18 febbraio 2019

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23.12.2018

Interviste

«Giro il mondo,
aiuto le persone:
così sono felice»

Federica Balestrieri, 24 anni in Rai. I suoi siti in Rete: www.livemorewithless.it e www.ri-scatti.it
Federica Balestrieri, 24 anni in Rai. I suoi siti in Rete: www.livemorewithless.it e www.ri-scatti.it

Lasciare il lavoro, cambiare vita. Si può fare, anche da soddisfatti. Si può rinunciare a un posto fisso da star del video, come ha fatto Federica Balestrieri stabilendo un record. Mai nessuno come lei, che due anni fa si è dimessa dalla Rai per dedicarsi alle sue passioni: viaggiare nel mondo, fare volontariato. Due anni dopo, la giornalista (e conduttrice) bresciana è più che mai convinta della scelta. Entusiasta delle missioni della sua onlus «Riscatti», attiva su più versanti: «Adesso - dice - seguiamo un progetto che si occupa di vittime di bullismo assistite all’ospedale Fatebenefratelli. Con i social media che amplificano le umiliazioni, è peggio di un tempo; posso ben dirlo perché da ragazza è toccato anche a me».

Perché la bullizzavano?

A 9 anni ho messo il busto per la scoliosi. L’ho dovuto portare giorno e notte fino ai 19. Non potevo fare quello che facevano gli altri, giusto sciare. Toglierlo è stata una liberazione. Sono stati anni difficili: mio papà era andato via di casa, io e mia mamma abbiamo affrontato tutto da sole. Ho rimosso: ho la capacità di voltare pagina. E a 17 anni avevo il fidanzato più figo della scuola.

Gli studi sono stati umanistici.

Sì. Il liceo classico mi ha dato l’apertura mentale, il metodo. Ho frequentato un po’ l’Arnaldo, un po’ l’Arici.

Suo bisnonno era Egidio Dabbeni, il grande architetto.

E mia mamma Maria Grazia, sua nipote, insegnava lettere. Nello studio mi è sempre stata molto addosso. Quando io e la mia amica del cuore, Francesca Turano che oggi è avvocato, dicevamo tutte contente «Abbiamo finito i compiti», mia madre rispondeva «Avete fatto la metà del vostro dovere».

Dopo il liceo aveva le idee chiare?

Figlia dell’avvocato Balestrieri, mi sono iscritta a giurisprudenza in Cattolica a Milano. Ho dato un po’ di esami mentre sviluppavo la passione per le corse: alcuni miei coetanei come Gherardo Cazzago, figli di amici di papà, correvano in auto, in Formula 3. Studiare costituzionale non mi piaceva, avevo iniziato pure a capire che la giustizia non è uguale per tutti. Nel ’92 sono passata a scienze della comunicazione, prima a Urbino, poi a Torino. Avevo 23 anni.

Il giornalismo chiamava.

Apriva la Gazzetta di Brescia, una mia amica appassionata di storia dell’arte mi ha detto «Andiamo a parlare, tu puoi proporti per i motori». L’ho fatto, il capo dello sport Romano Gandossi ha detto sì. Ho cominciato dalla Cronoscalata della Maddalena. Mi ha notato Gianfranco Bertoli del Giornale di Brescia e sono andata a scrivere lì. Poi sono approdata a Bresciaoggi, sempre allo sport, sotto la guida di Marco Bencivenga.

Non stava ferma.

Grazie a mio padre Stefano, che ha creduto in me, ho iniziato a seguire le gare di Formula 1 della Scuderia Italia, fondata da Giuseppe Lucchini. Ho girato l’Europa, conoscendo Mario Poltronieri ed Ezio Zermiani. Maestri eccezionali. Anni meravigliosi. Sono andata a vivere a Londra: scrivevo per Motoring News, vivevo con Francesco Vezzoli che è dovuto emigrare per avere successo come artista. Mio padre ha comprato le sue prime opere, si vedeva dall’inizio che aveva talento ma a Brescia nemo propheta in patria: io stessa vorrei poter fare qualcosa qui, ma non si presenta mai la possibilità.

Come si trovava in Inghilterra?

Stavo da dio! Con Francesco avevo conosciuto persino Boy George e George Michael. Ma Poltronieri ha chiamato: «A Rai Sport cercano collaboratori, ho fatto il tuo nome, vieni a fare il colloquio a Milano». Non avevo grande voglia, a me piaceva scrivere e in tv ho dovuto imparare l’arte della sintesi. Mi sono pagata un corso di dizione: lavoravo 8 mesi l’anno, gli altri 4 facevo la commessa in un negozio. Dopo 7 anni la Rai mi ha assunto. E ho fatto di tutto, da Sportsera alla Domenica Sportiva, dal ciclocross al calcio. Da Pontoni a Milanello: aspettavo Berlusconi, i calciatori.

Cosa ricorda?

Il freddo. E le storie che potevo raccontare a Dribbling, 3 minuti l’una. Non era come oggi, andavi a parlare con un calciatore e ti apriva le porte di casa: con Weah, dopo che aveva litigato con Zaccheroni, avevamo preparato una torta da portare a Milanello... Ero amica del suo procuratore, che seguiva anche Baresi, Costacurta, Simone.

Fabio Parisi. Oggi suo marito.

Ci siamo fidanzati nel 2002. Ma il calcio non era il mio mondo: ero felice da inviata speciale di Formula 1. Presi il posto di Stella Bruno.

Che non la prese benissimo.

No. Io ero a mio agio a camminare col microfono nella corsia dei box durante le qualifiche. Oggi è tutto impossibile. Una tristezza... Avevo già avuto modo di conoscere Senna e Prost ai tempi di Bresciaoggi e gli anni inglesi mi tornavano utili nelle interviste, perché non era facile tradurre col frastuono della pista. Divertente.

A saperlo fare.

In 24 anni di Rai mi sono messa in discussione tante volte. Quando è stata varata la strana formula della staffetta fra telecronisti della Nazionale ho avuto la fortuna di finire nella squadra di Stefano Bizzotto, grande professionista. Ho fatto 5 partite dell’Italia, ma non era il mio. Sono andata in direzione: «Mollo il posto, prendo il part time».

L’avranno presa per pazza.

Certo. Ma ero serena come lo sono ora: ho sempre avuto la consapevolezza del tempo che scorre e volevo girare il mondo. Ho imparato ad amare l’Asia, scoperto Vietnam, Birmania, Cambogia. Mi è nata la passione dell’artigianato: perché non aprire un negozio di oggettistica asiatica? L’ho fatto a Brescia, nel 2000, con un’amica, in Borgo Trento. Adesso c’è un ristorante. Un giorno Fabrizio Maffei, diventato direttore, mi ha chiamato offrendomi la conduzione di Pole Position, al fianco di De Laurentiis. Grande opportunità. Sono tornata full time e ho condotto per 7 anni. Il caporedattore era Zermiani, il migliore che ho avuto: un capo deve farsi stimare e deve insegnarti qualcosa. Lui è così. Avevo legato anche con Marco Franzelli, che mi fece fare un servizio per la Ds sulla morte di Senna. Amavo raccontare storie più che condurre e allora sono ripartita da zero a Milano col Tg1 di Minzolini, nella redazione Società, occupandomi di moda e non soltanto. Due anni di sfilate.

Com’è nata l’idea di «Riscatti»?

In principio col Tg1: ho iniziato a seguire le storie dei senza-fissa-dimora, poi ho preso ad occuparmi di chi sta peggio anche al di là del lavoro, prestando assistenza con un gruppo di volontari di notte. Panini, tè caldo... Mio marito mi ha sostenuta. Ho fondato un’associazione, nel 2011, e con un’altra realtà di Milano abbiamo aperto il primo social market. Ho promosso una mostra con le foto migliori realizzate da senza-tetto istruiti attraverso un corso specifico. Il padiglione d’arte contemporanea l’ha ospitata anche grazie all’interessamento di Diego Della Valle, con cui avevo legato negli anni della moda. La mostra ha avuto un successo pazzesco. Da lì, nel 2014, è nata l’associazione Riscatti. Abbiamo creato un pool di fotografi per un progetto nuovo ogni anno, con il coordinamento del fotografo Amedeo Novelli, stabilendo un accordo con il Witness Journal. Ci siamo occupati anche di migranti, adolescenti malati di tumore e giovani sopravvissuti al terremoto di Amatrice. Le foto sono state vendute a scopo benefico.

Ha voltato pagina.

Nel 2014, sempre per il Tg1, ero passata agli speciali, ai docufilm, a Tv7 che amavo da bambina: un onore, bellissimo. Ma mi ponevo una domanda: «Farò tutta la vita la stessa cosa?». Si era chiuso un ciclo, avevo dato tutto, ero soddisfatta. Nel 2013 avevo intervistato Simone Perotti, autore del primo manuale sul downshifting.

«Lasciare il lavoro e cambiare vita».

Ho preso 6 mesi di aspettativa, girato i mari col progetto Mediterranea insieme ad altri downshifter, iniziato un percorso di meditazione Vipassana. Avevo già «Riscatti», ho fondato un gruppo di fotografi senza-tetto con la cooperativa K-Pax di Brescia che scatta a eventi e matrimoni. Per finanziarmi un viaggio in India ho disegnato una linea di abbigliamento e l’ho venduta nei market. La prima microcollezione l’ho creata in 10 giorni. Incrocio tessuti guatemaltechi a ricami vietnamiti. Coltivo la diversità, per me è una ricchezza. Da 5 anni organizzo mostre al Pac di Milano e una è stata ospitata anche a Brescia. Con la mia linea di abbigliamento aiuto cooperative di donne nel mondo.

Come si sente?

Felice. Tranne la salute, possiamo controllare tutto: perché avrei dovuto fare quello che non amavo?

 

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