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18 ottobre 2017

Interviste

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18.09.2017

Interviste

«Suono con i fratelli rom
Userò la Storia e l’ironia
rovesciando i pregiudizi»

Moni Ovadia  alle 18 in Cattolica e alle 21.15 al Teatro Sociale
Moni Ovadia alle 18 in Cattolica e alle 21.15 al Teatro Sociale

Brescia gli è rimasta dentro. E non tanto per legami alti o filosofici. Tutt'altro. «Ero a una Festa dell'Unità da qualche parte in provincia, non ricordo il paese. Sono passati diversi anni, all'epoca portavo la barba molto lunga e una signora mi si avvicinò, raccomandandomi in dialetto bresciano di tagliarla. Un episodio che ricordo con affetto: fu così poetico, nella sua rudezza». Ma c'è un ulteriore retroscena: «Ho una cara amica a Erbusco, che vengo spesso a trovare: amo la Franciacorta, e poi lei produce un vino frizzantino delizioso...». Sarà per questo che non ha voluto risparmiarsi. Moni Ovadia sarà in città oggi per Le X Giornate con un doppio appuntamento: alle 18 nell'Aula Magna dell'Università Cattolica di via Trieste, con una lectio che sarà introdotta dal caporedattore di Bresciaoggi Marco Bencivenga sul tema «La seduzione dell'umorismo» (biglietti a 6.50 euro), e alle 21.15 al Teatro Sociale, per lo spettacolo «Senza Confini – Ebrei e Zingari», in compagnia dell'ensemble Rom e Gagè (ingresso da 11,50 a 66 euro).

La calata bresciana resta impressa, dunque?

«Sì, ma in senso positivo! Sono una persona che ama le cose vere, e quell'episodio mi diede da pensare: ero un giovanotto con la barba lunga, alle prime armi. Ma capii l'importanza delle radici. Poi la città mi è rimasta dentro: sono venuto parecchie volte. Più un tempo, a dir la verità. Alcune dinamiche sono cambiate».

Ad esempio?

«Sono considerato scomodo, un problema che riguarda soprattutto il nord Italia. Anche se riesco a riempire i teatri, vedo una certa ritrosia nel chiamarmi. Credo dipenda dalle posizioni che ho assunto nei confronti dello stato di Israele».

Compositore, cantante, drammaturgo, attore: non avrà problemi a dividersi tra l'appuntamento pomeridiano e quello serale.

«A unirli sarà l'umorismo. Per ovvi motivi in Cattolica: è il titolo dell'incontro. Ma anche in serata avrà la sua parte: proporrà un recital leggero, permeato di ironia nonostante i temi delicati. E tanta musica, ovviamente. Soprattutto rom, ma anche qualcosa di ebraico. Con me ci saranno cinque musicisti, di cui tre proprio di origine rom. Li considero fratelli».

Una parte del titolo scelto, «Senza confini», a tal proposito, è significativa.

«Partiamo dagli ebrei. Nel corso di 2mila anni sono stati il popolo dell'esilio: non avevano terra, né tanto meno esercito, fili spinati, burocrazia o confini. Hanno vissuto a cavallo, condividendo in questo una parte del proprio destino con i rom. Un destino che è poi confluito nella grande tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Due popoli condannati allo sterminio».

Un dramma vissuto, però, in maniera differente dalle due anime narrate. Concorda?

«Certamente. I rom, come gli ebrei, hanno avuto lo status di vittime: chiamano la loro Shoah con il termine “samudaripen”. La differenza con gli Ebrei sta nel fatto che la loro integrazione nelle società occidentali è molto inferiore, con tutte le conseguenze che questo fatto comporta. Dopo il 1945 gli Ebrei sono entrati nel salotto dei vincitori, e ci hanno messo non più di 3 o 4 lustri per farlo. Gli altri, invece, un 45% circa, si sono trasferiti in Israele».

Verso cui non ha mai nascosto critiche.

«È diventato uno stato sempre più militarizzato, tecnologico e potente. E non si è fatto scrupoli nel perseguitare il popolo palestinese. Lo spostamento dalla parte dei vincitori, a cui accennavo poco fa, ha contribuito a mitigare nel corso degli anni l'antisemitismo. Che non è scomparso, sia chiaro, ma si è molto ridotto. Per i rom, invece, questo non è avvenuto».

Il suo recital renderà giustizia?

«Oggi la gente non osa avvicinare gli zingari. Non li vuole nemmeno conoscere, giudicandoli secondo parametri costruiti sui pregiudizi. Figurarsi capire il loro stile di vita. E ignorando quanto hanno sofferto nella loro storia: spero di farlo capire, almeno un po’».

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