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20 novembre 2017

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29.10.2017

Interviste

«Dal jazz a Paolini:
voglio mettermi
sempre in gioco»

Mauro Montalbetti: nato a Brescia l’11 ottobre 1969, con «Il sogno di una cosa» ha avuto 8 passaggi televisivi su Rai5
Mauro Montalbetti: nato a Brescia l’11 ottobre 1969, con «Il sogno di una cosa» ha avuto 8 passaggi televisivi su Rai5

Lasci perdere. Vada a lavorare.

«Alla prima audizione mi fu detto che avrei fatto meglio a cambiare strada», ricorda Mauro Montalbetti. Bresciano, classe 1969, professione compositore. Le sue creazioni risuonano dalla Scala di Milano ai palcoscenici di New York. Apprezzato e stimato ben oltre i confini, a cominciare da quelli imposti dalla visione ristretta di chi a volte non conta fino a dieci prima di etichettare giudicando.

«Ero un bimbo e la musica fu una rivelazione - ricorda -. Non provengo da una famiglia di professionisti, ma di dilettanti sì. Mio nonno e mio zio erano bravi con la fisarmonica, andavano a orecchio, erano autodidatti. Mio zio era un virtuoso. La mia maestra elementare era una pianista dilettante, sposata con un violinista dell’Arena di Verona. L’ho sentita suonare, ho visto per la prima volta dal vivo un pianoforte».

Una folgorazione?

Sì. Ho chiesto ai miei di poter imparare. Sono stato accontentato in parte: mandato a lezione nella scuola di musica di Vigasio, mi fu comprata una tastiera perché non potevamo permetterci un pianoforte. Dopo la terza media, al momento di scegliere cosa fare nella vita, ho chiesto di poter studiare musica e piano.

Cosa le piaceva suonare?

Le colonne sonore. Morricone, Rota. Mi trovavo bene con «Il padrino», ma anche con la «Rapsodia ungherese» di Brahms. Avevo una certa facilità, nel mio approccio ludico. Non dimostravo doti particolari, ma a posteriori si può dire che no, proprio negato non ero.

Tanto difficili, i primi passi?

Al Conservatorio non fui preso. Mi fu detto di andare a lavorare. Il mio primo vero insegnante è stato Antonio Giacometti. Grande compositore, il mio maestro. Che emozione, entrare nel suo studio! Il tecnigrafo, le partiture scritte a mano, quei fogli enormi con la china... Bellissimo. Siamo partiti da Bartok, dall’opera 19 di Schoenberg. Fuori dagli schemi, grazie a Giacometti. Mi ha salvato lui. Mi ha dato una possibilità.

Come l’ha sfruttata?

Ho studiato. Tanto. Ho avuto un’adolescenza normale, avevo amici, la ragazza, ma quando gli altri andavano in discoteca io restavo a casa a studiare. Il fatto è che i miei genitori mi pagavano lezioni private, giustamente esigevano risultati. Io li portavo. Intanto cominciavo a fare lavoretti per racimolare qualche soldo. Così, dai 15-18 anni. Ho dati gli esami da privatista, cosa che allora si poteva fare.

E si è diplomato con lode in composizione al Conservatorio Verdi di Milano.

Non mi fermavo più. La fase di studio è stata breve, ma intensa: al pianoforte con Elena Pasotti, pianista del Dedalo Ensemble, alla composizione con Antonio. Spronato dal mio insegnante nell’88 ho scritto il primo pezzo e partecipato a un concorso, il «Valentino Bucchi» a Roma, che prevedeva la sezione giovani compositori. Antonio, che è del ’57, ha partecipato alla sezione generale. E ha vinto, mentre io preso la menzione d’onore. «Allora sono portato, non devo fare altro», mi son detto. E non ho più smesso.

Cosa desiderava?

Il mio grande amore è stato il jazz. L’ho studiato a Milano e così sono uscito da Brescia. Studiavo con il pianista della Rai Ettore Righello, mi dava standard e io componevo assoli. L’aspetto creativo mi ha sempre affascinato di più rispetto a quello interpretativo. Scrivere, ecco cosa desidero.

Quante composizioni ha scritto?

Ma scrivo sempre... Non le ho mai contate. Credo di essere sulla novantina. Viaggio a una media di tre all’anno. Negli ultimi dieci anni, certo, mi sono dato da fare molto di più.

Da quanto tempo vive di musica?

La svolta è del 2007. Le commissioni sono aumentate e ho potuto smettere di lavorare nelle scuole di musica. Anche se devo dire che insegnare mi ha insegnato molto. Le esperienze con Siem, All’Unisono di Lumezzane, mi hanno consentito di uscire dagli schemi con i miei allievi.

Come Giacometti aveva fatto con lei.

Salvandomi. Io volevo salvarne altri. Poi, nel 2006, ho vinto il concorso «Johan Fux Opera Composition Prize» a Graz, in Austria, con un’opera lirica sulla figura di Sylvia Plath. «Lies and sorrow». Mi ha cambiato la vita, è stato come passare dalla Serie C alla Champions League. Sono stato intervistato dalla tv nazionale, l’opera è stata riproposta 4 volte. Pensare che non avrei mai immaginato di farla, un’opera lirica. Giovanni Peli, che è un poeta bravissimo, ha scritto il libretto un po’ per gioco. Ne è uscito qualcosa di forte, mai eseguito in Italia. Speriamo, in futuro...

Poi, Piazza Loggia.

Il mio consolidamento, il radicamento in Serie A. «Il sogno di una cosa» mi ha segnato. La gestazione è stata lunga, dal 2012 al 2014. Si è creato un meccanismo felice e ho potuto ottenere tanto senza scendere a compromessi. «Il sogno» è complesso, coraggioso. L’avevo proposto al nuovo sovrintendente del Teatro Grande Angelini, che era appena arrivato, mi conosceva dal periodo milanese e ha creduto subito nel progetto, aiutandomi a scegliere le persone adatte. Ho affidato il video ad Alina Marazzi, su suo suggerimento. Collaborazione che è proseguita, dato che poi è stata lei la regista dei video e della scena di «Haye». Stesso discorso per Marco Baliani, l’autore del testo, poi regista e librettista della mia opera su Pasolini, «Corpi eretici». E nel 2014 la Filarmonica della Scala mi ha commissionato un lavoro per orchestra, «Another’s Hell», eseguito sotto la direzione di Daniel Harding. Siamo in 16 ad aver avuto il privilegio.

Adesso sta vivendo un periodo intensissimo.

Allo Spazio Aref la scorsa settimana ho presentato il mio ultimo disco. Il 29 settembre era andata in scena la mia quinta opera, «Haye», sulla migrazione, alla chiusura di un triennio da compositore in residenza al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia. Opportunità che mi è stata data dopo «Il sogno di una cosa». Il 5 ottobre è andato in scena al Teatro di Klagenfurt «Il giorno di un dio», di Cesare Lievi, con musica mia. Il 9 novembre al Teatro Massimo di Palermo debutterà «#Antropocene»: regìa, testo e voce recitante di Marco Paolini, rap e voce concertante di Frankie Hi-nrg Mc, direzione del violoncellista Mario Brunello, musiche mie.

Se le avessero detto vent’anni fa che avrebbe realizzato un progetto con Frankie e Paolini?

Avrei dato del matto a chi me lo diceva. Ma è il bello è di mettersi in gioco.

Colleghi che stima?

Tanti. Rossano Pinelli è bravissimo. Penso anche a Giacometti, anche se lui ama diversificare, insegnare, è direttore del Conservatorio di Modena. Io mi sono concentrato sulla composizione.

Suonare a parte, cosa le piace fare?

Leggo. Romanzi poesie saggi: di tutto! Sto leggendo una raccolta di saggi di Berio, il romanzo di Cozzi «Le correzioni». Amo le riviste specializzate. Di carta.

Se non avesse fatto il musicista?

Ah, non lo so. Ho fatto tanti lavoretti, mi piaceva stare in un discount a contatto con le persone. I ritmi quotidiani. Chissà, potevo fare quello... Ma sono nato per fare questo.

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