19 febbraio 2019

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Il reportage

08.01.2019

UN NEMICO
CHIAMATO
PREGIUDIZIO

Il Salar de Uyuni è un deserto di sale che, in corrispondenza della stagione delle piogge, si allaga e riflette perfettamente il cieloA La Paz, che è a 3.640 metri sul livello del mare,  si può usare la funivia per attraversare la città Nel deserto di sale la sensazione è quella di trovarsi su un altro pianeta, in una dimensione sconosciutaIl Salar de Uyuni  è noto anche col nome di «Specchio del mondo»
Il Salar de Uyuni è un deserto di sale che, in corrispondenza della stagione delle piogge, si allaga e riflette perfettamente il cieloA La Paz, che è a 3.640 metri sul livello del mare, si può usare la funivia per attraversare la città Nel deserto di sale la sensazione è quella di trovarsi su un altro pianeta, in una dimensione sconosciutaIl Salar de Uyuni è noto anche col nome di «Specchio del mondo»

Ho attraversato il confine via terra tra il Perù e la Bolivia da pochi minuti e mi sto dirigendo a La Paz, la seconda capitale boliviana situata a 3.640 metri di altezza. Siamo su un altipiano di 4.500 metri e sto per cedere alla tentazione di sbattere la testa contro il finestrino: in questo pullman ci sono almeno il doppio delle persone consentite; all’ultima fermata è salito un omino che da almeno 40 minuti canta al suono di una chitarrina (e sono le 8 di mattina!); nel bagagliaio, assieme a valigie multiformi, sono stipati televisori, casse piene di pesci, fasci di erbe tipo ortica peruviana, una capra (si mangerà le erbe?!) e una poltrona. Abbiamo viaggiato tutta la notte senza sosta e l’interno dei finestrini è un campo da gara per le gocce di condensa. Stiamo viaggiando da 9 ore, ne mancano 3 alla meta, e io sto ridendo in modo isterico da almeno due per l’assurdità della situazione, mentre l’aria rarefatta degli altipiani sta mandando in tilt le applicazioni del mio telefono: il motore del pullman gira quasi a vuoto, stiamo andando ai dieci all’ora e il mio navigatore offline e il conta passi credono che stia camminando!

A UN CERTO PUNTO, quando ormai mi sono arresa al destino e sono pronta a tutto, ci fanno scendere dal bus: dobbiamo attraversare lo stretto di un lago, ma il ponte non è mai stato costruito, quindi dobbiamo farci tutti traghettare sull’altra sponda. Le persone sulle barchette, il pullman su una chiatta in legno spinta da una barchetta, la capra nel bagagliaio. Arrivati sull’altra sponda, ci contiamo: 92! Ci siamo tutti, possiamo ripartire. Finalmente, dopo un’ultima ora di salite, discese, buche e curve, la strada si apre sulla vallata ed ecco lo spettacolo di La Paz, una città che si espande per le valli tra le montagne, in mezzo alle rocce e al verde dei prati, con le funivie al posto della metropolitana per trasportare la gente e collegare la città, i belvedere a 4 mila metri e l’Illimani a 6.400 metri, con la Cordigliera Reale delle Ande a fare da cornice. Mi fermo in città per due giorni e capisco che la Bolivia sarà il posto che mi permetterà di abbandonare le mie rappresentazioni su come funzionano le cose e ne creerà di nuove. Qui hai la sensazione costante di non poter realmente decidere e finisci per lasciarti andare senza alternativa al destino.

DOPO TRE GIORNI a La Paz riparto in pullman per un altro viaggio stile boliviano di dodici ore, con destinazione Uyuni e Riserve del Sud. Con il buio arriviamo in questo paesino sperduto dove le rotonde sono fatte con mucchi di spazzatura, i randagi magrissimi girano per strada, le case sono costruite con fango e lamiera e l’asfalto non esiste, la polvere è ovunque. Alloggiamo in un posto con letti in legno e materassi alti come i materassini da yoga e la mattina dopo ci «alziamo con gli spigoli», ma puntiamo alla meta regina della Bolivia: il Salar de Uyuni (Felipe ci raccomanda di essere pronti per le sei ed arriva alle dieci, ma poi partiamo). Il Salar de Uyuni è un deserto di sale che, in corrispondenza della stagione delle piogge, si allaga e riflette perfettamente il cielo e ogni cosa ci si trovi, guadagnandosi il nome di «Specchio del mondo». Arriviamo: il sole è alto nel cielo e la luce è così chiara da portare tutti a uno stato di gioia incredibile, quasi fossimo tornati bambini. La sensazione è chiaramente quella di trovarsi su un altro pianeta, in una dimensione sconosci- uta, i pensieri si susseguono leggeri e ben presto iniziamo a constatare come ogni cosa, pensata in questo posto, abbia una valenza completamente diversa. Ogni differenza, ogni limite, ogni punto di vista, in mezzo a quel mare di luce perde ragione di essere, non sussiste, non esiste aggancio che lo supporti. Siamo tutti catapultati nel momento unico e irripetibile in cui siamo, camminiamo per ore con i piedi nell’acqua salata e ci perdiamo solitari nella luce per stare con noi stessi.

NON È UNA QUESTIONE di pareri sulle cose esterne: è una questione di verità delle cose che stanno dentro di noi. Così funziona. I pregiudizi nascono da considerazioni personali o imparate rispetto alle cose esterne… Ma quando si ha esperienza della verità di uomini e si è uno davanti al cuore dell’altro, non esiste paura, non esiste «la cosa giusta», esiste solo bellezza. Il Salar de Uyuni porta tutti in mezzo al niente ed elimina le cose esterne, e allo stesso tempo accende lo spirito e l’energia di ognuno. I tre giorni di viaggio nelle riserve naturali continuano tra mille difficoltà (Di sicuro qualche essere supremo ha fortemente voluto che arrivassimo alla fine, perché, in certi momenti, la cosa sembrava impossibile): la jeep si rompe quattro volte, una delle quali in modo grave (il volante ha un’inclinazione di quarantacinque gradi che non aveva alla partenza), accudiamo per due ore i figli piccoli del meccanico affinché possa aggiustare lo sterzo, ripartiamo e la strada frana davanti a noi… La meta (la frontiera con il Cile) sembra essere ogni giorno più lontana. In tutto ciò Felipe è incredibilmente sereno e sorridente, probabilmente non vede il problema perché sa che in qualche modo si arriverà. Guidati da lui, abbiamo anche noi spento le nostre aspettative, i nostri schemi mentali e abbiamo imparato ad accettare (prima) e a sentire (poi) quello che stavamo vivendo. La vita è «viversela», non spuntare una lista di cose da fare e sconnettersi tra una e l’altra… Questa lezione sudamericana è stata solo la prima ad accompagnarmi all’abbandono dei pregiudizi. Ci sono posti nel mondo in cui le cose sono così diverse da come tutto funziona nei Paesi occidentali da rendere completamente inutile ogni tua rappresentazione precostituita. L’unica cosa che puoi fare è far funzionare il cervello e trovare una soluzione adatta, completamente creativa e nuova. I tuoi processi di pensiero si rendono presto molto faticosi e inadatti, e nella maggior parte dei casi proprio non sussistono. Ti rendi conto che sono inutili… e il tuo pensiero vola automaticamente a tutto il tempo perso in discussioni infinite. Ricordo che all’inizio del viaggio, alla domanda «tu di cosa ti occupi», raccontavo della mia ultima occupazione, cercando di spiegare i motivi per cui serviva un luogo in cui, sostanzialmente, le persone potessero incontrarsi per fare delle cose insieme (Associazione imprenditoriale). Dopo qualche mese di occhi persi e punti di domanda trasparenti sulle teste di chi me lo chiedeva, ho optato per un più semplice «disoccupata»: così non si perdeva tempo su concetti superflui. É solo, tutto, un enorme punto di vista… Qual è il criterio per stabilire l’importanza di quello che facciamo? In India mi è capitato di vedere il planisfero. Di primo acchito ho pensato fosse un pezzo di design. Invece no, era semplicemente il planisfero indiano: l’India al centro e l’Italia relegata a un angolino in alto a sinistra, sperduta là in cima, con la sua forma inconfondibile. (4 - continua) • © RIPRODUZIONE RISERVATA

CHIARA BRUNORI
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