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17 ottobre 2018

Cultura

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08.02.2018

Alfi e Antikorpo colorano insieme Milano

Fedez e Andrea Fusari, il suo tatuatore dal nome d’arte «Antikorpo»
Fedez e Andrea Fusari, il suo tatuatore dal nome d’arte «Antikorpo»

<COBIANCO> Elia Zupelli Identikit del primo. Andrea Lanzi, professione tatuatore, nome d’arte: Antikorpo. Identikit del secondo. Alessandro Fusari, artista «superflat ed estremamente pop», con un alter ego ribattezzato «Alfi». Entrambi bresciani, entrambi posseduti dalla passione per i colori flashati, intensi e ultravivi, i due hanno incrociato i rispettivi destini per le strade di Milano e l’incontro-scontro ha generato linfa creativa nuova e complementare. È così che ha preso vita la mostra «Alfi Therapy», nello spazio espositivo dell'Hive tattoo art gallery (al civico 9 di via Pirano; fino al 26 febbraio, l’ingresso è libero), recentemente aperto proprio da Lanzi come estensione proiettata verso il mondo del suo frequentatissimo studio di Orzinuovi. CLASSE 1984, immaginario ironico in technicolor e tasselli arcobaleno, Fusari ha creato un esercito fluorescente di animali, animaletti, mostriciattoli, dinosauri, balene goffe e sornione dagli occhi enormi, e ha scelto come musa nonché ammaestratrice in abiti leopardati delle surreali creature incapsulate nelle sue opere l’iconica Moira Orfei. Sdoppiata all’occorrenza in più e più «Moire»: un gioco grottesco dall’effetto caricaturale e decisamente metaforico, pensato per pungere con critica sottile «un mondo che non sempre presta attenzione alla natura e all’universo animale». «DEVO ESSERE stato un animale nella mia vita passata e in un certo senso ho voluto ripulire l'immagine negativa che ho avuto in passato di Moira. Ecco perché la prendo dai manifesti che hanno tappezzato le strade e la trasformo elevandola sotto un’altra luce, in un universo fantastico dove gli animali stanno benissimo con lei. Da profondi momenti di riflessione con la natura - prosegue Fusari – prendono poi forma i miei personaggi: alcuni sono nati per strada, altri da una nuvola o da una pozzanghera; lavoro con i colori e le vernici, li mescolo e li miscelo per poi soffiarli fuori in un mondo fatto di fantasia sognante». È lo stesso mondo onirico e impalpabile, popolato di freaks e blob immaginifici, al quale lo street-artist bresciano s’è aggrappato nei momenti grigi della vita, utilizzandolo come antidoto esistenziale dagli effetti prodigiosi. Come nel caso della malattia che ha combattuto, sconfitto e quindi esorcizzato in quell’idea di «therapy» anticonvenzionale sviluppata secondo un protocollo del colore fanciullesco: «La mia malattia si chiama Bua, come dicono i bimbi piccoli quando si fanno male…Questa mostra racconta la mia terapia, lo specchio di quello che è per me l’arte: caduta e rinascita, come del resto anche la vita». •

Elia Zupelli
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