20 gennaio 2019

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Il reportage

11.01.2019

DI NOTTE
IL BATTITO
DEL CUORE

Chiara Brunori a piedi scalzi, in felpa e pantaloncini, alla scoperta dell’incredibile deserto di San Pedro de Atacama, nel Nord del CileLontano da tutti e da tutti si scopre che al mondo esiste anche un altro ritmo, che non è solo quello del lavoro, degli impegni e degli obblighi, ma è un battito universale
Sotto un cielo di stelle si possono fare incontri molto speciali
Chiara Brunori a piedi scalzi, in felpa e pantaloncini, alla scoperta dell’incredibile deserto di San Pedro de Atacama, nel Nord del CileLontano da tutti e da tutti si scopre che al mondo esiste anche un altro ritmo, che non è solo quello del lavoro, degli impegni e degli obblighi, ma è un battito universale Sotto un cielo di stelle si possono fare incontri molto speciali

Sette di sera, letto a castello numero nove, posto sotto, camerata mista da 12, ostello da battaglia. Non mi è mai capitato di arrivare e di trovare la stanza vuota: c’è sempre qualche «abitante a lungo termine» negli ostelli, che per qualche motivo, che ancora non si sa spiegare, è arrivato e non è ancora riuscito ad andarsene. Intuisce che lì, dove è arrivato, c’è qualcosa per lui, che il tempo maturerà i suoi frutti, e mantiene il delicato equilibrio fermando il suo cammino per un po’. Date le circostanze, sa tutto del posto, delle persone che ci abitano, conosce gli angoli migliori per mangiare cose buone a pochi centesimi e ha una personale lista di attrazioni gratuite che sulle guide non si trovano.

QUESTA VOLTA, come in ogni buon ostello che si rispetti, trovo Boh, canadese con quattro mesi di viaggio alle spalle, restato incantato (ed incastrato) dal deserto di San Pedro de Atacama. Entro, lo saluto con un sorriso e lui ricambia, indaffarato a sistemare obiettivi, teleobiettivi e pezzi di fotocamera che non ho nemmeno mai visto. Appoggio il mio zaino, mi spoglio dei vestiti bagnati, cerco il wifi e mi siedo sul letto, stanca morta. Il wifi non funziona. Poco male. Le gambe sono a pezzi e le allungo appoggiandole alle doghe del letto sopra, poi chiudo gli occhi e mi metto ad ascoltare la pioggia che batte rumorosa fuori dalla stanza. La porta si apre sbattendo ed entrano due ragazzi sorridenti - lei francese, lui argentino - e, dalle scarpe consumate e la spigliatezza, si vede che viaggiano da tanto. «Hi guys, how was your day?». Ciao ragazzi, come va? E si comincia a raccontarsi la giornata, i pensieri e poi un pezzo di vita e pian piano la stanza si riempie. Alla fine siamo un’italiana e una francese, un argentino, due tedeschi, un australiano, un malese, un colombiano, un canadese, un olandese e due brasiliani. Sembra una barzelletta. Quote rosa in minoranza come di consueto, ma con considerevole apporto in termini di risolutezza e risate. Zaini a terra, magliette bagnate stese ad asciugare sui bordi dei letti a castello, persone che si parlano da una parte all’altra della stanza, accenti di tutti i tipi, cibo che gira, la fila di scarpe fuori dalla porta. Tra consigli di viaggio e racconti al limite della realtà, arrivano le dieci e le luci si spengono. In base alle nazionalità (e ai fusi orari) si vedono le luci dei cellulari accese qua e là che illuminano i visi divertiti e a volte nostalgici.

SONO ORMAI cinque mesi che dormo con una «famiglia» diversa ogni sera e pensare di dormire in una stanza singola d’albergo non mi suona più così rilassante. Dopo un po’ ci ho fatto l’abitudine e ho iniziato ad avere cura degli altri: la notte se mi sveglio do un’occhiata che ci siano tutti e, se l’ultimo arrivato russa, faccio fronte comune con i più vecchi per mandarlo a dormire sul divano. E la famiglia non è solo nella camera, ma in tutto l’ostello: nelle notti in cui sono alle prese con il jet-lag il mio posto è l’area comune dove trovo quelli che arrivano tardi, quelli che partono presto e quelli che come me non riescono a dormire. In questo viaggio lungo, perfino il non riuscire a dormire cambia di significato e l’insonnia perde il suo nome, troppo spesso così familiare nelle nostre vite impegnate. Semplicemente, ora dormo quando ho sonno. E se non ho mai sonno, non dormo… Nessuno dice che il tempo del sonno debba essere la notte, quando la vita scorre libera. Ecco, questa sembra una di quelle notti. Decido di mettermi un paio di pantaloncini, una felpa, piedi scalzi, ed uscire. Sono nel Nord del Cile, nel deserto di San Pedro de Atacama, il posto in cui hanno sede i più grandi osservatori astronomici della terra. Appena esco dalla porta, tempo di fare tre passi ed abituare la vista al nero del deserto e i miei occhi si riempiono di incredulità. Il blu è tempestato di punti luminosi ad una densità sconvolgente, faccio quasi fatica a dire che il blu sia davvero blu perché, in corrispondenza della via lattea, il colore del cielo notturno sembra l’azzurro.

NON CI SONO LAMPIONI per le strade in terra battuta di San Pedro, ma la luce sembra esserci lo stesso. Io inizio a passeggiare nella sabbia e quella che sembrava una veloce uscita notturna si trasforma presto in un momento tutto da vivere. Mi incammino sola nella notte per circa mezz’ ora, fino a quando esco dal paese e mi trovo in mezzo al deserto. Il silenzio e il nulla mi circondano, ma io non mi sento per niente sola. Il mio spirito è più vivo che mai, il mio cuore batte, e quegli istanti di solitudine creano un’emozione nuova. Quando mi trovo ad essere parte come umile e grata intrusa, non come visitatrice turistica, della straordinarietà della natura, è come ritornare all’origine della mia vita, ma ventotto anni dopo. É una sorta di connessione incredibile con tutto, come se le onde dell’universo all’improvviso smettessero di rimbalzare sulla tua pelle e iniziassero a scorrere anche dentro di te. All’inizio del viaggio mi era difficile sentire questa cosa quando ero assieme ad altre persone, ma, dopo tre mesi di Sudamerica, ero diventata un ricevitore potentissimo. Questa sensazione, questa consapevolezza, mi ha accompagnato per tutto il periodo asiatico e, da quando è diventata costante nelle mie giornate, non ho più provato alcun tipo di paura. Ricordo esattamente che un giorno ho perfino detto a mia madre che non avrei avuto paura di morire (vi lascio immaginare le sue considerazioni!). Nel nostro mondo, una ragazza che esce sola di notte, a piedi nudi, senza telefono, in un posto che non ha mai visto prima, sembra la persona più sconsiderata che ci sia, e se poi ti succede qualcosa… beh tesoro, te la sei andata a cercare. In realtà, con le dovute considerazioni (Brasile di notte è off limits per esempio), la notte è diventata uno dei miei momenti preferiti: non c’è il rumore del giorno, è più facile sentire cosa dice il cuore. E le persone - quando non c’è più la luce del sole - si tolgono le maschere e sono più tranquille. Io mi sono sempre sentita al sicuro, ho imparato le lezioni più grandi e ho pianto liberamente le mie lacrime più vere, durante alcune delle stellate di questi mesi. Ho trasformato il dolore in gioia e ho imparato il ritmo della mia esistenza.

C’È UN ALTRO RITMO in questa vita, che non è solo quello del lavoro, degli impegni e degli obblighi, ma è un battito universale, che abbiamo dentro e che siamo fin troppo abituati a non prendere più nemmeno in considerazione. È il tempo della vita come uomini, figli di qualcosa di più grande, un’armonia che risplende negli occhi dei figli quando si torna a casa la sera, nel cuore degli amici quando si confidano le peggiori cose e si trova comprensione, è il passo che prende la nostra vita quando diciamo di no e scegliamo di amarci un po’ di più, è la misura di chi rinuncia a qualcosa di facile e immediato per far maturare un bene più grande. Sono così dentro ai miei pensieri che non mi accorgo che un ragazzo sta camminando nella mia stessa direzione, con passo lento è quasi arrivato da me. Si avvicina, lo saluto e lui mi chiede cosa ci faccio sola, di notte, lì. Io gli sorrido e rispondo che son venuta a riempirmi un po’ di vita, dato che non era una notte di quelle in cui si dorme. Lui si siede accanto a me. La barba lunga, giovane. Parliamo per un’ora circa, mi racconta della strada che sta seguendo, del perché è partito, dei quattro fratellini che ha in Messico, della madre preoccupata per il suo lavoro. Gli si legge in viso che è pieno di domande e che è alla ricerca delle risposte. Stiamo seduti così, nella notte, a chiacchierare e ad un certo punto mi viene voglia di chiedergli cosa fa nella vita (questa è veramente una domanda più che superflua tra viaggiatori solitari). Lui fissa il terreno sabbioso e rosso di fronte a sè, socchiude gli occhi mi risponde «lo spacciatore». Lo dice a me, che ho sempre avuto paura di ogni droga e di spacciatori non ne ho mai incontrato uno. Il mio cervello registra: ottimo - in mezzo al deserto - sola - con uno spacciatore messicano - complimenti.

IN QUELL’ESATTO istante una reazione istintiva mi fa mandare a quel paese il mio cervello e continuo a conversare in quel modo così vero e interessato con cui gli avevo parlato prima. Mi racconta che non è felice, si è trovato a farlo per necessità e poi gli ha preso la mano. A 17 anni gli sembrava l’unica strada (il padre non c’è e la madre ha 5 figli, in uno dei sobborghi di Città del Messico), ma adesso le sue braccia sono piene di psoriasi da stress e non si riconosce più nella vita che si è creato. Sua mamma lo implora di smettere, preoccupata per la sua incolumità. E io sono qui con lui, un uomo di fronte alla sua vita. Di fronte ai suoi disastri, ai suoi sensi di colpa, che chiede aiuto alle stelle. Senza maschere, vero di fronte a se stesso. A luglio mi ha scritto… Mi ha chiesto dove ero e che non si è mai dimenticato di quelle due ore nel deserto. E poi un altro messaggio. «Ho smesso, sto lanciando una linea di accessori e abbigliamento». Eh… la notte. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

CHIARA BRUNORI
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