasta come Pedro Almodovar, che non si faceva condizionare dal contesto di una Spagna tardo-franchista e si stupiva vedendo le sue opere estreme vietate e condannate. «È tutto naturale», diceva della sua rappresentazione della sensualità. Aveva ragione, ma evidentemente niente è più scandaloso della naturalezza.

Anch’io non bado al contesto: stupire me stesso, questo voglio. Ho una visione, la mia, e non penso a chi ne fruirà. Onestà comunicativa per un’arte coerente. In fondo è un investimento: gli oggetti così emanano forza, la gente la percepisce e ne è attratta.

La sua svolta, nell’arte?

Il momento-chiave c’è stato durante un’esposizione collettiva a Bordighera. Un gallerista di Montecarlo ha visto un mio rinoceronte appeso. Vienimi a trovare: da lì è cominciata la carriera.

Perché i rinoceronti?

Sorridendo dico che vivo appendendo rinoceronti. Una trentina d’anni fa ero rimasto colpito da una fotografia tratta da «E la nave va» di Federico Fellini. Raffigurava un rinoceronte sospeso a cavi e cinghie, malato, che veniva caricato su un transatlantico per arrivare in America. Ho tenuto quell’immagine nel cassetto per molti anni e al momento giusto l’ho tirata fuori.

Ama Fellini?

Amo gli artisti sognatori, onirici, come Fellini certo. Panamarenko, Damien Hirst. Oggi a Brescia stimo tanto Felice Martinelli, e non perché è mio amico. In casa metterei solo cose create da lui. E apprezzo altrettanto il lavoro di un fotografo come Roberto Cavalli. Adoro l’arte che è ricerca.

Cosa cercherà di fare con il suo prossimo progetto?

È in fase di realizzazione una mia opera monumentale all’ingresso di Mentone, in Francia, commissionata dal Comune. Per una città di mare il tema era logico. Ma ho incontrato persone molto aperte, per fortuna.

A Brescia farà qualcosa?

Mi piacerebbe, ma credo che la Giunta comunale faccia bene a far esporre artisti che arrivano da fuori. L’arte non deve essere questione di campanile. Troverei interessante che un’Amministrazione proponesse i propri artisti ad altre città, in altre nazioni, appoggiando forme di gemellaggio e contaminazione. Confini io non ne vedo. La mia prossima mostra personale sarà in Canada, con un mio gallerista francese che ha aperto una sede là, in ottobre.

Padre, figlio. E il resto della famiglia?

Fa altro. Mia madre Luisa ha fatto prima la segretaria, poi la casalinga. Io sono il secondo di 3 figli, fra la mia sorella maggiore Daniela e Silvia, la piccola di casa. Cristina, mia moglie, si occupa di programmazione, di computer. Grazie a lei ho scoperto quanta creatività possa esserci anche in questo ambiente. Poi... Mi porta in giro, mi fa un po’ anche da tour operator.

Viaggiare le piace sia per lavoro che per diletto?

Mi piace, tanto, sempre. Faccio viaggiare tantissimo anche mio figlio Francesco, che ha 5 anni, gioca, frequenta lo studio.

Bombardieri III?

Per adesso si diverte, si impolvera. Qualcosa gli resterà impresso del gioco, dell’arte, dei viaggi. Io lo lascio libero.

Come han fatto con lei. Ma se un giorno suo figlio le chiedesse cos’avrebbe voluto fare, se non fosse diventato artista?

Gli direi che da bambino magari sognavo di fare l’astronauta. Ma che in realtà ho capito molto velocemente qual era la mia strada.

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