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23 gennaio 2018

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17.12.2017

Interviste

«Ho fatto pace con Brescia
grazie al Teatro Grande»

Emanuele Maniscalco. Batterista, pianista. Compositore, improvvisatore. Bresciano, nato l’11 dicembre 1983. FOTOGRAFIA GALILEO54PHOTO
Emanuele Maniscalco. Batterista, pianista. Compositore, improvvisatore. Bresciano, nato l’11 dicembre 1983. FOTOGRAFIA GALILEO54PHOTO

La lezione che si impara non andando a lezione. Disciplina d’autodidatta, coerenza imparata a casa e rinforzata dai maestri che sarebbe meglio evitare. La strada di Emanuele Maniscalco. Batterista, pianista, compositore. Jazzista. Cresciuto in Franciacorta, ha fatto il giro d’Europa ed è tornato a Brescia ripresentandosi al Teatro Grande carico di esperienze e scoperte. La musica «come parte di sé», che non si può recintare. «Come un viaggio», che non s’impara: si deve annusare, respirare, vivere.

Maniscalco uguale musicista. Da?

Molto piccolo. Papà e mamma sono persone musicali. Mia madre Simonetta ha sempre cantato, mio padre Vincenzo sempre suonato. A tre anni cantavo. Sono andato avanti così.

Come?

Mi han dato la prima batteria giocattolo: sfasciata dopo un anno. La prima vera mi è stata regalata alla cresima. A casa suonavo pure il pianoforte, prendevo lezioni a 7 anni ma a 9 mi sono fermato. Gli insegnanti non mi ispiravano, soprattutto l’ultimo di cui non ricordo nemmeno il nome, solo il fatto che gli staccavo gli adesivi della Lega Nord dalla macchina. In quinta elementare ero un compagno. Mia mamma si era candidata in consiglio comunale a Cazzago San Martino, dove stavo prima di trasferirmi a 12 anni a Cologne.

Al centro dei pensieri c’era la voglia di suonare?

Fino alla prima superiore mi piaceva tanto il disegno, mondo Disney per intenderci. Poi l’hip hop, lo skateboard. Ero sensibile a varie forme di espressione. Disegno anche con mia figlia, Bianca, 7 anni a marzo. Tutto sempre spontaneamente. Nessuno mi ha mai detto Vai a lezione. E non lo farò io, da padre.

Cosa le piaceva disegnare?

Il mio modello disneyano era Giorgio Cavazzano. Avevo chiesto a Topolino l’indirizzo per scrivergli, senza ricevere risposta. Allora avevo trovato sulla guida del telefono in autogrill il suo numero di casa a Venezia.

L’ha chiamato?

No. Mai.

Che cosa ascoltava invece?

Mia mamma i cantautori, per cui non impazzivo. Ero più affine a papà, appassionato di musica brasiliana. Bossanova, Jobim, João Gilberto e dintorni, son le prime cose che ho imparato a suonare. La mia nave scuola.

Introspezione, improvvisazione. Nel tocco, nello stile, lei comunica versatilità. Com’è arrivato al jazz?

Per imparare a conoscere, e amare, Bill Evans e Miles Davis decisivo è stato il quinto ginnasio. Passavo dal liceo Arnaldo in città al Bagatta di Desenzano. Al classico, figli di padri amanti di Doors e Santana. Desenzano è stata la mia isola di Wight. Grazie a quei genitori scappati dal ’68. Poeti maledetti alle soglie del 2000. C’era Vecchioni fra gli insegnanti.

I maestri che non sarebbe meglio evitare.

Infatti. Ricordo la prima jam session in autogestione, le cover dei Led Zeppelin. Mio fratello maggiore Nicola suonava il basso.

Lei ha tre fratelli: Nicola, Lorenzo e Margherita. Che è fotografa. L’arte nel Dna?

Evidentemente. Nicola studiava jazz, frequentava i corsi di Corrado Guarino a Rovato. Una volta mancava il batterista: Vieni anche tu, mi ha detto. Sono andato, son rimasto. Quell’incontro con Guarino è stato fondamentale. Come conoscere il professore e psicologo Raffaele Olivieri. Mi ha parlato lui per primo di Bill Evans.

Se dovesse indicare un musicista di cui è fan?

Difficile rispondere. Mi verrebbe più facile individuare affinità elettive con un singolo fotografo o un designer.

Ok. Fotografo preferito?

William Eggleston, pioniere della fotografia a colori.

Il designer?

Achille Castiglioni.

Nell’autoradio che dischi ha?

Porto come me Alessandro Fiori, Marco Parente, Milton Nascimento. E il mio disco in duo con Sandro Gibellini.

Nella sua carriera tante collaborazioni, da Ares Tavolazzi a Fulvio Sigurtà. Ha fatto musica con Pierangelo Taboni a Giacomo Papetti, Fausto Beccalossi e Dan Kinzelman, Karsten Lipp e Paolo Biasi. Tanti dischi e tanti concerti, volando tra Francia, Svizzera, Germania, Gran Bretagna, Romania, Giappone... Con una seconda patria elettiva: la Danimarca.

Trasferirmi a Copenaghen mi ha fatto entrare in contatto con una parte di me che andava coltivata. Qui avevo suonato con Enrico Rava e Stefano Battaglia, ma volevo una vita più raccolta. Mi mancava un pezzo di me, l’ho trovato lì. Il posto giusto, non troppo legato alla mode, con un jazz non codificato né predefinito. Ero passato attraverso il Conservatorio, ma anche Guarino, titolare di cattedra, mi aveva consigliato di provare. Ero andato dopo un anno e mezzo di studi, dopo la prima esibizione al Teatro Grande. Avevo bisogno di quell’occasione danese: tanta fiducia, niente scadenze, un’audizione di 10 minuti, un colloquio di 30 per far capire quanto fosse importante per me. Uno snodo.

Le fosse andata male?

Avrei fatto il disegnatore. O il designer. Mi piace scrivere, la forma testo. Avrei insegnato. Lo facevo già a Rovato, al Gambara.

Docente di musica d’insieme, improvvisazione, batteria e pianoforte jazz.

Insegno ancora. Quando vedo che può esserci uno scambio, non solo per dare informazioni. Non è un lavoro come gli altri, non posso pensare Ho bisogno di soldi, quindi insegno. No. È una cosa sacra per me. Ma avevo bisogno della mia controparte artistica.

Cos’ha trovato a Copenaghen?

Una scena interessante, dal livello alto. I ragazzi sono incoraggiati a esprimersi. C’è una competizione sana, benevola, senza la frenesia di Londra. E poi...

È tornato a Brescia.

È stato il Grande a farmi fare pace con la mia città. Me ne ero andato stanco dell’Italia. Poi ho incontrato sulla mia strada il sovrintendente Umberto Angelini. Occupiamoci di jazz al Grande, mi ha detto. Mi ha dato fiducia, mi ha fatto sentire come se Brescia fosse Copenaghen. Da lì son successe tante cose.

Sulla scorta della Festa dell’Opera, anche La Grande Notte del Jazz.

Portiamo avanti tanti progetti. Angelini ha il gusto di fare cultura.

Se si guarda indietro, in quale produzione si riconosce di più?

L’esperienza con Ecm Records è stato molto importante. Lavorare con Manfred Eicher è stato bello, spero di poterlo rifare.

Il suo nuovo disco è appena uscito.

Con Il Sogno, «Birthday». Un progetto nato sull’asse Brescia-Copenaghen, registrato al Poddighe Studio, realizzato con Tomo Jacobson e Oliver Laumann. Il disco è coprodotto dal Grande, spero di poterlo proporre presto col trio a Teatro. Al Grande mi esibirò anche il 6 marzo con Thomas Morgan. E sto lavorando a un disco in cui suono sia piano che batteria. Porterò Musicamorfosi a Milano, nel 2018. Una proposta più ambient. Minimalista.

Gian Paolo Laffranchi
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