Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
24 settembre 2018

Interviste

CHIUDI
CHIUDI

Chiudi

06.05.2018

Interviste

«Io, Londra, Björk
Vi racconto la mia
vita da producer»

Marta Salogni: 27 anni, bresciana, vincitrice in Inghilterra del Music Producer Guild Award come tecnico del suono emergente
Marta Salogni: 27 anni, bresciana, vincitrice in Inghilterra del Music Producer Guild Award come tecnico del suono emergente

Scrivi producer e pensi a un uomo. Sessismo? Statistica: le donne nella stanza dei bottoni che governa la musica sono una rarità. I sound engineer al mixer sono come i presidenti degli Stati Uniti: di regola, uomini. Ma il bello delle regole è violarle. E il bello delle rivoluzioni è che spesso partono dal basso. Da lontano. Dalla provincia dell’impero. Marta Salogni è arrivata a Londra da Capriolo. Ha 27 anni e il 13 maggio porterà la sua esperienza di produttore a Brescia, al Festival WOWomen, ospite d’onore come vogliono le medaglie collezionate in carriera. Le collaborazioni prestigiose: da Björk, che l’ha voluta anche per mixare le tracce del suo ultimo disco «Utopia», ai Bloc Party; da M.I.A. ai Liars; dal batterista dei Radiohead Phil Selway a Goldfrapp e Frank Ocean. I riconoscimenti: a marzo, il premio ai Music Producer Guild Award come tecnico del suono emergente.

Una vocazione nel Dna o una passione maturata nel tempo?

Penso entrambe. Forse un mezzo per incanalare la mia eccessiva sensibilità. In fondo tutti hanno bisogno di creare. Io ogni giorno, altrimenti mi sento irrequieta.

In casa sua di parenti musicisti o musicofili ce ne sono?

Mio papà Carlo suona il sax nella banda del paese, ascolta jazz. A mia mamma Mariarosa avevo dato un cd dei Pink Floyd che tiene sempre in macchina. Suonava il tamburo, come majorette. La sua esperienza nella musica è stata legata al ritmo. Creava coreografie per campionati italiani di twirling. Entrambi ascoltano classica.

Cos’ascoltava da bambina? Cosa le piaceva?

La radio. Qualunque cosa passasse. Mio papà aveva una radiosveglia sul comodino. Ballavo con mia mamma; io, piccola, saltando sul letto, lei tenendomi le mani.

Ha studiato al liceo classico: un altro talento made in Arnaldo.

Esperienza insostituibile. Utile. A volte un paradiso, a volte una guerra. In ogni caso, altamente formativa. Ringrazio i compagni di allora (in entrambe le accezioni di questo termine) e alcuni professori che mi porto nel cuore. Avrei fatto a meno di altri (professori), e loro avrebbero fatto a meno di me. Entrambi lo sapevamo. Apertis verbis.

Formativi gli anni al fianco di un fonico di grande esperienza e sensibilità come Carlo Dall’Asta?

Assolutamente. Il mio primo maestro, un mentore. Figura importantissima. Fu lui a consigliarmi di venire a Londra, ed ora eccomi qui.

Inglese dal 2010: salto nel buio, impatto tosto?

Molto tosto. All’improvviso, dopo la maturità classica, mi sono ritrovata a non riuscire a sostenere una conversazione in inglese che non fosse basata su concetti banali. L’inglese scolastico è una cosa, l’inglese parlato a Londra è un’altra. Dopo aver speso anni raffinando la padronanza dell’italiano, l’impatto con una nuovo metodo di comunicazione ha creato non solo problemi a livello di autostima ma anche di relazioni personali. Come ricostruire una vita e riempirla di significato senza avere gli strumenti per esprimersi? Ri-educarsi è stata una battaglia. Ma alla fine l’ho vinta.

Com’è vivere in Inghilterra? L’Italia le manca?

L’Inghilterra è molto diversa da Londra, che è un crocevia di talenti provenienti da tutto il mondo, cosmopolita, sempre in movimento. Un posto dove creatività e innovazione convergono e si amplificano. L’Inghilterra rimane ancora un mezzo mistero. Alcuni posti molto chiusi, ancor più che in Italia. Altri selvaggi, aperti, remoti, oscuri. Non smetto mai d’imparare e scoprire aspetti nuovi. L’Italia mi manca. È l’identità in cui so di potermi ritrovare. Mi rassicura.

Com’è stata la gavetta per diventare producer?

Sono partita dal basso. Facevo tè e caffè ad altri producer negli studi di registrazione. Osservavo mentre lavoravano, prendevo nota delle tecniche, le mettevo in pratica da sola nelle sessioni successive. Tentavo di dare il 110 per cento nonostante orario, stanchezza, pensieri per la testa. Io non avevo un piano B. Volevo farcela. Non ho lasciato famiglia e amici per nulla: fallire non era un’opzione.

Da M.I.A. a Björk: qual è stata la collaborazione che l’ha fatto crescere di più?

Inizio una collaborazione solo se è motivo di crescita. M.I.A. è imprevedibile, spinta da una forte carica creativa. Finivo in studio agli orari più disparati. Björk fin dall’inizio mi ha fatto sentire come una parte della famiglia. Sensibile, cordiale, generosa. Mi ha accolto in casa e coinvolto nella sua vita. Fonte di ispirazione e conforto. Con lei mi sono sentita in contatto, oltre che a livello professionale, a livello umano e concettuale. Le comunicazioni potevano avvenire al di là di parole, perché alla fine tentare di descrivere un suono può essere difficile. Immagini, sensazioni, esempi realistici o astratti sono stati i metodi attraverso i quali parlavamo delle canzoni e di come lavorarci.

Oggi si sente più londinese o più capriolese?

Tutt’e due. Anche a Londra alla fine ci si ricava uno spazio personale grande quanto quello di paese. Ho il mio quartiere, la mia cerchia di amici, i locali dove andare. C’è più scelta, ma è la familiarità che conta. Crearsi un ambiente attorno in cui ci si senta a casa. Persone sulle quali contare. Quando torno in Italia mi ci vuole almeno un giorno per ri-adattare il cervello a pensare automaticamente in italiano. Stessa cosa quando torno in Inghilterra. Ricordo ancora la prima volta che sognai in inglese, dopo un paio di mesi a Londra. Mi ha sempre affascinato come nella nostra mente possano svilupparsi e coesistere due personalità diverse, dettate dal cambio di linguaggio (il quale porta con sé un bagaglio di informazioni che va al di là della sola grammatica, e tocca il culturale, il filosofico). Torno ogni quattro/sei mesi, per rinfrescare il calore dell’affetto della mia famiglia e degli amici.

Vista da Londra, come le pare la scena italiana?

Ho molto rispetto e sento che paradossalmente se ne ha più all’estero. Qui a Londra, grazie ad appassionati inglesi, ho scoperto artisti italiani che ora sono tra i miei preferiti. Dischi che hanno fatto la storia della musica sperimentale internazionale. Egisto Macchi, Lino Capra Vaccina, Riz Ortolani, Franco Evangelisti...

Quando non fa musica?

Leggo libri. Tanti libri. Poi, mostre. Londra ha così tanto da offire. Però manca la bellezza dell’architettura italiana. Passeggiare in una piazza di notte e sentirsi parte di un film di Fellini. Qui ci sono turisti, musei, uffici, ma non quel fervore dei centri storici italiani.

Se salgo sulla sua auto e accende lo stereo, che musica esce?

The Feedback de Il Gruppo di Improvvisazione di Nuova Consonanza, Marquee Moon dei Television, Spirit of Eden dei Talk Talk, La Voce del Padrone di Battiato. Le Stelle di Mario Schifano, Delia Derbyshire, Dafne Oram. A volte Sun Ra, altre Talking Heads...

Se non avesse fatto musica?

Credo che avrei fatto il professore. Probabilmente all'Arnaldo.

Prossimi progetti?

Prendermi una casa e costruirci uno studio di registrazione. Come Joe Meek in Holloway Road.

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato in Informazioni sulla Privacy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Il nuovo portiere del Brescia finora non è stato impeccabile: cosa ne pensi?
ok

Sondaggio

Quanto vale il nuovo Brescia?
ok

Il Racconto di Ferragosto

Sondaggio

La favola di Andrea Caracciolo al Brescia è finita?
ok

Sport