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13 dicembre 2017

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24.09.2017

Interviste

«Il design è un’arte
con cui illuminare
il mondo intero»

Giuseppe Maurizio Scutellà: classe 1962, sangue siciliano e calabrese nelle vene, è lumezzanese da quando aveva 6 mesi
Giuseppe Maurizio Scutellà: classe 1962, sangue siciliano e calabrese nelle vene, è lumezzanese da quando aveva 6 mesi

Fiat lux. Lui può dirlo davvero. Giuseppe Maurizio Scutellà, origine sicula, tempra valgobbina, passione come luce che ravviva e riscalda. Le parole sono azioni per questo ragazzo degli anni ’60 trapiantato da Alcamo a Lumezzane presto assai. Qui ha preso l’accento, imparato il dialetto, colorato nebbie e virato gli orizzonti post-moderni del design verso un’arte brillante dalle radici antiche.

Designer, dunque artista: si può fare, Scutellà lo è e lo dimostra al mondo con le sue opere, che dicono tutto per lui. Anche se da dire ha tanto, eccome. E lo fa ora, per la prima volta.

«Sono stato intervistato in Germania, Inghilterra, Danimarca; in Italia comincio adesso», sorride Scutellà. I suoi successi non potevano passare inosservati. Suo è il design della lampada che ha contraddistinto l’ultimo decennio, dalle forme ormai familiari. Pirce, presentata con Artemide al Light&building a Francoforte il 6 aprile 2008, ha fatto incetta di premi: Good design 2008, Red dot award 2009 ,Iff award 2010, riferiti tutti «a quella che è diventata la seconda famiglia di prodotto più venduta nel catalogo di Artemide, subito dopo Tolomeo che è nata 30 anni fa. Poi ho avuto la fortuna di collaborare per tanti progetti con tante aziende diverse, dall’illuminotecnico al welness».

Fortuna: considerato il suo percorso, non la parola più adatta.

In effetti è stata lunga, la strada.

È partito dal Trapanese.

Dove sono nato il 23 aprile del ’62.

Ma come ci si arrampica da Alcamo a Lumezzane?

Mio padre Pasquale, classe 1920, ha combattuto la seconda guerra mondiale. Mia madre Gina, che questo sabato ha compiuto 91 anni, si ricorda ancora tutti i numeri di telefono a memoria. Era insegnante alle elementari. L’insegnante dei bambini di Lumezzane. Negli anni ’60 vinceva i concorsi e non veniva estratta mai, poi ha vinto a Brescia e ci siamo trasferiti. Prima a Malonno, poi a Lumezzane: nelle sue classi ha avuto 3 generazioni.

Com’è stata la sua infanzia?

«Non sei dei nostri, ma sei il figlio della maestra»: in modi diversi, mi veniva ripetuto in tutte le salse. In dialetto soprattutto. Eppure sono qui da quando avevo 6 mesi… Sono venuto su in una frazione. a Piede, Piatucco, come mio fratello Graziano che è più giovane di 11 mesi. Madre sicula e padre calabrese, ma ho sposato un’austroungarica: una bresciana, Daniela, con cui ho messo al mondo due ragazze, Giulia di 23 anni e Marta di 19. La prima studia magistrale, lingue alla Cattolica; la seconda sta facendo uno stage in un’azienda di multimedia e abbraccerà il prossimo anno un corso di regìa a Milano.

Lei ha abbracciato la carriera da designer. Come è avvenuto?

Ogni designer ha il suo percorso. Io sono un autodidatta. Fin da piccolo ho sempre avuto la matita con me. Appassionato di fumetti, Marvel tutti. Ma ho cominciato presto a leggere riviste di design, di interni, di moda. Finita la scuola media, avrei dovuto fare l’artistico, ma era a Bergamo, durava 4 anni… Ero in un contesto industriale, scelsi l’Itis Castelli che aveva una sezione staccata a Lumezzane. Una scuola distante dai miei interessi, e non facile: eravamo tre prime da 25 alunni, siamo arrivati ad essere una quinta da 8. Mi son diplomato, ho fatto il progettista di stampi di pressofusione plastica per 10 anni da Bossini, mi sono trasferito alla Mepra perché potevo seguire anche la parte relativa al design. Ho lavorato quasi 30 anni da dipendente, sempre innamorato delle lampade.

I suoi maestri?

Tanti, da Angelo Mangiarotti a Gae Aulenti: grandi personaggi, molto avanti. Ho voluto osservarli, studiarli.

Design come arte?

Bruno Munari li scindeva. Ma nel design moderno la connotazione estetica è fortissima. Il mio progetto non può prescinderne. Gli snobismi vanno banditi, è l’epoca delle contaminazioni.

Se dovesse scrivere un’autobiografia, come la intitolerebbe?

«Da mezzanotte alle 3». La storia della mia vita. Abituato a tenere i ritmi lavorativi lumezzanesi, roba che già alle 8 del mattino è come nuotare in un oceano con le onde alte 6 metri.

Il primo progetto?

Lo mandai alla Flos. Una lampada da terra, rimasta un anno nella sala prototipi. Alla fine non si è fatto nulla. Non ero abbastanza nome, ma con la mia grande passione sono arrivato a conoscere l’amministratore delegato. E così ho creato 3 lampade con Federico Cittadini. All’Artemide sapevo che guardano il progetto prima del nome dell’autore. Ho inviato una mail al presidente, mancavano 3 mesi al Salone Light and Building: «Il progetto non interessa». Poi sono stato richiamato, «È un prototipo che vorremmo sviluppare». Mi sono crogiolato nell’idea che fosse vero, fino al giorno del Salone. Sentita la ditta… si erano dimenticati di dirmelo: «La sua lampada la facciamo eccome, è al Salone, è la novità da copertina, ci piace molto».

La sua reazione?

Quando mi hanno telefonato stavo per tamponare. Piangevo di gioia. Ho incontrato il presidente, l’ingegner Ernesto Gismondi, e gli ho stritolato la mano. La seconda volta non voleva stringermela più... Mi sono licenziato, ho lavorato per un’altra azienda 5 anni, ma di fatto ho ricominciato una vita, da designer, 46 anni. La mia lampada è conosciuta e fa luce in tutto il mondo. Con le mie figlie a questo proposito facciamo un gioco.

Quale?

In qualsiasi contesto, in Italia o all’estero, mi do 3 giorni di tempo per trovare una lampada delle mie in giro, ovviamente non in un negozio, sarebbe troppo facile. Comunque vinco sempre.

Com’è fare il designer oggi?

Per i giovani è difficile. Si vive di proposte, ogni anno un’azienda riceve 1500 progetti. Io ho affrontato tutto con piglio bresciano, lumezzanese. Se ci credi ce la puoi fare. E io ho fatto. Rubinetti caffetterie mobili lampade… Cercando di trasmettere sempre la mia idea estetica. Il mio lavoro è anche il mio hobby. Amo la scultura, ho conosciuto i Bombardieri perché Remo venne per un preventivo alla Mepra, io andai a trovarlo nel suo atelier e… Mi appassionai. Ora per me fare progetti è come respirare.

Il prossimo?

Con Artemide, al Salone in aprile: mi faccio un regalo di compleanno. E sto lavorando con il colosso araboindiano Rak Ceramics. Il lavoro non manca, sono felice. È quello che ho sempre voluto.

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