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21 ottobre 2018

Cultura

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11.10.2018

Cercando giustizia

La copertina del libro autoprodotto sul caso GambirasioCarlo Infanti: autore, attore, regista, si è occupato del caso Moro
La copertina del libro autoprodotto sul caso GambirasioCarlo Infanti: autore, attore, regista, si è occupato del caso Moro

Se l’ossessione per la bilancia implicasse fame di giustizia, qualcosa di buono scenderebbe dall’alto a saziare le anime. La libra, immagine-icona di simmetria dai tempi delle agorà, s’è forse smarrita tra le pieghe dei chili di troppo. Carlo Infanti la riporta ai tribunali spogli della nostra Italia, tra martelletto crocefisso e boiserie in frassino. «In nome del popolo italiano» è il titolo del suo primo libro ed è la formula che accompagna le sentenze. È anzitutto assillo che disturba il sonno dell’attore-produttore-regista, da anni. Disamina la vicenda di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra, nella Bergamasca, rapita il 26 novembre 2010 e trovata senza vita il 26 febbraio del 2011. L’AUTORE – nato a Luino nel ’66, la passione per il teatro sorta a Palazzolo sull’Oglio, la fama con il film-sceneggiatura sul caso Moro – fu consulente della difesa (decrittazione video, analisi delle celle telefoniche) di Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di Mapello condannato in appello per l’omicidio della giovane ginnasta. Ergastolo: la Cassazione potrebbe confermarlo domani. «E vivo con un senso di inquietudine, nel sapere di aver lavorato tanto sulle carte e di aver trovato molti elementi che se fossero stati presentati in aula durante i processi... Forse Bossetti oggi non sarebbe nelle patrie galere». L’autore, il cui iter testuale è stato raccolto da Giacomo Danesi, ripercorre l’orrendo giallo sotto forma di lettera e diario, elenco e romanzo. Soffermandosi sulle procedure, illuminando le analisi, punta il dito al di là di ogni ragionevole dubbio: «La scienza non può essere un semplice atto di fede. Va sempre messa in discussione, va verificata, controllata, contestata e dimostrata. Non mi sembra che nei due processi sia avvenuto». GIUSTIZIA processuale e giustizia morale. Dignità e fiducia. I punti chiave inchiodati alla verifica del Dna, quella cardine, attorno alla quale ruota il 70% degli incartamenti: «Ma se è vero che è una prova scientifica, perché ha diviso così fortemente l’accusa e la difesa, oltre che l’opinione pubblica? Soprattutto, perché negare all’imputato una super perizia?». Bossetti scrive di mitocondri, pressione mediale, incongruenze. La tesi avvalorata: «Mancanza di elementi fondanti». Mentre impila materiali a far traballare la macchina indagatoria (documenti che dimostrerebbero come il corpicino di Yara fu rivestito, video di sorveglianza e tracce ulteriori, esami e garanzie di notifica, prelievi erronei, indizi ambientali sottostimati), una mole «presentata anche agli avvocati della difesa, nel settembre 2016, rimasta per strane ragioni inutilizzata». Questo il sommario di Infanti. Che arretra solo due passi prima d’abbozzare identikit altri: «Eppure sconterei due anni in cella per diffamazione, al posto dell’ergastolo di Massimo. Sì. Per affermare un principio – di uguaglianza, di rispetto – che può cambiare il futuro di tutti, lo farei». Intanto il caso, unico nel suo genere, fa scuola. «Magari – corregge il tiro l’analista –. Così se ne discuterebbe. Purtroppo qui ci sono unicamente clamore e un’attenzione poco pratica, molto mediatica. Domani bisognerebbe avere il coraggio di ripartire da zero». •

Alessandra Tonizzo
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