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20 ottobre 2017

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13.08.2017

Interviste

«Io, performer
da Milano a Roma
per un’arte nuova»

Paolo Cattaneo: nato a Brescia il 24 settembre 1971, ha pubblicato 4 album e 3 ep. Video di suoi brani sono stati trasmessi dalla Rai
Paolo Cattaneo: nato a Brescia il 24 settembre 1971, ha pubblicato 4 album e 3 ep. Video di suoi brani sono stati trasmessi dalla Rai

La strada può anche essere tracciata, ma alla fine dipende da te. Dalla voglia che hai, dal ritmo che scegli. Da cosa sei disposto a sacrificare, da cosa ti sta a cuore.

Paolo Cattaneo, figlio di un musicista, la sua via (la sua vita) l’ha scelta da tempo. Avrebbe tutto per puntare alle vette del pop, anche quello più commerciale-e-radiofonico: il senso della melodia, la perizia, l’esperienza. Ma il suo istinto lo porta ad altro: alle proprie fonti naturali di ispirazione, all’ambizione di esplorare che parte da dentro e non nasce da obiettivi al di fuori, di comodo. «Conta il viaggio e non la meta»: il che comporta soddisfazioni molteplici, lungo il tragitto, e quelle tappe sono tutte da gustare, per chi non ha mai cercato compromessi. Sono i traguardi tagliati passo dopo passo da un artista che vuol essere completo e quindi anche un po’ artigiano, disposto a mettersi in gioco, desideroso di mescolare i linguaggi al di là delle semplici contaminazioni.

«La musica è il mio mondo da sempre - dice Cattaneo riavvolgendo il nastro -. Mio papà Virginio ha avuto e ha tuttora un museo strumenti musicali. Dagli anni ’70, dalla sua scuola di chitarra, deriva una passione intorno alla quale ho coltivato e costruito con un mio percorso».

Il Conservatorio non è passaggio obbligato né consueto per chi è cantautore. Cosa le ha lasciato?

Mi sono diplomato in contrabbasso, ho suonato per un anno in orchestra dopo il diploma, ma mi sono accorto presto che la mia passione per la musica è anche legata alle arti visive e performative. Già dopo il diploma ho iniziato a lavorare per teatro. Per il primo disco, «L’anima del cipresso», nel 1995 mi sono avvalso della collaborazione della coreografa svizzera Claude Gerster.

Anno importante, il ’95, per lei.

Anche ingenuamente, senza avere una cultura di ascolto pop, visto che arrivavo dalla classica, ho manifestato con quell’ep le mie prime necessità espressive. Mi sono sentito vicino alla musica d’autore, ma anche d’accompagnamento.

Atmosfere notturne, eleganza di fondo. Ma fin da subito ha mostrato apertura: passava da spettacoli teatrali come «Il sogno e la vita» di Francois Kahn alla compilation targate Bandsyndicate con musicisti quali Paolo Benvegnù e Giovanni Ferrario.

Pensare che ho un passato glam... Quando ho messo il naso fuori dall’uscio della classica ascoltavo tanta musica inglese, americana. Ho amato Marc Bolan come i Kiss e i Motley Crue. Poi ho apprezzato anche i suoni dei Radiohead e dei Massive Attack.

Nei difficili anni zero ha compiuto parecchi passi avanti: la collaborazione nel 2004 per l’ep «Nero» con Hugo Race, chitarrista di Nick Cave, poi l’uscita per V2 Records nel 2007 del primo album ufficiale «L’equilibrio non basta», presentato su Rai2 con Omar Pedrini. Com’è stato passare alla dimensione live?

Dopo la rassegna romana «Generazione X» e il MiAmi di Milano ho suonato tanto in giro per l’Italia. Ho aperto i concerti di Perturbazione e Cesare Basile, Niccolò Fabi e Gianna Nannini. Le esperienze maturate sul palco mi sono poi servite anche per il secondo album del 2009, «Adorami e perdonami», prodotto insieme a Daniele Sinigallia con Riccardo Sinigallia.

Nel 2009 con «Sei qui per me», diretto da Daniel Marini, ha vinto il Premio videoclip Italiano per la miglior fotografia. Un riconoscimento che ha incoraggiato la sua predilezione per le arti visive?

Sì. ma in realtà ho sempre amato le arti diverse. La mia è stata una progressione. Sono partito dalla danza col debutto nel ’95, mi sono confronto con il jazz per «L’equilibrio non basta» con musicisti come Giulio Corioni ed Emanuele Maniscalco, nel 2007. Nel 2011 ho iniziato a pormi in modo più leggero, meno crepuscolare, pubblicando «Il gioco» condiviso con Matteo Cantaluppi, produttore artistico che è tuttora al mio fianco. Poi, dopo le diramazioni synth-pop di «La luce nelle nuvole» e la colonna sonora scritta con Mauro Montalbetti per un cortometraggio, «Gallery A» di Ruggero Loria, è arrivata «Una piccola tregua», che mi ha dato tanta libertà creativa.

Il suo quarto album, datato novembre 2016. Si può definirlo portatore sano di una malinconia positiva?

Non lo considero un ossimoro. Ha tante sfumature, la malinconia. Quella positiva può essere una sua corrente, dall’impronta contemplativa. Io poi amo coinvolgere, non sto certo nel mio cantuccio. Ho ospitato Ettore Giuradei in un un mio concerto, sono sempre aperto alle collaborazioni: ho un mio stile, ma anche tanta voglia di imparare.

Come si definirebbe?

Un performer. Parola che in italiano non esiste. Ne parlavo l’altro giorno con Carlo Massari, il danzatore del video di «Trasparente»: Tu sei un danzatore, io un musicista, ma rompiamo gli schemi... Siamo tutti performer. Collaboriamo e collaboreremo in uno spazio senza limiti di genere, il nostro concetto di spettacolo. Voglio raccontare visivamente ogni mio brano, anche perché scrivo ogni canzone avendola ben presente visivamente. Useremo le luci, faremo capire cosa provavo quando ho composto.

«Il gioco» e «L’uomo sul filo» sono stati utilizzati dalla Rai in diversi contesti: la visibilità non le è mancata anche in ambito nazionale.

Ma non esiste più un obiettivo, per me: la vera rivoluzione è stata questa. Conta il percorso. Ho suonato in posti belli, in teatri suggestivi, e a CasaBase... È stata una vera prima volta. È stato il luogo a chiedermi di dare vita ad un ascolto simile a un sogno lucido. CasaBase con la possibilità di entrare in una stanza e sentire solo un musicista, il singolo strumento oppure la voce del cantante... E soltanto in corridoio sentire il pezzo in tutti i suoi elementi contemporaneamente. Esperienza sconvolgente, affascinante per chi la prova.

Progetta un tour in luoghi alternativi?

Negli alberghi, magari. Ma vorrei proporre l’idea sperimentata a CasaBase nei musei d’arte contemporanea.

Se non avesse fatto questo?

Avevo studiato da architetto, a Milano, ma non ho mai finito. Sono bravo in qualsiasi cosa richieda manualità: ho sistemato una bicicletta dei primi del ’900, mi sento molto artigiano. Ho studiato per un anno come liutaio. Ho imparato che l’arte è creatività non solo intellettiva. Amo recuperare oggetti antichi, smontare e riparare, me la cavo bene anche nella muratura.

Se potesse incarnarsi in un altro musicista?

Mi piacerebbe essere Philip Glass. Non posso sentirmi parte del music business, farei fatica a vivere in tour tre mesi. Mi riconosco in chi sperimenta, senza disdegnare pop e rock.

Il futuro della musica?

È performance. Una nuova idea d’arte. Concerti dove non si può, pure. Dobbiamo davvero rompere gli schemi. Come i dadaisti, che crearono una corrente senza nemmeno volerlo. Io cerco di non stare fermo: dal concerto elettronico da camera all’electro-trio, provo forme diverse per non annoiarmi, non annoiare, esplorare sempre.

Per questo a fine mese andrà a Roma?

Il 26 agosto, al Gay Village. Ci sarà Massari, interverranno le drag-queen Karma B come nel video di «Bandiera». Voglio continuare ad esplorare, senza pormi limiti.

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