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15 novembre 2018

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04.11.2018

Interviste

«Io, emigrato felice
La Danimarca sa
premiare le idee»

Roberto Bordiga, nato a Brescia il 20 dicembre 1976, in uno scatto di Emanuele Maniscalco, collega pure attivo in Danimarca
Roberto Bordiga, nato a Brescia il 20 dicembre 1976, in uno scatto di Emanuele Maniscalco, collega pure attivo in Danimarca

Cos’è il genio: fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità. Come avere il lampo, scegliere il profondo Nord, seguire e cogliere l’attimo lassù in Danimarca. C’è di sicuro del talento, in Roberto Bordiga. Jazzista che approda a Copenhagen, mette radici e vince un concorso nazionale con un suo progetto, sbaragliando ampia-e-qualificata concorrenza. Ma c’è qualcosa che non va, in Italia, se le eccellenze come lui devono emigrare, per permettersi di brillare. «Vero, siamo d’accordo, ma sfatiamo un mito: non è che all’estero si nuoti nell’oro - sorride il contrabbassista bresciano -. Mettersi alla prova lontano da casa è una scelta molto personale. Tanti non sentono la necessità, dunque nemmeno ci provano. In Danimarca c’è una sensibilità diffusa per i musicisti che hanno delle idee, che fanno progetti, ma nemmeno qui l’artista si paga l’affitto tranquillamente. Il decadimento culturale è un fenomeno globale. Dopodiché lo dico: io qui mi trovo divinamente».

Com’è la vita a Copenhagen?

Perfetta per me. Sto sempre in città, vivo in centrissimo da 4 anni ormai. Difficile togliermi da qui. Sto sempre nella capitale, che è fantastica. Un sogno.

Difficoltà di adattamento?

Direi poche. Siamo nel regno dei ciclisti: qua è difficile guidare, il codice della strada è lo stesso che abbiamo noi ma è rispettato in modo rigoroso. Le biciclette hanno la precedenza assoluta. Sarebbe così anche da noi, ma gli automobilisti in Italia applicano la legge del più forte. Cosa che dice molto sulle differenze fra noi e loro in generale. I danesi hanno più il senso della comunità: Sei più debole, ti rispetto. Questo è giusto, oltre che rilassante.

Dalla sua finestra cosa vede?

La gente. È divertente. Il centro mi attira, con i suoi volti, il movimento, i colori. Sono un appassionato di fotografia, sto lavorando a un progetto di street photography: ritraggo la vita nelle strade di Copenhagen. Si può vedere sulla mia pagina Instagram «bord_ig».

La fotografia è anche un secondo lavoro?

Sì. Sono stato pubblicato da un quotidiano danese e da Jazz It.

Non le manca Brescia?

Mi manca il verde: qui ce n’è tanto, ma se ripenso ai miei luoghi... Sono cresciuto vicino alla Valverde, al santuario rezzatese. E poi c’è la Maddalena: a me piace prendere la bici da Botticino, dai campi della mia memoria, e fare un bel giro. Dell’Italia mi manca, oltre al bagoss... Il contatto con la natura che nel Bresciano, pur con la città industriale che abbiamo, non manca mai. La natura danese è diversa. Qui il silenzio statico, immobile è qualcosa che senti nell’aria, lo avverti e non saprei spiegarlo bene, ma è qualcosa di speciale. Il suono particolare nelle strade quando il traffico svanisce è denso, ti sembra di poterlo toccare.

La Danimarca è incantevole, ma è un po’ fuori dalle rotte consuete: come ci è arrivato?

Una decina d’anni fa ho fatto il classico viaggio da turista. Sono sempre stato attratto dalla tranquillità che il Nord Europa rappresenta. Quel silenzio eterno, il senso di pace che prima trovavo sull’Adamello, al Pizzo Camino. Amo il trekking, quando posso lo pratico ancora. L’idea di trasferirmi in Danimarca l’ho maturata negli anni, pian piano, arrivando ad un livello di convinzione assoluto. Adesso posso dire che stare qui è fighissimo. Poi magari c’è chi non si trova bene, chi non s’inserisce a dovere. È soggettivo. Io sono molto fortunato, ho tanti amici danesi, vivo in un collettivo di musicisti, adesso parlo la lingua. Qui per ambientarti devi fare la prima mossa, voler partecipare alla vita della società. Se resti a casa non succede nulla, non ti cerca nessuno. Se ti dai da fare, ti si aprono le porte. C’è un contesto culturale molto attivo, ideale per chi è musicista.

Concerti, dischi, master, premi. Il suo curriculum è pienissimo. Da quanto tempo la musica l’accompagna?

Già a 3 anni se vedevo una chitarra appesa al muro mi lanciavo per prenderla. Ma se ho imparato a suonare devo ringraziare le scuole medie di Rezzato. Tanti i maestri, a cominciare dai primi: Verzicco, Epis. Per arrivare a Tonolo, Birro, Maiore. A 11 anni fra pianoforte e tromba ho scelto la tromba e fino ai 21 ho suonato rock e blues, nella banda del Comune e in quella della fanteria con cui sono andato in tour: ho fatto il militare come musicista con un repertorio anche leggero, perché non suonavamo soltanto nei posti ufficiali. Poi sono passato al basso elettrico: logico, se sento un brano mi viene naturale canticchiare la linea di basso. Suono anche la chitarra, comunque.

Polistrumentista. Influenze?

Dai Police a Miles Davis, che per me rappresenta il percorso di ricerca del vero artista. Sempre in evoluzione. Io ricevo costantemente stimoli. Anche da musicisti di 25 anni danesi: qui c’è una scena forte, non solo jazz.

Con chi collabora? Cosa l’attende nel 2019?

Sono elettrizzato: ho in agenda un disco con Jesper Zeuthen, leggenda del free jazz danese. Suono nel suo quartetto. Una soddisfazione enorme, poter programmare concerti nei club, date da sideman ma anche da solista. E cogliere le occasioni: Greta Eacott, percussionista e grande musicista, con un bando attraverso Wire ha chiesto ai compositori interessati di spedire composizioni legate a 10 bpm. Ho proposto un pezzo, con tastiere e midi, ed è piaciuto. Con l’etichetta danese Passive Aggressive un pezzo prodotto da me è uscito in una compilation diffusa nel mondo.

Il suo disco «Holm», prodotto dall’etichetta danese Insula Music, disponibile sul suo Bandcamp, è stato finanziato da sovvenzioni danesi.

Anche in Italia si viaggia finalmente in questa direzione, penso per esempio alla Puglia. Tanti ad ogni modo emigrano per fare residenze all’estero. Nei paesi scandinavi i soldi ci sono e anche tanti, ma c’è altrettanta concorrenza: servono progetti intriganti per ottenerli e sono felice di essere arrivato ad ottenere i contributi vincendo un concorso.

A un ragazzo italiano di oggi suggerirebbe di stare o di emigrare?

Anche in Italia c’è una forte tradizione jazz, per esempio a Milano. Ci sono musicisti che hanno suonato con Chet Baker come Valerio Abeni, un grande batterista. Credo che in Danimarca siano più attenti alla formazione. La musica viene insegnata già all’asilo nido ed è un bene. Se educhi un essere umano ad apprezzare l’emozione di ascoltare e di suonare, è più facile che crescendo voglia stare vicino alla musica, apprezzarla, realizzarla, sentirla in sé. Se cominci a divertirti con uno strumento, maturerai la consapevolezza che suonare è bello, sano, fa bene allo spirito. Quest’aspetto educativo, fondamentale, qua lo curano un po’ di più. La Danimarca poi premia i progetti, le idee.

Cosa ascolta in questo periodo?

Tante cose poco jazz. Musica elettronica, sperimentale. Eartheater e Tirzah, ma anche cose più mainstream: Kanye West, Rihanna. La tradizionale indonesiana di Tarawangsa, i gruppi danesi di pop sperimentale come Synd Og Skam, Ydegirl, Kogekunst. Anche soul. Qui c’è fame di novità, è un ambiente giovane molto connesso con il presente. La freschezza della Danimarca.

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