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20 novembre 2017

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12.11.2017

Interviste

«Io, archeologo
nato per cantare
felice di divertire»

Piergiorgio Cinelli: fra i tanti rifacimenti giocosi, «Andòm a Colombare» (dall’arcinoto «Andiamo a comandare» di Fabio Rovazzi)
Piergiorgio Cinelli: fra i tanti rifacimenti giocosi, «Andòm a Colombare» (dall’arcinoto «Andiamo a comandare» di Fabio Rovazzi)

Quando al cinema usciva Indiana Jones, non poteva certo immaginare di diventare un pochino come lui: un archeologo che fa spettacolo.

Non è un personaggio cinematografico, non fa acrobazie sugli schermi di tutto il mondo, ma personaggio atipico e irresistibile lo è senz’altro, Piergiorgio Cinelli. «Pirlo pota e rock & roll». Il re delle parodie in dialetto che sa insegnare canto. L’artista dello sberleffo dalla preparazione solida. Normale. Comici e comicanti, dai fasti di Totò fino a Elio e Le Storie Tese, sono di regola così: per far sorridere il pubblico occorre serietà. Questione di applicazione, di aspirazioni, di approccio alla vita. «Anche se io proprio non immaginavo di fare sul serio - sorride Cinilì -: ho cominciato per scherzo, e pure tardi».

Invece, eccoci qui: decine di concerti, show, video, una fama indiscussa a Brescia e dintorni. Tutto questo partendo da?

Una casa piena di musica, direi.

Suo fratello Charlie ha intrapreso la strada che conduce ai palchi molto prima. Lei ha preso una rincorsa più lunga.

È vero. Come lui sono nato a Sarezzo nella seconda metà del ventesimo secolo. Amo dire così. L’età? Sono del 1961, mentre Charlie è del 1958.

Fratelli d’arte.

Come Paolo e Giorgio Conte. Sta di fatto che i nostri genitori cantavano. Entrambi: nel dopoguerra, negli oratori, in parrocchia, nei varietà improvvisati. Mia mamma cantava ai matrimoni. Non lo sapevamo, io e Charlie, ma l’avevamo nel sangue.

Come ha cominciato?

Con il coro della parrocchia, ovviamente. Avevo 4 anni. Ho fatto il mio percorso dalla banda comunale ai falò d’estate con la chitarra. Charlie la suonava già, e bene da subito devo dire: era portato, aveva talento. Di lì i primi concerti e i primi gruppetti per lui, che era amico di Roberto Soggetti. Suonavano insieme, poi una volta finito il militare mio fratello è stato ingaggiato dal gruppo che seguiva in tour Iva Zanicchi e ha cominciato a girare.

E lei?

Io facevo l’hobbysta. Pian piano ho preso a cantare in piccole band, facevo cover, serate nel weekend. Man mano più intensamente. È diventato un secondo lavoro, visto che già facevo l’archeologo di mestiere.

Non cercava nient’altro?

Sinceramente no, ero contento così. Ma quando ho realizzato il primo disco, nel 2006, ho visto che la cosa funzionava. E fare musica è diventato una professione.

La sua pagina su Wikipedia è in dialetto bresciano. Ma il suo ultimo progetto, in collaborazione con Dellino Farmer, è in italiano.

Non mi pongo limiti, ciò che conta, appunto, è il progetto. Con Dellino, poi, collaboro volentieri da tanto tempo.

Da «A Oflaga» a «Enciochetás söl Garda», passando per «Io no pago pirlo»: avete rifatto a modo vostro Fabri Fibra, Gabbani, Bello Figo, con la profondità della leggerezza. L’ultimo lavoro, «Basta veleni», segna una svolta verso temi sociali?

Sì, ma più che una svolta è il risultato di un’esigenza partita da lontano. Il 16 marzo 2016, per la marcia che protestava contro i veleni che infestano la nostra provincia, erano tanti i cantautori bresciani coinvolti. Quella sera per le strade della città insieme a Charlie e Daniele Gozzetti, Alessandro Sipolo e Alessandro Ducoli, c’eravamo anche io e Dellino Farmer. Abbiamo pensato che fare qualcosa per cambiare le cose fosse necessario. Ci siamo fatti forza con una cena di raccolti fondi, con un’operazione di crowdfunding. Abbiamo fatto la canzone, poi il video, prodotto il documentario. Ci siamo pagati le spese, è stata una fatica ma è valsa la pena. Il risultato si può vedere e ascoltare da pochi giorni. Sono felice, anche se un po’ bollito dalla stanchezza.

È il progetto che sente più suo?

Se devo dire cosa sento rappresentarmi di più, fra le mie produzioni, sono particolarmente legato soprattutto al lavoro che ho svolto con il quartetto d’archi Qui Quo Quartet in «Titanic... Meglio dal vivo», nel 2011. Questione di affinità.

Giovedì era a Serle, oggi alle 17 a Corzano, alla Festa di San Martino: la sua agenda è sempre piena. Il pubblico però è cambiato molto: per la musica dal vivo è sempre più dura?

Purtroppo sì. Io ho la fortuna di partecipare a feste e sagre a ingresso libero. La gente viene, mangia, si diverte, spesso contribuisce a una buona causa. Ma so che se organizzassi qualcosa di mio e basta a pagamento, potrei faticare a riempire una piazza. E il discorso vale per chiunque faccia il cantautore oggi in Italia. Il pienone non è mai scontato.

La soluzione?

Costruire progetti forti che abbiano un senso. La gente magari cambierà ancora.

Se dieci anni fa qualcuno avesse prospettato un simile stato di cose, non sarebbe stato creduto.

Esatto. Ma le difficoltà sono anche uno stimolo per le persone disposte a investire nei progetti.

Com’è il rapporto con Charlie?

Siamo fratelli, abbiamo collaborato e lo faremo ancora. Lui ha sempre fatto cose più ricercate, con i Cats e senza; io sono partito per scherzo e mi sono specializzato nel rifacimento di pezzi famosi, su un versante più commerciale. È andata bene. Mi diverto a girare video: ne ho fatto uno sul cambio della raccolta differenziata con Charlie testimonial. In estate abbiamo fatto date insieme anche all’estero, cioè fuori provincia. Con i Cinellis, poi, facciamo canzoni tutte stile anni ’50, alcune tradotte, altre originali, sempre rock and roll.

Da Charlie a Dellino: lei ama il gioco di squadra?

Sì. La musica è un’ottima forma di collaborazione. Ovviamente amo anche scrivere cose mie. Il prossimo disco, dal vivo, lo presenterò a fine gennaio in una rassegna sul dialetto al teatro Santa Giulia, al Prealpino. Con un po’ di pezzi miei e un po’ di brani famosi rifatti alla mia maniera. Ci sarà un mashup sudamericano: prendo di mira le canzoni tutte uguali.

Archeologo, ok. Ma in ambito artistico Piergiorgio Cinelli come si definirebbe? Musicista?

Non troppo. Direi cantante: ho sempre cantato, ho studiato canto e l’ho insegnato. Riprenderò a insegnare quando smetterò di fare la professione in giro, sul palchi. Ho fatto e faccio anche un po’ di cabaret, certo, con le mie canzoni.

Chi apprezza maggiormente fra i colleghi?

Dellino scrive testi straordinari. E ci sono musicisti bresciani eccezionali, soprattutto nel jazz. Io ascolto di tutto. Fra i cantautori italiani mi piace tanto Brunori Sas.

Per qualcuno, addirittura il nuovo Rino Gaetano.

Paragone tosto, anche se Brunori è bravo. Sono legato al Basket Brescia e rifaccio pezzi famosi a tema cestistico: farò un video della versione da stadio de «Il cielo è sempre più blu». Amo Gaetano come Ciampi, Capossela e poi Tenco, Jannacci... Per la rassegna del Sistema bibliotecario del Sud-ovest bresciano ho ristudiato e riscoperto cantautori che mi piacciono tantissimo. Non mi stanco mai di ascoltarli.

Se oggi avesse vent’anni cosa farebbe: l’archeologo, il musicista?

Potrei fare il videomaker. Pensare e dirigere video mi entusiasma per davvero. Ma forse, se fossi un teenager... sarei uno youtuber. E mi divertirei un sacco. Come mi diverto adesso.

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