Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
15 novembre 2018

Cultura

Chiudi

21.03.2012

Eugenio Finardi ridà voce al dissidente Vladimir Vysotsky

Eugenio Finardi ne «Il Cantante al Microfono»
Eugenio Finardi ne «Il Cantante al Microfono»

La voce della consapevolezza complessiva di un popolo, o almeno di quella parte che non si arrende al grigiore di un regime dispotico e insensato. Questo il sapore dell'omaggio al grande cantautore russo Vladimir Vysotsky realizzato attraverso il concerto «Il Cantante al Microfono», l'altra sera al teatro Grande con Eugenio Finardi accompagnato dal gruppo strumentale dei Sentieri Selvaggi diretto da Carlo Boccadoro. Il grande valore di questa voce fuori dal coro, scomparsa improvvisamente in un 1980 ancora dominato dal grigiore brevneviano, in un regime sovietico che non mostrava ancora nessuna crepa evidente, sta soprattutto in questi bellissimi testi che hanno fatto sognare migliaia di russi: sicuramente di quel milione che ne seguì - non autorizzato - il funerale dell'artista passato praticamente sotto silenzio dalla stampa sovietica. Eugenio Finardi, di quelle cinquecento e più canzoni scritte da Vladimir Vysotsky, ne ha cantato l'altra sera soltanto una decina eppure il pubblico bresciano - tutto sommato numeroso visto che si trattava di un evento limitato ai sostenitori della Fondazione del teatro Grande e ai possessori della TeatroGrandeCard - ha potuto capire perfettamente chi fosse questo artista e perché fosse così amato in patria. Non era un dissidente, era qualcosa di più e di diverso: era un ribelle, di quelli che sanno usare l'arma del sarcasmo come quando critica il narcisistico culto del corpo perfetto nella canzone «Ginnastica» o addirittura si produce in un'autocritica spietata, criticando il microfono, sì, proprio quello del titolo dello spettacolo, per la sua inflessibile capacità di cogliere e di amplificare tutti i suoi errori quando canta in palcoscenico. Ma l'ironia si muta in un sorriso amarissimo quanto parla della pallottola vagante che stronca un adolescente in «Il volo interrotto» o quando canta coloro che sono andati in guerra con un biglietto di sola andata nella sua canzone forse più nota, «Dal fronte non è più tornato». Sono ballate dolenti, quelle cantate da Eugenio Finardi e rimangono tali anche se nobilitate dai magnifici arrangiamenti di Filippo Del Corno, con una ricchezza di timbri e una perizia esecutiva che sicuramente avrebbero entusiasmato il cantautore russo. Che avrebbe apprezzato di sicuro anche i brani strumentali che hanno costellato la serata, per permettere alla voce di Finardi di riposare: come il pezzo di Giovanni Mancuso con le sue parti soliste al pianoforte e al vibrafono in cui il titolo era ben più d'una critica allusione, con «Farsa Italia». Fra pezzi che hanno maggiormente colpito e entusiasmato il pubblico bresciano non si può omettere «La caccia ai lupi» in cui la stupida viltà umana nascosta dietro la canna d'un fucile pretende d'aver ragione - ma non riesce ad averla, nonostante lo scontato esito letale - del coraggio disarmato. E infine il «Bagno alla bianca», la sauna al vapore in cui il vecchio militante, col tatuaggio di Stalin sul petto, si rifugia dopo una vita di stenti, di deportazioni, di cocenti disillusioni. Grandi applausi per Finardi e i suoi amici che hanno dato voce e suono al grande spirito ferito ma non domato di Vladimir Vysotsky.

Luigi Fertonani
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok