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24 settembre 2018

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22.04.2018

Interviste

«Non è un paese per rocker»

Andrea Van Cleef: cantante, chitarrista, bassista, autore camuno classe 1975, suona con gli Humulus e da solista ALESSANDRA FUCCILLO
Andrea Van Cleef: cantante, chitarrista, bassista, autore camuno classe 1975, suona con gli Humulus e da solista ALESSANDRA FUCCILLO

Immaginate Thor che imbraccia la chitarra. Poi Kurt Cobain supereroe Marvel. Shakerate i poster da appendere in camera ed ecco Andrea Van Cleef: idolo ideale di una generazione rock in Italia, se solo ce ne fosse una adesso. «C’è l’imbarazzo della scelta, se penso a quali paesi sarebbero più agevoli dell’Italia per fare musica», sorride il cantautore camuno. E sorride come chi non si arrende, tutt’altro. Dedito allo stoner, genere fieramente debitore della psichedelia, non si lamenta e non ne avrebbe motivo, visto che i riscontri - qui e lontano da qui - non gli mancano di certo: critica concorde, tour senza problemi di date. Ma è un dato oggettivo, che i proprietari di club qui si stiano dando alla pura ristorazione perché alla gente i concerti interessano sempre meno. Problema molto local, inteso come tricolore. Altrove è molto diverso e anche in quest’ambito la fuga di cervelli è un rischio concreto. «Basta uscire dai confini per rendersi conto di come il rock sia ancora amato, e fenomeno di massa, in altre nazioni europee - sottolinea il cantante-chitarrista-bassista, classe 1975 -. Avessi dieci anni di meno, non avessi una famiglia radicata a Brescia, lascerei l’Italia».

Dove andrebbe, se potesse?

Danimarca, Svezia, Germania, Polonia, Olanda, Francia... Van bene tutte, come destinazioni. È l’Italia che non è un paese per rocker: dalle altre parti il rock esiste ancora.

Anche la sua compagna, Elena, è musicista. Se vostro figlio a diciott’anni vi dicesse che vuole emigrare, cosa gli direste?

Abbiamo un bambino che ha compiuto 4 anni mercoledì, Martin. Magari farà lui quello che adesso non sto facendo io. Gli auguro scelte più facili. Se vuole andare a fare il musicista in Germania, il discorso è semplice: Per il primo anno ti mantengo, poi vediamo cosa succede. Lo capirei.

I suoi genitori capivano la sua passione?

La mia è nata tardi. Comunque in casa non c’erano musicisti. Mio papà Giacomo aggiustava televisioni e radio a Darfo. Mia mamma Maria, sempre a Darfo, lavorava in ufficio. I miei fratelli, Giovanni e Cristina, non fanno musica. Qualche nipote invece sì: da 3 anni Emilia studia pianoforte al Conservatorio, suona il piano anche Francesca mentre Giorgio ha suonicchiato la chitarra.

Ha fatto proseliti. Dopo essere stato iniziato da?

Mio fratello. Devo dirgli grazie: non suona, ma è un grande ascoltatore. Mi ha trasmesso la passione.

Folgorato sulla via di?

Angus Young. Gli Ac/Dc mi han cambiato la vita. Avevo 8 anni, mi faceva tutto schifo, poi un giorno mio fratello ha messo ad alto volume il disco del cannone.

«For those about to rock - we salute you».

Una cosa bellissima. Allora ho approfondito la supercollezione che c’era già in casa. Ma ho cominciato tardi a suonare.

Cosa faceva?

Disegnavo. Pittura. Olio su tela, tempera, tecnica mista.

A cosa si ispirava?

Ai fumetti della Marvel, sempre.

Così si spiega il titolo del suo pezzo «Sanctuary II», dalla nave di Thanos: una delle tante citazioni. Il suo personaggio preferito?

Ce ne sarebbero tanti... Direi Adam Warlock.

Quando ha svoltato per la musica?

A 19 anni ho smesso di disegnare e ho iniziato a suonare la chitarra. Da autodidatta. Ho subito cominciato a fare musica mia, esercitandomi con i Ramones alla chitarra classica. Avevo le idee chiare: volevo scrivere le mie cose, e scriverle in inglese.

E poi l’ha studiata, letteratura inglese, all’università di Bergamo. Ma quando ha smesso di essere solo Andrea Bellicini ed è diventato Van Cleef?

Quando son diventato musicista. Ho tenuto le canzoni per me fino ai 22 anni. In Valle Camonica sul finire dei Novanta si suonava tanto, martedì, giovedì, venerdì e sabato sera c’era musica dal vivo; nessuno dei miei amici suonava, ma durante il servizio civile ho incontrato un ragazzo che invece sì. Una band di Costa Volpino cercava un bassista e io non avevo mai imbracciato un basso in vita mia: Vengo io, se volete. Mi han preso. Il cantante non veniva mai alle prove: Canto io, se volete. Ed eccomi qui. Il caso fa tanto, nelle nostre vite.

Ma bisogna essere capaci. Il suo primo demo, nel ’98, già si chiamava Van Cleef. Omaggio ai film di Sergio Leone?

Deriva da Lee Van Cleef, sì. Dopo il primo demo su cassetta, nel 2002 ho pubblicato come Bogartz «Honeymoons in the desert»: un disco vero, fatto in studio assieme a Ronnie Amighetti, con tanto di sovraincisioni. Un passo avanti fondamentale, perché lì ho cominciato a fare sul serio. Ero soddisfatto. E quel disco mi piace ancora. Eravamo un po’ new wave, stile Morphine, Joy Division.

Da «Paranoid» dei Black Sabbath e «Sky Valley» dei Kyuss, passando per l’acustico «Inside Out» di John Martyn, i suoi ascolti sono coerenti anche quando meno fragorosi. E di matrice anglosassone: non a caso ha collaborato musicisti quali i fratelli Del Castillo, protagonisti delle colonne sonore dei film di Robert Rodriguez. Mai pensato di cantare in italiano?

Era in progetto, un demo in italiano, quando ero nei Bogartz. Davide Sapienza, che allora non faceva solo lo scrittore, e Cristina Donà, che si era già affermata come cantautrice, se ne stavano occupando e per la produzione si parlava di Manuel Agnelli. Ma il problema è che io non riesco a cantare in italiano. Nella vita uno deve fare ciò di cui è capace. E che gli piace, possibilmente.

Il progetto Van Cleef Continental, poi i dischi solisti e l’avventura con gli Humulus: in cosa si riconosce di più?

In «Sundog», del 2012. Nell’ultimo degli Humulus. E nel mio più recente da solista, «Tropic of nowhere».

Suggestioni desertiche, che diventano telluriche con gli Humulus: come ha creato un suono così pieno e poderoso?

Ci abbiamo lavorato tanto, ma il fatto di trovare due compagni di viaggio come Massimiliano e Giorgio, già inseriti nel genere stoner, è stato un bel vantaggio.

Venerdì sera ha suonato al Locomotive di Darfo con The Forever People: Andrea Braga, Giorgio Finulli e Matteo Melchiori rispettivamente a tastiere, basso e batteria. E resta aperto il progetto Humulus. Ha voglia di tornare a fare cose diverse, come quando insieme a Beppe Facchetti e Andrea Ponzoni aveva dato vita agli Hi-Doser?

Mi ero divertito, ma penso di rimanere in questa dimensione naturale: il rock psichedelico è nelle mie corde, ho sempre voglia di suonarlo. Giovedì andremo al Kraken di Milano.

Veterano della scena, noto per essere prolifico: ha già pronti i pezzi per il nuovo disco?

Veramente ho già canzoni per riempire due album diversi... Devo solo decidere come impostarli.

Cosa ascolta ultimamente?

I Magma, prog francese anni Settanta. I Mastodon, Paul Weller, i Black Keys. Di italiano mi piacciono tanto i Calibro 35 e gli Ufomammut, con cui ho suonato.

Quando non suona?

Vado a correre e faccio sollevamento pesi: voglio rinforzare la schiena. Per essere in forma quando suono.

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