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19 ottobre 2017

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11.09.2017

Interviste

«Testori, Manzoni
e la grande voglia
di osare sempre»

Un intenso primo piano di Marta Ossoli: attrice di Urago d’Oglio, 29 anni, Premio Nazionale Franco Enriquez 2017
Un intenso primo piano di Marta Ossoli: attrice di Urago d’Oglio, 29 anni, Premio Nazionale Franco Enriquez 2017

Ha la voce che sorride, ma in quel suono gioioso s’annida una determinazione spaventosa. Marta Ossoli, «trasformista dalla nascita e attrice per vocazione». Nemmeno trentenne e già fresca di Premio Nazionale Franco Enriquez per «Cleopatràs» di Giovanni Testori (sezione Giovani Grandi Interpreti nel teatro contemporaneo). Un traguardo, una svolta.

Marta Ossoli: è il suo anno?

Sto raccogliendo quello che ho seminato, penso. In serbo ho tanti progetti, ma mi sto costruendo pian piano, con concretezza, un passo dopo l’altro.

Cos’è stata, finora: una discesa, una salita?

Beh, facile non è, anche solo decidere di intraprendere una professione come questa. Ma la passione c’era da subito, e i numeri anche: ho avuto presto conferme che avrei potuto fare questo mestiere. Poi, è un atto di coraggio. Investire tutto in una cosa così...

Precaria. In Italia come e più di altrove. No?

Sì. È una bella sfida, e poi è un lavoro che ti risucchia. Devi prepararti agli imprevisti, ai preavvisi ultim’ora.

Una corsa a tappe in cui capita di forare e bisogna sapersi rialzare sui pedali. Ma lei come ha deciso di cominciare a correre?

Come ho cominciato... Non ho cominciato: faccio l’attrice da sempre! Fin da bambina. A carnevale, in ogni occasione, ogni cerimonia diventava una festa da interpretare. Per esempio, sapevo diventare identica a Michael Jackson, mi truccavo da sola, mi facevo le coreografie, tutto. Non cantavo Michael, se avessi imitato Billie Jean sarei stata ridicola. Ma ho cantato in Accademia, dopo.

Per completarsi. Pensare che quando Jackson impazzava, con Billie Jean, lei non era ancora venuta al mondo.

Sono nata il 3 gennaio 1988, sono bresciana di Urago d’Oglio, ho capito cosa volevo fare veramente recitando in «Sogno di una notte di mezza estate» al liceo scientifico di Chiari. La vita sul palco è meravigliosa, mi son detta. Avevo un’anima artistica e l’ho coltivata.

Come?

Recitavo con due compagnie mentre preparavo la maturità, una e trina. Ho continuato a studiare all’università, mi sono laureata in filosofia alla Statale di Milano.

Una passeggiata?

Decisamente no, portando avanti la recitazione. Ma sono riuscita a fare una tesi sul teatro. Ma lei è sicura di una cosa così?, mi diceva il relatore. Una tesi su Hegel, sulla fenomenologia dello spirito, parlava di Antigone, ne ho recitato pure un pezzo a sorpresa durante l’esposizione... E mi sono laureata con lode. Ho avuto una commissione di storia del teatro e dello spettacolo per puro caso, con Mariagabriella Cambiaghi.

Nel frattempo recitava?

Certo! Ho fatto di nascosto i provini all’Accademia dei Filodrammatici. Proviamo, vediamo come va, mi son detta. E sono andata avanti, per l’incredulità anche mia. Prima, seconda, terza selezione: avanti. Oh oh, devo proprio dirlo ai miei... Da lì in poi, tutto di pancia, d’impulso. Tutto un sì. E un’occasione di quelle che capitano una volta nella vita. C’era un limite di età, siamo stati scelti in 12 su oltre 300 in tutta Italia. Per frequentare l’Accademia mi sono trasferita a Milano, non potevo più fare la pendolare, era un impegno serio anche fisicamente, minimo 8 ore di lavoro teatrale al giorno per quasi 3 anni. E subito dopo l’Accademia ho preso a lavorare tanto sul palcoscenico.

Ha sfogato così la vena artistica che c’era sempre stata. Dono di famiglia o novità oltre i limiti del Dna?

Un po’ e un po’: l’arte era ed è di famiglia, ma come un extra. Ilaria, mia sorella maggiore, ha fatto Belle Arti a Brera. I miei genitori di mestiere fanno tutt’altro: mia mamma Nuccia, ossia Giacomina, è parrucchiera, mio papà Antonio è caporeparto alla Gnutti.

Ha mai pensato di fare anche lei uno di quei mestieri che in Italia vengono considerati «seri»?

Ma la situazione non è più rosea neanche in quelli... Precario per precario, faccio quello per cui mi sento portata. È una scelta di vita, ma ogni sacrificio lo faccio col sorriso.

Che modelli aveva, quando ha iniziato?

Adoravo il Cirque du Soleil. Quell’estetica allucinante mi ha conquistato. Da piccola stavo davanti alla tv rapita da una proposta tanto spettacolare. Quanto alla prosa, c’era stata la «Cleopatràs» di Arianna Scommegna, prima che la interpretassi io. Ebbene, l’aveva vista durante il festival estivo Odissea recitare il monologo finale di Re Lear. Lei faceva lui. L’ho voluta incontrare e dopo quell’incontro mi son detta Voglio tentare, devo fare questi provini. Era il 2008. Sono entrata in Accademia l’anno dopo.

Il suo idolo?

Mariangela Melato.

Il suo sogno?

Lavorare con Paolo Sorrentino.

Se avesse fatto altro?

Mi piace creare, amo i mestieri artigianali. Dipingo, faccio sculture, sono anche un po’ costumista, mi dedico alle acconciature. Mia mamma aveva esperienza sartoriale. Alla terza selezione dei Filodrammatici mi hanno chiesto Come pensi di fare questo mestiere? Ho risposto Meno risorse ho, più mi diverto. Così è arrivata «Cleopatràs»: io e un regista convinto in un secondo momento, Mino Manni che è un attore meraviglioso e non aveva mai fatto regìa, zero budget, una scommessa totale. Per scenografia, una scaletta data da un tecnico di palco che ha deciso di aiutarci. Per le prove abbiamo usato lo spazio offerto da una signora appassionata di teatro: Ho un salotto enorme, venite a provare, a me fa piacere. E così abbiamo fatto.

La soddisfazione più grande?

Il Premio Enriquez. Perché l’ho ottenuto senza facilitazioni, mica facendo Shakespeare, i cui eredi non recriminano più... Qui il rischio era grande: un artista scomparso nel 1994, una caratura intellettuale eccezionale. Mi sono invaghita del testo, la profondità tragica di un amore perduto, con la regina egiziana trasformata in una donna ultima, indecente e dolente. Sono entrata nel mondo di un genio con i piedi di piombo, Posso, permesso, c’è nessuno? Un progetto mio, senza sponsor, da un bando per ex allievi dei Filodrammatici. Sono felice sia stato apprezzato un lavoro uscito come volevo al 100 per 100.

C’è tanta invidia nel suo ambiente?

Come sempre, c’è un detto: se fai, avrai contro quelli che vogliono fare la stessa cosa, quelli che vogliono farla diversa, quelli che non fanno niente. Tutti contro. È la vita, no? Non si può condividere la gioia con tante persone. Ma quelli che la condividono, lo fanno veramente. Così è per me.

Sempre tanti progetti, diceva. E ora?

Sono in ballo con una tournée di letture su Manzoni, dai «Promessi sposi», nel Piacentino. Ah, non ricordavo Manzoni così, voglio tornare a leggerlo, dice la gente che viene a sentire. Una gioia. Farò un reading nella Torre Pallavicina, con i capitoli censurati sulla monaca di Monza, fotografia agghiacciante e attualissima del concetto di colpa. Ho i brividi, se penso che quella donna è esistita, e ci sono gli atti processuali. Chiuderò il mio mese il 30 alla Torre, a Palazzo Botti, con la violinista Silvia Mangiarotti. Come sempre, con una gran voglia di osare, di fare.

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