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19 ottobre 2017

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03.09.2017

Interviste

«La mia America,
i miei fotoritratti:
vi racconto tutto»

Roberto Cavalli indossa la sua maglietta dei Dinosaur Jr. e si interroga con il suo «Lambaradan» su passato, presente e futuro LUCIA VINASCHI
Roberto Cavalli indossa la sua maglietta dei Dinosaur Jr. e si interroga con il suo «Lambaradan» su passato, presente e futuro LUCIA VINASCHI

Una stanza. Un contenitore aperto. «Lambaradan»: il macchinario per i ritratti diversi, stratagemma per catturare l’impronta di un’anima. Un battito d’ali, la scia di un sospiro. Ma si può inscatolare il soffio vitale, o è un insetto dispettoso che nel barattolo proprio non vuol restare? E se lì sta, poi sopravvive?

La risposta conta meno delle domande. Ciò che conta è osservare, se anche «un piccione seduto sul ramo riflette sull'esistenza». Ciò che conta è l’arte, che si trova in quel film di Andersson come nelle opere di Hirst, o nelle canzoni di Capossela. L’universo colorato di Roberto Cavalli da Leno, classe 1971, l’inventore di questo «Lambaradan» inteso come marchingegno sforna-fotografie. Cavalli non-solo-ma-anche-fotografo.

«Ho cominciato a scattare sul serio tardi, non più ragazzino, nel 2000 - ricorda mentre cucina in pausa pranzo -. Ed è una continua scoperta, questo è. Sono, siamo un work in progress».

Stile nitido, idee sostanziose. Cosa sta facendo adesso?

Ora come ora, lo sa, sto spadellando... Preparo risotto alla zafferano. Vivo da solo.

Roberto Cavalli in una parola? «Contengospazio», il suo contenitore d’arte contemporanea, è un neologismo che può considerare un manifesto?

Direi di sì. Uscivo da difficoltà personali, «Contengospazio» è nato come il luogo dove io pensavo potesse cambiare la mia esistenza, anche se poi è andata diversamente. Io non sono particolarmente coraggioso ma quella volta sì, ci ho provato davvero: era il 2011, Capossela suonava in piazza Loggia e io decisi di aprire un mio spazio artistico in via Cattaneo. Un luogo in cui raccontarmi.

Lei proviene da un altro mondo.

Dal 1988 vivo nella ferramenta aperta da mio padre Luigi. Ma ho sempre coltivato l’altra dimensione. Mi reputo un’evoluzione artigianale di mio papà e di mio nonno Giuseppe, artigiano pure lui. L’attitudine artigianale io l’ho legata all’arte, passando dal ferro ai primi lavori in cui mettevo insieme oggetti. Sono il terzo di 4 fratelli, con Angelo che è il presidente della banda musicale di Leno e suona da quando aveva 5 anni, Riccardo e Monica, la più giovane.

Da ragazzo ha frequentato l’Artigianelli.

Dicevo Farò il cuoco. E mio padre: Duri due anni, poi torni qui a lavorare in ferramenta. Beh, così fu.

E poi?

E poi la passione per le foto ha avuto la meglio. Il mio percorso è passato dalla scultura alla fotografia. A un certo punto la saldatrice non saldava più: sentivo il bisogno di fare cose oltre al lavoro quotidiano. Sono andato in giro per vedere artisti e a Torino mi ha folgorato un pittore e fotografo, David Hockney, con il suo collage di Polaroid. Sentivo il bisogno di comunicare.

Hockney il suo modello da seguire?

Il primo, in assoluto. Ineguagliabile. Poi amo le foto di Annie Leibovitz, Richard Avedon. A Brescia mi incuriosisce il lavoro del gallerista Paci, riesce a stupire anche con artisti già arcinoti.

Luisa Bondoni prima donna alla guida dei Circoli Fotografici, il Photo Festival con le sue innumerevoli proposte: a Brescia qualcosa si muove, in tante direzioni.

Non c’è immobilismo, no. E del resto nel mondo si scattano milioni di fotografie al giorno. Però... Sono più attratto dalle mostre di scultori e pittori. Mi ispirano di più, forse perché provengo dagli oggetti che bisogna plasmare. Le grandi mostre, in generale, mi hanno stufato.

L’ultima vista?

Sono appena tornato da Arles, in Francia c’era un festival di fotografia. Sono curioso, aperto, posso apprezzare le foto volutamente sbagliate della Leibovitz come la perfezione di Jeff Koons.

Grandi nomi, distanti. Intorno a sé c’è gente che la ispira?

Assolutamente! Stefano Bombardieri è un talento eccezionale, quando esploderà davvero spaccherà tutto. Scherzo sempre dicendogli di abbandonare il suo bestiario: siamo amicissimi. So che ha progetti che bollono... Poi c’è Felice Martinelli, un altro asso, capace di pensare e realizzare opere fantastiche.

La musica è in difficoltà per l’esplosione della diffusione e l’implosione del mercato. Tutti possono farsi un disco, più difficile venderlo. Tutti fotografi, pure, al giorno d’oggi: problema simile a quello in ambito musicale?

Direi di sì, più o meno siamo lì. Conosco editori che hanno ridotto tantissimo il personale che fotografa. Per spendere meno possibile ci si arrangia. Un grosso problema, ne parlavo prima con la mia fidanzata Lucia, che frequenta l’accademia di fotografia della Scala di Milano di fotografia. Lì per fortuna ti fanno ancora interessare alla fotografia fatta bene.

Meglio adesso, con tutte le opportunità che ci sono per chiunque, o una volta, quando procurarsi i mezzi necessari era già una prima selezione all’ingresso della professione?

Non so, ma tanto indietro non si torna. Si salva chi fa bene il mestiere. Deve contare la differenza fra bravura e mediocrità.

Lei cosa usa?

Io uno smartphone non ce l’ho nemmeno... Troppo internet: no, grazie. Ho un Nokia vecchissimo. Per fotografare sono passato dalla pellicola al digitale. Uso una Nikon.

Lo scatto di cui è più orgoglioso?

Mi trovo bene a scattare foto musicali. Avevo fatto un lavoro per Moltheni, Umberto Maria Giardini. Avevo spedito le mie pellicole a Bologna. Un giorno mi chiama: Devo registrare un disco in America, vieni con me. E sono andato con lui e con la band, in North Carolina.

La sua fotografia più strana?

Un personaggio noto, con una tresca in corso, voleva foto particolari da pubblicare ma al tempo stesso chiedeva di non essere riconoscibile: puoi Togliermi i tatuaggi dalla foto? Strana forma di edonismo. Mi ci sono messo d’impegno.

E quando fotograferà Roberto Cavalli il suo omonimo stilista?

Chissà. Le modelle hanno appena smesso di scrivermi mail, stanno capendo che non sono io quello che le può far sfilare... E che di diverso abbiamo anche il conto in banca.

Lei intanto ha diversi progetti allo studio.

Con «To the 5 boroughs - un racconto fotografico di Roberto Cavalli» propongo il lavoro fotografico realizzato a New York. La Publimax pubblicherà in autunno. Quanto agli eventi, ci saranno «Fotoritratti dentro Lambaradan» al Sunday Market con Studio 40 il 17 settembre, una mostra collettiva a Gare 82 di Ettore Marchina a fine mese e, sempre in autunno, una personale a Moleskine Viaggi Bresciamilano.

Quando non scatta?

La musica mi fa piangere. L’ultimo disco di Mariani, «Extraliscio», è superbo. Ascolto di tutto, dal rock alla classica, da Dinosaur Jr. ad Arvo Pärt. Mi piace spaziare anche nel cinema. Da Truffaut a Rossellini, da Iñárritu ai nostri Garrone, Minervini, Olmi... Arte totale.

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