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22 novembre 2017

Cultura

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09.11.2017

Diari e Frammenti
Il segno simbolico
di Arturo Vermi

Protagonista della scena culturale milanese della Brera degli anni Sessanta e Settanta, Arturo Vermi (Bergamo 1928-Paderno d'Adda 1988) ha condotto la pittura verso la smaterializzazione, perché la sua ricerca del segno, essenziale e minimale, doveva condensare la realtà concreta e quella metafisica, l'aderenza al vero e alla spinta verso l'assoluto. Sin dalle prime mostre, in particolare quelle del Gruppo di Cernobio - di cui fu fondatore con Ettore Sordini, Angelo Verga, Agostino Ferrari, Alberto Lucia e Ugo La Pietra -, il suo linguaggio espressivo si è sempre spinto verso la risoluzione di un segno minimo e simbolico. Un fare essenziale, dunque, che serve per misurare il tempo e lo spazio visibile anche in questa mostra alla Fondazione Bernardelli, aperta fino al 25 novembre, che intende illustrare il percorso dell'artista dal 1961 fino alla fine degli anni '70.

Apre la vasta esposizione, curata da Flaminio Gualdoni con la moglie dell'artista Anna Rizzo Vermi, la serie «Diari», composti da segni regolari, che registrano gli avvenimenti minimi di una parte di tempo della vita dell'artista: aste nitide, che ricordano i primi segni imparati nei remoti banchi di scuola primaria, una poesia di segni-scrittura in cui abbandonare lo sguardo. In «Frammenti», invece, il segno puro si converte in presenza tridimensionale, come per le carte dorate, argentate e ricurve, che si espandono nello spazio come forme-sculture-architetture- luce. Vermi insiste nel varcare i confini temporali e spaziali, fino a portarci in inediti luoghi della pittura.

Accompagnano la mostra il catalogo curato da Flaminio Gualdoni e il curioso libro «Caro Arturo», edito dalla Fondazione Berardelli di Brescia, che, nel raccogliere scritti, fotografie e lettere di amici dell'artista, mette in nuova luce la sua eccezionalità.GI.GUI.

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