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20 giugno 2018

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04.03.2018

Interviste

«Da qui a Istanbul
come al Pantheon:
una vita per l’arte»

Federico Severino: bresciano, classe 1953, figlio del filosofo Emanuele, è l’unico artista vivente ad avere un’opera esposta al Pantheon
Federico Severino: bresciano, classe 1953, figlio del filosofo Emanuele, è l’unico artista vivente ad avere un’opera esposta al Pantheon

Vocazione alla costruzione, vocazione alla rivoluzione. L’unico artista vivente ammesso al Pantheon, dove spicca il suo altare in bronzo dorato, è un predestinato: la cultura era nella culla. Ma lui ha scelto di testa sua, e fatto la sua strada, senza il timore di spiazzare. Suo padre Emanuele è uno dei maggiori filosofi viventi? Lui, Federico Severino, è diventato uno dei migliori scultori italiani (e non solo). Gli anni della contestazione se li è vissuti tutti, indossandoli come una seconda pelle? Adesso è uno dei più grandi esponenti nel campo dell’arte sacra. «Tutto è cominciato con il pongo - sorride il talento bresciano classe ’53, apprezzato nel tempo soprattutto per le sue opere monumentali -. Giocavo coi soldatini, mi piaceva crearli da me. Ho iniziato da piccolo. Mi divertivo tanto».

Com’era da bambino: subito creativo?

Ero un bambino solitario. Amavo costruire. Sono cresciuto in via Callegari, in città. Nato in cucina, appoggiato su una stufa… Scottante per davvero, venire al mondo. Avevo il cordone ombelicale attorcigliato intorno al collo. Ci sono riuscito lo stesso, a nascere. Alle elementari poi la mia maestra sosteneva fossi deficiente. Il dubbio in effetti mi è rimasto.

Non era un bravo studente?

Mai stato. Avevo interessi forti per determinate materie, menefreghismo notevole per altre. Non destavo particolari entusiasmi, negli insegnanti. Ho fatto il classico, l’Arnaldo, dove mio nonno insegnava al liceo ed era ancora attivo fra i professori, che a loro volta erano dei bei personaggi. Adesso no: sono tutti omologati, mi sembrano tutti uguali. Al ginnasio venni rimandato in greco e in matematica. Ricordo un’estate tremenda in cui dovevo studiare, ma avevo un rifiuto totale.

A cosa preferiva dedicarsi?

Alla contestazione. Ero un piccolo pasionario. Il mio passatempo preferito però era creare. Ero uno studente delle medie quando andavo a impratichirmi da Domenico Lusetti. Conosceva Bruno Boni, che aveva fatto da tramite. Stavo bene, nello sgabuzzino del suo studio. Lusetti mi faceva lavorare, e a me piaceva stare lì. Col ginnasio ho dovuto diradare, smettere, poi ho ripreso al primo anno da universitario: Lusetti era morto nel ’71, ma la moglie mi consentiva di frequentare ancora quello studio. Piano terra, via Ferramola. Lo sentivo un po’ come casa mia, ero felice fra quelle mura. In quegli anni conobbi Alberto Chiappani, che mi presentò Fausto Lorenzi. E nel 1974 allestivo la mia prima mostra nella sede dell’Aab.

Passione rovente per l’arte. L’università?

Ero stato iscritto a medicina. Dopo un anno e una bocciatura, decisi di iscrivermi a filosofia. Poi mi sono anche laureato, perché mi affascinava il suo nucleo misterioso. Andai via di casa, quando ancora ero studente, nel periodo più agitato della contestazione. E volevo fare arte. Del resto erano tempi favolosi, per il mercato. Oggi, se hai una vocazione precoce come l’avevo io, se non hai una struttura che ti sostenga, i costi sono impossibili, non vai da nessuna parte. Le Amministrazioni vogliono vincere facile, supportando gli artisti affermati. Penso ai ragazzi che escono dalle accademie, dalla Laba, da Santa Giulia. In un periodo come questo di consumo ludico e rapido, anche la preparazione multimediale e tecnica aiuta fino a un certo punto.

Tutto peggiorato, rispetto a quando aveva vent’anni lei?

Sì, trovo che adesso la figura dell’artista sia mortificata, costretta in situazioni episodiche. C’è un’elite economica, che non vuol dire intellettuale: chi non si appoggia è perduto, rischia di dover cambiare mestiere. L’arte convive con mode, con tendenze nel gusto che cambia in fretta. Non si può pescare in un laghetto, bisogna farlo in un oceano.

Cosa serve?

Una galleria. Io da una decina d’anni lavoro con la Liquid Art System di Franco Senesi. Insieme abbiamo organizzato svariate mostre personali all’estero: da Londra a Istanbul, passando per Russia e Stati Uniti. Mi trovo molto bene. Non sono anni facili, in generale le gallerie rivaleggiano fra loro, come capita agli artisti. Ma io non ho problemi. Non soffro di rivalità, non ne ho mai sofferto.

Opere monumentali in bronzo per enti pubblici, religiosi e privati. E poi l’altare in bronzo dorato al Pantheon, a corredo di una Via Crucis e di un ambone. Come si è avvicinato all’arte sacra?

Devo dire grazie a persone come don Angelo Pavesi, cappellano che mi ha fatto da tramite a Roma, e a Giuseppe Camadini, che mi aveva preso a benvolere. La visione illuminata dell’arte di Papa Paolo VI era il suo criterio. Una visione che si è completamente persa. Quello che ho ottenuto me lo sono conquistato sul campo, scoprendo nell’arte sacra un mondo di una complessità stimolante. Certo gli ostacoli non mancano. Nessun sostegno nemmeno dalla chiesa stessa, ad eccezione del capitolo dei Canonici della Basilica di Santa Maria ad Martyres al Pantheon. Da 4 anni non ho incarichi di arte sacra: è un periodo di ripensamento.

Se le dico Brescia?

Ha sempre espresso grandi scultori, ma pochi professionisti. Perché gli artisti sono penalizzati. Ho vissuto trent’anni a Capriolo, vita ritiratissima, e sono tornato in città solo da 4 anni. Dico che occorrerebbero fatti nuovi per aiutare concretamente gli artisti e uscire da questo clima generale torvamente barocco, improntato alle caste e al nepotismo. So che può far sorridere, sentirlo dire dal figlio del filosofo Severino. Ma io ho fatto altro, camminando con le mie gambe.

Suo padre la rispetta tanto, al punto che lei un giorno disse: «Non viene mai alle mie mostre, altrimenti si parlerebbe solo di lui».

È vero. Ha sempre rispettato la mia attitudine. La mia passione per l’arte era fortissima fin dall’inizio. Sono andato via di casa presto, ho fatto tanto gavetta. Ho dovuto sudare e l’ho fatto volentieri. Ero uno studente lavoratore e la mia strada non era per niente tracciata, nonostante mio padre.

Cosa pensa dell’opera di suo padre, celebrato proprio in questi giorni qui in città con il congresso «All’alba dell’eternità», a sessant’anni dalla pubblicazione de «La struttura originaria»?

Sono un lettore di mio padre. Lo leggo sempre volentieri. Posso definirmi un fan di Emanuele Severino, e so che c’è stima fra noi, anche se litighiamo spesso e ci vediamo poco. Lo ammiro.

Ammirazione reciproca: l’anno scorso, su queste colonne, suo padre diceva di considerare la sua scultura «fra le cose più rilevanti nel mondo delle arti visive. È stato anche invitato in Russia per l’anniversario della Gazprom, con una mostra permanente nella sede siberiana, in un Paese che sa apprezzare ciò che in Italia spesso è poco considerato».

In Italia purtroppo i tributi sono spesso tardivi. Penso ovviamente anche a mio padre, al quale adesso tutti riconoscono un ruolo fondamentale, seminale. Sinceramente mi irritano gli infiocchettamenti negli omaggi. Si è scoperto che Emanuele Severino era bresciano dopo che è stato apprezzato altrove, o almeno questa è la mia impressione. Come afferma un mio amico, tanti dicono di leggerlo, ma chi l’ha capito davvero? Eppure adesso lo applaudono tutti.

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