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12 novembre 2018

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05.08.2018

Interviste

«Io credo nel blues
E che gioia suonare
con lo zio Rock!»

Beppe Facchetti, musicista di Collebeato, veterano della scena rock-blues bresciana. È nato il 20 luglio del 1965  RÉMY STEINEGGER
Beppe Facchetti, musicista di Collebeato, veterano della scena rock-blues bresciana. È nato il 20 luglio del 1965 RÉMY STEINEGGER

Mito e mistero. Ma quante band ha Beppe Facchetti? Di quante fa parte, quante ne ha avute (e quante ne avrà)? Il numero esatto non c’è e questo indubbiamente complica la vita col Guinness dei primati. Ma quante birre Guinness, per gli spettatori amanti del rock e non solo del rock, nelle serate che l’hanno visto impegnato a percuotere piatti e tamburi... «Non so nemmeno io il numero esatto dei miei gruppi, davvero - si schermisce il ragazzo degli anni Sessanta -. Di sicuro meno di quelli di un jazzista medio: fare progetti su progetti è l’essenza stessa del jazz. Io vengo dal rock, quindi boh. Più di cento di sicuro. Un centoventi, diciamo».

Di sicuro è un momento magico. Passa da un pienone all’altro con Omar Pedrini, con Slick Steve & The Gangsters, e ha conquistato il palco di Pistoia Blues con i Superdownhome.

Obiettivamente non è mai andata così bene.

Se fosse nato in America?

Una vita diversa? Bah. Trasformerei la famosa frase di John Milton in una domanda: «Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso»? Là ci sono stato, per anni, in gioventù: la concorrenza è spietata. E pochi si atteggiano, a differenza di quel che capita spesso da queste parti, dove di Bowie non ne conosco, ma di gente che crede di esserlo sì. In America mi pare non ci siano wannabe, la musica è un loro modus vivendi come fare skateboard o essere giramondo. Anche per i bambini, avere in mano un chitarrino, un tastierino, è normale come per noi in Italia giocare a pallone.

Lei giocava?

Sì. Al San Filippo nella Voluntas, ala destra o centravanti, poi regista fino ai vent’anni. Quindi ho iniziato con la musica. Facevo giurisprudenza: «Io vorrei suonare», ho detto ai miei. Mi han concesso un biennio.

Un po’ tardi, a vent’anni.

Avevo preso lezioni di chitarra classica al club Amici della Musica a 11 anni, a Collebeato: solfeggio in massa, con il maestro Adami. Non era scoccata la scintilla. Poi ho scoperto il rock, la new wave, Adam & The Ants.

Da Adami ad Adam.

E sì... Ho comprato il mio primo disco alla Rinascente: «Saturday night fever», i Bee Gees, il 45 giri. Tamburellavo. Scendevo nell’Alfetta del vecchio, registravo a bobine quello che sentivo alla radio. Sembra il Pleistocene. Di Adam & The Ants mi sono innamorato grazie alle tv private. Un flash. E sul primo numero di Rockstar che ho acquistato c’era Adam. Poi son diventato fan dei Duran Duran. Altro che gruppo da ragazzine! Ne parlavo con Poddighe e Mancini, l’altro giorno, prima di un concerto con Omar Pedrini. Grande band i Duran Duran. Uno step fondamentale sono stati i Police, Stewart Copeland. Mi informavo con Mr Fantasy, con Deejay Television... Pringles, salse e video senza sosta. Avevo un desiderio di evasione. E a vent’anni non avevo più tempo da perdere, appunto. Il piano, per i due anni concessi dai miei: studiare 4 ore di chitarra e 4 di batteria al giorno. Ma un insegnante mi consigliò di scegliere, visto che appunto era già tardi. Ho scelto la batteria: si prestava di più al mio spirito selvaggio.

Era un cattivo ragazzo?

Tutt’altro. A vent’anni non bevevo, non fumavo, non facevo stupidate. Vengo da una famiglia «vittoriana». La musica mi ha fatto scoprire la notte. Mia madre mi aspettava sempre per farmi la ramanzina quando rientravo alle 4, alle 5. Ma le prove e i concerti erano un’ottima scusa.

Ricorda il primo concerto?

Eravamo ex compagni di liceo, facevamo solo U2. Capodanno ’85, la casa di un mio amico a San Zeno devastata... I Wonderland diventarono poi Nomea. Li rividi senza di me al Deskomusic: votai loro prima di sentire gli sfidanti di Chiari, i Promenade. Un quartetto che si era presentato come trio perché il cantante, Max Del Pozzo, stava cercando di entrare in aviazione. I casi della vita. Ora è diventato un grande del paracadutismo, e nel frattempo è stato a lungo il cantante dei Minioindebile, di cui ero batterista: l’evoluzione proprio di quel gruppo che aveva annichilito la mia ex band. Perché poi c’ero entrato nei Promenade. Facevamo reggae. Andavo avanti e indietro da Mantova, dov’ero obiettore, fino a Palazzolo, per le prove col gruppo, e un giorno avevo lasciato una cassettina al Public House di Sacca di Esine. Paolo Mazzucchelli ci ascoltò e ci diede fiducia in un locale, proprio il Public, che vedeva 5 chilometri di auto parcheggiate per i concerti del martedì. Parliamo di ’87. Poi andai a Los Angeles e rimasi folgorato sulla via dei Red Hot Chili Peppers, dei Rage Against The Machine, del grunge. Verso la fine del ’92, con Max Del Pozzo, preserò forma i Minio. E sull’onda di quel rock avemmo un buon successo nel Bresciano. La band ammirata da tutti erano i Timoria. Se mi avessero detto che un giorno avrei suonato stabilmente con Omar Pedrini, non l’avrei creduto possibile.

Pineapple Facial Wax, Il Grande Omi, i Mice Vice, i Cozmic Mojo di Elizabeth Lee, Louisiana Red, Rudy Rotta, Slick Steve & The Gangsters... Ha saputo reinventarsi spaziando fra rock'n'roll, country, folk e punk. Quanto conta la tenacia, rispetto al talento?

Molto di più. Volevo tutto questo, altrimenti non mi sarei licenziato dalla scuola nel 2009. Insegnavo inglese e francese alle superiori, dopo essermi laureato in Lingue alla Cattolica col massimo dei voti.

Ha scommesso e vinto: oggi suona al Pistoia Blues Festival.

Per i Superdownhome è stata una grande annata, con un grande traguardo. Enrico Sauda, io e i nostri collaboratori più stretti, Marco Franzoni e Ronnie Amighetti, ci siamo emozionati per davvero. E le soddisfazioni stanno arrivando. La svolta per il mio batterismo è stata nel 2000 l’esperienza con Elizabeth Lee, che ringrazio sempre nei miei pensieri. A Pistoia io ed Enrico siamo arrivati preparati, non ci interessavano altre pacche sulle spalle, in carriera ne ho prese tante da avere le piaghe da decubito. Grazie al nostro mentore Giancarlo Trenti abbiamo potuto competere ad armi pari con grandi nomi.

Il 20 agosto suonerete prima di Popa Chubby alla Festa di Radio Onda d’Urto di Brescia.

E il 18 saremo all’Aglientu Summer Blues Festival, come headliner. A Onda d’Urto avremo l’onore di portare il blues per la prima volta sul palco principale. Ci sentiamo un po’ gli alfieri, i padrini del blues qui a Brescia insieme a Chuck Ford, a Luca Gallina. Noi e gli Hell Spet, Slick Steve, i Bonebreakers, tutti pronipoti di Cek Franceschetti e della Blues Machine, Chuck Ford e Luca Gallina... Portiamo avanti una fede, abbiano contribuito allo svecchiamento della scena. E alla Festa ricorderemo anche il Ghido, Fabione, che era una colonna del backstage e da pochi giorni non c’è più. Persona splendida. Gli renderemo omaggio. Se avessi potuto permettermi una produzioncina tutta mia, l’avrei voluto come roadie al mio fianco: senso critico, passione vera.

Ha tutte figlie femmine: formeranno una girl band?

Intanto Alessandra, la più grande, suona già bene la batteria. Ha 15 anni: mi piacerebbe si trovasse una band. A differenza mia, ha un senso ritmico innato.

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