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22 ottobre 2017

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17.09.2017

Interviste

«Il crimine seduce
Ma i killer inafferrabili
sono solo leggenda»

Massimo Picozzi: psicologo e criminologo
Massimo Picozzi: psicologo e criminologo

Analisi in diretta: Massimo Picozzi l’ha fatta venerdì sera a «Quarto Grado», trasmissione di approfondimento di Rete Quattro, toccando come sempre i casi più spinosi della cronaca italiana. E ricordando l'appuntamento mattutino al CanossaCampus di Brescia, con gli studenti dell’Istituto Canossiano. Solo l’antipasto de LeXGiornate con lo psichiatra, criminologo e scrittore milanese. Un segugio della nera nostrana, sul pezzo sempre e comunque. Capace, con il collega Carlo Lucarelli, di tracciare percorsi e analisi del male, contribuendo ad arricchire la storiografia di genere. Sarà nell’Aula Magna dell'Università Cattolica di via Trieste oggi, alle 18.

La seduzione del crimine: titolo emblematico. Perché il crimine seduce, e parecchio.

Facciamo di tutto per farlo diventare un mito, a volte. Ma solo una piccola parte può appartenere in qualche modo alla categoria: la maggior parte dei criminali è rappresentata da persone misere, a cui dobbiamo costruire intorno qualcosa. La realtà è diversa da quella che appare.

Lei l’ha toccata con mano.

I serial killer che ho incontrato e periziato nella mia vita erano tutto, meno che miti. Quel prototipo dell’assassino inafferrabile che gioca con la polizia è una leggenda.

Eppure personaggi come l'archetipo Pietro Maso, in passato, ma anche Erika De Nardo più recentemente, hanno acquisito una fama da star. È un problema della contemporaneità?

E Wilma Montesi allora? Il Mostro di Firenze? Il problema già c’era. La Domenica del Corriere dedicava puntualmente la copertina a episodi scabrosi, ma capaci di intercettare l’attenzione del grande pubblico. Gli assassini più efferati risalgono addirittura al periodo tra ’500 e ’600: alcuni di loro fecero anche centinaia di vittime. La differenza? Sta nella moltiplicazione televisiva. Ma la morbosità, l’attenzione per questi temi c’è sempre stata.

È un problema di valori? O di identificazioni sbagliate?

Credo più la seconda. Il criminale è spesso visto come quello forte, e questo crea empatia. Chi non ha fatto il tifo per Hannibal Lecter, guardando «Il silenzio degli innocenti»? Per non parlare di Jack Nicholson in «Shining», nei panni di Jack Torrance. C'è sempre stata gente fragile che ha identificato nell’assassino un possibile punto di forza, qualcuno che ha fatto quello che loro non avevano il coraggio di fare.

Si diceva delle televisione: è quello il problema principale?

Non solo. Penso a un caso in particolare: quello di Alfredino Rampi. Venne trasmesso in diretta e la sua morte in quel pozzo artesiano, a Vermicino, divenne una trasmissione: la Rai trasmise le ultime 18 ore della vicenda. Non credo che oggi una cosa del genere potrebbe avvenire. Questo per dire che la tv non è diventata più splatter, anzi. È una questione di spazi.

Lei sul piccolo schermo ci va spesso. Anche volentieri?

Si può tranquillamente spiegare in termini semplici quello che le persone vogliono capire. Mi sembra giusto trasmettere, attraverso trasmissioni di qualità, nozioni come prove del Dna e altre questioni scientifiche. Non trovo giusto, invece, rovistare nella vita privata delle persone.

Non c’è il rischio, in questo modo, di cadere nella ricerca del colpevole a tutti i costi?

In ognuno di noi c’è una parte oscura, che vogliamo maneggiare proiettandola all'esterno, appassionandoci a queste storie.

Almeno con i libri si rilasserà. Cosa c’è sul comodino di Massimo Picozzi?

Sono un appassionato totale di Stephen King, in particolare de «La torre nera». E sapete perché King funziona? Perché in lui l’ambivalenza tra bene e male c’è sempre. E questo cattura il lettore.

Ma da cosa nasce, il delitto?

Dall’impeto: gli omicidi sono molto spesso dovuti a follia e passione. Qualche traccia si lascia sempre proprio per questo motivo. Nessuno dei serial killer che ho incontrato aveva l'astuzia diabolica di Hannibal Lecter, credetemi.

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