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21 settembre 2018

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15.04.2018

Interviste

«Vi racconto il mio
viaggio nel tempo
da Brescia alla Rai»

Cristoforo Gorno: bresciano, classe 1963, laureato in Lettere classiche, è autore e conduttore di programmi televisivi
Cristoforo Gorno: bresciano, classe 1963, laureato in Lettere classiche, è autore e conduttore di programmi televisivi

Brescia, Milano, Roma. Mondo. Dal liceo Arnaldo alla Rai, dal Cidneo al «Kilimangiaro»: autore di programmi televisivi che affascinando insegnano, Cristoforo Gorno ha fatto della sua passione per il mondo antico una professione, delle sue ispirazioni (e aspirazioni) un viaggio (illustrato) nel tempo. Regola prima: non fermarsi mai. «Sto scrivendo un’autobiografia di Giulio Cesare, con un escamotage da fiction che non posso svelare», anticipa la mente di documentari come «Cronache dal Rinascimento», la nuova serie in onda da domani alle 21.10 su Rai Storia. L’obiettivo, di questo tuffo nei secoli che furono: ripercorre i luoghi, analizzare le fonti letterarie, illustrare le opere d’arte, stavolta a partire dall’anno 1516. L’ultimo passo (per ora) di un percorso che ha visto Gorno lasciare la città in cui è cresciuto per misurarsi con realtà lavorative complicate, da principio precarie, sempre esigenti. La gavetta milanese, le soddisfazioni romane. L’inizio di tutto, un sogno di mezza estate Mundial, Anno Domini 1982. «Quell’estate, a Brescia, ho preso la maturità - ricorda oggi Gorno -. Al liceo Arnaldo».

Tanti gli ex arnaldini in queste interviste domenicali.

Un motivo ci sarà: qualcosa d’importante in quella scuola evidentemente ci hanno insegnato. Anche se io l’Arnaldo non l’ho scelto: mi è stato indicato come strada maestra. Tu farai l’Arnaldo. Poi mi sono iscritto a Lettere classiche, a Milano.

Materia preferita?

Mi sono appassionato al greco. Al mondo omerico. Ai poemi a cavallo fra arcaismo e classicismo. E mi sono laureato in mitologia greca, con «Storia delle religioni del mondo classico». Ho fatto viaggi in Grecia, quella terra per me è ancora un mito.

Un libro fondamentale?

«Storie delle storie del mondo». Volume illustrato, perduto e ritrovato su una bancarella di libri usati. Ero un ragazzo, mi ha segnato.

Il suo mito preferito?

Difficile dire. Mi sono laureato sul culto di Artemide, appassionandomi all’idea di una dea borderline, fra natura e modernità. La dea più studiata. Poi però Edipo, Medea, Teseo dove li mettiamo... Veramente difficile scegliere.

E tutto il teatro a quella fonte si abbevera. Continuamente, da secoli.

Cosa non si ispira ai miti greci? Forse il kabuki. Forse.

Quando ha finito l’università, cosa pensava di fare da grande?

Non avevo certezze. Chissà cosa succederà, mi domandavo. Ma visto che a 23 anni mi mancavano ancora esami prima di dare la tesi, evidentemente non ero fatto per fare l’erudito: altri miei coetanei facevano già seminari alla Normale di Pisa, erano già alle prime pubblicazioni ufficiali. Allora, negli anni dell’espansione delle tv commerciali, ho pensato di iscrivermi a una scuola di cinema. Mi sono garantito una formazione serale. Ho iniziato a lavoricchiare per alcune case di produzione, poi per la Fininvest. E ho cominciato così a ingranare in questa direzione.

Giovane autore televisivo nella Milano da Bere anni ’80. Sergio Caputo di recente ha detto che quel periodo è stato «molto più selvaggio di quanto si immagini oggi».

Per certi versi ha ragione, sì. Uno pensa a Sapore di mare, ma gli ’80 sono stati anche Andrea Pazienza. I Clash, gli Stranglers. È stato un periodo più pericoloso di quanto si voglia ricordare, con i suoi drammi, i suoi caduti lungo la strada.

Quando ha iniziato a mantenersi da solo?

Intorno ai 26 anni. Anche allora c’era della precarietà, ma anche la possibilità di conquistarsi spazi con il proprio lavoro. Allora un giovane professionista era pagato decisamente meglio rispetto ai tardoventenni di oggi. Mi mantenevo: non riccamente, ma potevo pagarmi casa e macchina. Oggi i contratti sono da apprendistato, le professioni non offrono sbocchi come allora, gli step sono più lunghi, tutto è meno stabile. Ma i giovani di talento ci sono ancora.

Un esempio?

Una settimana fa è andato in onda il documentario su Napoleone II: il regista, Luigi Montebello, ha 25 anni. Bravissimo.

«Cronache dal Rinascimento» arriva dopo «Cronache dall’antichità» e «Cronache dal Medioevo». Oltre che autore ormai è da tempo anche conduttore: come ha iniziato?

Questa è una storia curiosa... Ho fatto l’autore punto e stop per una vita. Anche di varietà, di programmi comici. Poi mi sono concentrato sui programmi di divulgazione. Direi da vent’anni a questa parte. Stavo preparando in Rai «il tempo e la storia», avevamo uno studio virtuale in cui il conduttore non si trovava bene, allora mi sono offerto e ho detto Faccio da stuntman per una prova generale. Ma la puntata zero è venuta talmente bene che il direttore di Rai Cultura Silvia Calandrelli mi ha chiesto un progetto. L’ho fatto ed è nato «Cronache dall’antichità». Un format che ha avuto successo e anche eredi.

Intanto continua a fare l’autore da capo progetto di «Kilimangiaro», la trasmissione della domenica pomeriggio di Rai3 condotta da Camila Raznovich. I riscontri sono buoni anche in termini di ascolto. C’è ancora spazio, dunque, per una televisione che istruisca, che lavori sopra la cintola?

Sì. La televisione è cambiata dall’avvento dei reality, ma il patto con lo spettatore è sempre la legge-base. Io ho scelto di seguire una via precisa.

La sua svolta?

Sono particolarmente legato ai 9 anni trascorsi a La7, dove sono arrivato nel 2004 trasferendomi a Roma. In quel periodo ho deciso di fare soltanto le cose che mi appassionavano: documentari sulla storia, reportage dall’antichità. Faccio questo, mi piace far questo. In Mediaset variavo, ma avevo fatto l’autore de «La macchina del tempo» e mi era molto piaciuto. Poi in Rai ecco «Gaia - Il pianeta che vive». A La7 ho fatto solo documentari e negli ultimi anni in Rai ho preso questa via. Non mi sono più voltato indietro, non ho più cambiato. Faccio solo quello che sento appartenermi fino in fondo.

Adesso cosa le piacerebbe fare?

Autobiografia di Giulio Cesare a parte. Mi piace scrivere, ho già pubblicato due libri, uno di fantasia, uno autobiografico: questo sarebbe il terzo. Quanto ai progetti televisivi, un’ambizione nel cassetto ce l’ho. Chissà se mi riuscirà di soddisfarla. Vorrei realizzare un programma di geopolitica. Approfondire i temi esteri. Sono convinto che sia un filone ancora tutto da esplorare.

È un luogo comune che in Italia gli approfondimenti televisivi sui temi riguardanti la politica estera funzionino poco.

Vero. Lo pensano in tanti. Si crede che agli italiani interessi solo la politica prettamente italiana. Ma è un luogo comune da sfatare: negli anni de «Il tempo e la storia», quando si affrontavano argomenti di storiche dell’Isis, il pubblico mostrava di seguire e apprezzare gli approfondimenti.

Ha lavorato a «Velisti per caso» con Syusy Blady e Patrizio Roversi. Metafora di un viaggio che non finisce mai?

Dopo aver lasciato Brescia ho vissuto a Bologna, Napoli, Milano, poi Roma. Non mi pongo limiti. E penso alla prossima meta. Al progetto che verrà.

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