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23 luglio 2018

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07.12.2017

Interviste

«Punto molto su
Colbrelli. Può
vincere il Mondiale»

Il commissario tecnico dell’Italia Davide Cassani insieme al valsabbino  Sonny Colbrelli, 27 anni
Il commissario tecnico dell’Italia Davide Cassani insieme al valsabbino Sonny Colbrelli, 27 anni

Davide Cassani e Brescia: un legame di vita - e la vita in questo caso significa soprattutto ciclismo - per il ct della Nazionale Italiana maschile su strada, uno che nel 1970, a 9 anni, esultava davanti alla Tv per il ritorno di un italiano sul trono della Milano-Sanremo, e quell’italiano era Michele Dancelli da Castenedolo: «Sarebbe ora che qualcuno dei nostri lo imitasse - l’auspicio -: da troppi anni vedo solo stranieri sul gradino più alto del podio». Cassani, ritiratosi nel ’96, si trova a suo agio con i mezzi di comunicazione. Da commentatore televisivo è sempre molto chiaro in un linguaggio non troppo tecnico, comprensibile: tipico di chi conosce profondamente la materia. Lo aiuta molto anche la terra d’origine, la Romagna: è nato a Faenza, in provincia di Ravenna, il primo gennaio 1961. Per questo a pelle risulta gradevole da ascoltare, soprattutto quando parla di Brescia e dei bresciani passati, presenti e futuri.

 

Cassani, Brescia cosa significa per lei?

Come innamorato del ciclismo tantissimo. È sempre stata una terra fertile per il nostro sport. Possiamo iniziare da dove vogliamo: dal passato, dal presente o dal futuro.

Lei cosa suggerisce?

Io direi che possiamo partire dal presente.

E il presente a Brescia, anche in chiave nazionale italiana, ha un nome e un cognome: Sonny Colbrelli.

È uno di quelli che è cresciuto di più. Ha qualità impressionanti e una grande forza di volontà. Però al Mondiale...

Si aspettava di più?

Sì, lo confesso. A Bergen avrebbe potuto fare cose migliori, anche un risultato di rilievo, ma non era in grande giornata.

Con la schiettezza che le è propria: un giorno Colbrelli riuscirà a indossare la maglia iridata?

Sì, ma non l’anno prossimo. Per le sue caratteristiche è troppo duro. Il percorso di Innsbruck è adatto agli scalatori puri. Ma ho grande fiducia in Colbrelli. È uno dei migliori ragazzi del nostro movimento. Mi aspetto da lui grandi risultati, soprattutto nella prima parte della prossima stagione.

Secondo nome: Jakub Mareczko, 14 vittorie stagionali.

Mareczko è molto veloce, nonostante la giovane età ha fatto 2 secondi posti al Giro d’Italia. Deve crescere ancora un po’.

In che cosa?

Patisce ancora troppo la salita, anche quelle facili. Un aspetto su cui deve lavorare e se migliora sotto questo aspetto, può vincere ancora di più. Ma sta maturando.

Le sue prospettive?

Sono convinto che in 2-3 anni possa vincere corse importanti, come le tappe al Giro d’Italia.

Quale è lo stato di salute del ciclismo italiano?

Quest’anno abbiamo ottenuto buoni risultati, soprattutto nella seconda parte della stagione. Trentin ha vinto 4 tappe alla Vuelta e ha conquistato la Parigi-Tours ed è arrivato quarto ai Mondiali in Norvegia; Viviani ha vinto a Plouay la Bretagne Classic e ad Ambrugo, ha perso l’Europeo per un centimetro, battuto da Cristof; Diego Ulissi è stato primo a Montreal. E soprattutto ci sono giovani come Moscon che stanno crescendo: un ragazzo di 23 anni che è arrivato terzo al Lombardia e quinto alla Roubaix. E le conferme di Nibali e Aru.

In sintesi, dunque?

Il ciclismo italiano è messo abbastanza bene. Ma dobbiamo tornare a vincere le grandi classiche come Sanremo, Fiandre, Roubaix, Liegi-Bastogne Liegi perchè sono 10 anni che non le vinciamo Dobbiamo tornare a conquistare un campionato del mondo e anche in questo caso sono 10 anni che non lo vinciamo. Però, noi della Federazione dobbiamo investire sul settore giovanile. Tra gli Juniores abbiamo vinto delle medaglie ed erano anni che non accadeva.

L’ospitalettese Michele Gazzoli è stato uno degli Juniores più vincenti.

Lo stiamo tenendo d’occhio, ma tutto il movimento ciclistico italiano promette bene. In campo femminile Dino Salvoldi sta facendo un lavoro straordinario, così come Marco Villa in pista. Bisogna assolutamente guardare avanti, E fare qualcosa di più. Ma la seconda parte del 2017 è stata positiva.

Tornando ai bresciani, quali hanno contraddistinto la sua carriera?

Dancelli era uno dei miei preferiti: che gioia quando, io ero bambino, vinse la Milano-Sanremo. Davide Boifava era bresciano, il mio direttore sportivo quando ho corso nella Carrera nell’86 e nell’87. Due stagioni assolutamente fantastiche e spesso ero a Brescia.

È stato compagno di squadra di Roberto Visentini, che dominò il Giro d’Italia del 1986 e nell’87 era a un passo da uno storico bis.

Eh, su quella storia voi bresciani insistete sempre.

La vuole raccontare come andò che Visentini perse un Giro d’Italia che doveva vincere?

Ci fu una fuga che non doveva esserci di Stephen Roche, che poi alla fine dimostrò di meritare la maglia rosa e quel Giro d’Italia. Era talmente forte, l’irlandese, che in quell’anno vinse anche il Tour de France e il campionato del mondo. Niente da dire sulla sua forza. Ma fu tutto così strano.

Si può immaginare il perché.

La maglia rosa l’aveva Visentini, che era il nostro capitano. Ma a un certo punto Roche scappò.

Voi della Carrera come vi comportaste?

Ci mettemmo in testa al gruppo e tirammo per andarlo a prendere. Quando Roche seppe di questo lavoro da parte della sua squadra, si arrabbiò.

Visentini ha sempre parlato di tradimento ed è per questo che si ritirò.

Roche, a sua volta, iniziò a tirare a tutta davanti. Era una situazione paradossale. Riuscimmo a prendere Roche, ma sull’ultima salita verso Sappada Visentini andò letteralmente in crisi e perse 10 minuti, accusando l’attacco di Roche.

In quel momento, essere alla Carrera non era facile.

Si può immaginare la difficoltà nostra nelle tappe successive, anche se per noi gregari l’importante era che la nostra squadra vincesse il Giro d’Italia.

Lei ha detto che sarebbe ora che un italiano tornasse a vincere una grande classica. Tra i suoi compagni di squadra ci fu Guido Bontempi, che nell’84 e nell’86 vinse la Gand-Wevelgem.

Guido era un fulmine, un vero e proprio asso. E con me c’erano anche Fabio Bordonali e Mario Chiesa.

Cassani, in Nazionale al suo fianco ha voluto un bresciano.

Marco Velo è il mio vice, ottimo compagno di viaggio. L’ho scelto io. E ne sono felicissimo.

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