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20 novembre 2017

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05.11.2017

Interviste

«Io, talent scout
da Fabio Volo
a Valentino Rossi»

Gianfranco Bortolotti: nato a Brescia il 2 giugno 1959, ha fondato la Media Records nel 1987. Vuole lanciare «gli artisti di domani»
Gianfranco Bortolotti: nato a Brescia il 2 giugno 1959, ha fondato la Media Records nel 1987. Vuole lanciare «gli artisti di domani»

Essere capitan futuro. Sempre un passo avanti, da visionario feroce, con spirito avanguardistico. Il destino di Gianfranco Bortolotti, uno che ha saputo ribaltare una disfunzione temporale - immaginare certe cose prima, in un contesto ancora acerbo - trasformandola in business epocale.

Produttore, architetto, imprenditore: «Mi definirei talent scout, anche se sulla carta d’identità ho scritto cacciatore di foche. Non ne ho mai cacciate - sorride il cinquantottenne bresciano -. Una volta ho seguito una transumanza, di ritorno dalla Kamchatka».

Fondatore dell’etichetta discografica Media Records, della società editoriale Media Songs, della distribuzione discografica Global Net. Cofondatore della società Impulse Interactive e fondatore della Gianfranco Bortolotti Design & Architecture. Adesso sta per lanciare First Planet. Avviare imprese è il suo mestiere preferito?

Non mi stanco. Mi piace anticipare.

Da bambino era un visionario?

Ero uno che oggi metterebbero sotto controllo. Rumoroso. Molto vivo. La pagella diceva che andavo bene nella lettura, nella scrittura, nelle attività espressive.

La musica cos’è stata: una culla, una scuola, un approdo?

Era casa. L’orecchio conta, per chi va in auto come per chi ha a che fare con le canzoni. Il mio si è formato grazie a mia mamma Angela, che quando avevo 6, 7 anni mi mandava al negozio di dischi di sotto. Ricordo tutto: i 45 giri, Gian Pieretti, «La voce del padrone» di Battiato. Ho un background italiano, perché allora eravamo forti. Ma ascoltavo anche Louis Armstrong e Pat Boone.

Intanto studiava. Fra i suoi maestri, Emanuele Severino.

La filosofia... Quante cose mi piacevano. Il mio percorso accademico è stato saltellante, da un’università all’altra. Ma mi sono laureato, in comunicazione, a 34 anni. Lavoravo da tempo. Ho preso pure 3 master: in comunicazione artistica e gestione eventi al Sacro Cuore, in comunicazione e marketing alla Bocconi, in comunicazione multimediale all’Istituto europeo di design. Volevo approfondire la parte didattica di ciò che facevo ogni giorno.

Cosa le ha cambiato la vita?

Avevo una passione tecnica per l’impianto hi-fi, da autodidatta. Scovavo amplificatori, lavoricchiavo. In un negozio di dischi un giorno ho incontrato alcuni dj e, insieme, abbiamo deciso di produrre un disco in uno studio di registrazione a Verona. Loro erano i dj, io l’appassionato. Li ho accompagnati e mi sono reso conto di cosa fosse fare un disco. Eravamo agli albori dell’italo-disco, ai tempi di Gazebo e Den Harrow. Fra noi ero quello che parlava meglio. La parte commerciale spettava a me. C’erano da investire 2 milioni di lire in 4. I primi dischi prodotti mi facevano schifo, ma ho subito capito che potevamo fare soldi importanti. Ottenevo 5-6 milioni di anticipo. Ho svoltato.

Come?

Conoscevo musicisti che mettevano da parte provini interessanti: ho pensato di produrli organizzando le forze. Con l’aiuto di un socio ho prodotto Lee Marrow, di Carrara, e poi il primo disco house in Europa: «Bauhaus», di Cappella. Ero in America con la fidanzata, per un viaggio-vacanza offerto da papà. Alla Tower Records ascoltai per la prima volta «Pump up the volume» dei Marrs. Una scossa, una rivelazione. L’house! Dovevo tornare a casa. Dovevo fondare la Media Records. Era il 1987.

«Move your feet», altro grande successo targato 49ers, è del 1990. Il mondo della musica stava cambiando e la Media Records cavalcava il cambiamento.

L’evoluzione della musica è stata causata dalla rivoluzione che comportava il campionatore. Un’illuminazione. Ho realizzato uno studio di registrazione digitale. Ero avanti, avevo 2 anni e mezzo di vantaggio su tutti in Italia, forse 3... Il mio genere qui non lo faceva nessuno. Misi un dj al posto del fonico, creai un layout imitato su scala mondiale, come capita nel calcio quando le squadre si mettono tutte a giocare col 4-3-3. Mi copiavano anche i mobili funzionali ideati per quel tipo di studio.

Meno male che era stato un bambino iperattivo.

Era eccitante. Le nuove tecnologie: andavo all’ufficio postale della stazione per mandare e ricevere telex, mettevo in studio i primi fax, poi la prima telescrivente collegata con il computer Olivetti. E si lavorava. Tanto.

Quanto?

Nella casa dei dj che era diventata la Media Records producevamo 200 dischi all’anno. Ma ne pubblicavo 50. Avevamo 20 studi sparsi per il mondo, con 80 persone al lavoro.

Da Picotto a D’Agostino, da van Buuren a Tiësto: vedeva lungo. Come mai sponsorizzò Valentino Rossi?

L’ho portato io nel campionato del mondo. Un mio amico correva in auto e mi disse di un bambino di talento figlio di motociclista, che cercava sponsor. Sono andato a vederlo... bravino, può diventare un campione, pensai. Quando Valentino era agli inizi, lo sponsorizzavano la Media Records e la polleria del suo paese.

Così avanti, si muoveva, che la cercò per intervistarla anche «Billboard». E lei disse: «Presto la musica si venderà attraverso il web».

Nel ’96 ho anticipato iTunes: mp3 a un dollaro. Poi ho creato Music Gel. Lo slogan era «Liquid music 4 music culture»: avevamo lo streaming telefonico, chiamavi Omnitel e pagavi lo scatto alla risposta. Era il più bel sito di musica al mondo, allora.

Da Fabio Volo a Fiorello, da Niccolò Fabi agli Stadio: ha prodotto di tutto. La soddisfazione più sorprendente?

La vera passione era la tecnologia. Mandare mp3, tagliare i tempi. Oggi si parla di 4.0. Io lo ero già allora. A stupirmi fu la chiamata di Zygmunt Bauman. Il grande filosofo della società liquida. Si voleva informare sul mio concetto di musica liquida. Appuntamento a Parigi, abbiamo comunicato in inglese e in francese. Un incontro illuminante.

Perché ha venduto la Media Records nel 2004?

Eravamo all’apice, ma con Napster il mondo stava cambiando: dovevo muovermi. Ho ceduto alla Warner e ho fatto l’interior designer per 10 anni all’estero, non volendo pestare i piedi ai colleghi bresciani. Mi è andata bene anche lì.

E perché allora ha ripreso, nel 2015, con la Media e il progetto Guru?

Nel 2010, in Russia, stava arrivando la crisi mondiale del 2009. E io iniziavo a sviluppare una nuova idea di discografia. Una piattaforma. Allora ho affidato la società di architettura al mio numero 2 e sono rientrato nella musica. Dalle porte dell’alta tecnologia, non dell’arte.

Il futuro è First Planet? Cosa sta preparando?

Nel 18 lancerò Ami: Advanced Music Interface, per aiutare gli aspiranti produttori a diventare professionisti. Un’intelligenza artificiale interagirà con chiunque entri nella piattaforma. Solo la scelta musicale resterà fuori dai parametri, perché il gusto è cosa personale, non si può ricreare. In tanti si innamoreranno di Ami, che ha le sembianze di una ragazza manga bellissima e li guiderà passo passo.

Come il maestro Miyagi per Karate Kid, ma con il fascino di Lamù.

Esattamente. First Planet sarà come una scuola: chi otterrà il diploma, potrà lavorare con la Media. E con tutto il mondo.

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