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24 giugno 2018

Cultura

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30.12.2017

FURORE SUL GARDA

Massimo Tedeschi: presidente dell’Associazione Artisti BrescianiLa copertina del giallo ambientato nel corso del Ventennio
Massimo Tedeschi: presidente dell’Associazione Artisti BrescianiLa copertina del giallo ambientato nel corso del Ventennio

Alessandra Tonizzo «Non c’è fretta». E ritrovarsi a correre, correre, nella pugna (per la vittoria). È un gioco, è il rimpiattino futurista che si prende tempo, giusto il tempo di un’insonnia febbrile, del salto mortale. «L’ultimo record» (De Ferrari editore) di Massimo Tedeschi – secondo capitolo in giallo per il giornalista già inviato di Bresciaoggi e caporedattore di Corriere della Sera Brescia, ora presidente dell’Aab – torna agli impettiti anni Trenta e ai suoi miti. Temperati da cordiali vista lago, il verde Garda, quasi un mare. Se «Carta rossa» era languore qui è furore. Incorniciate, con sensualità vivide ma pacate, alla Pierre Bonnard, le donne restano. Una o 4 poco importa – la Tillì china su divise bisunte, Anna volteggiante in nero tulle tra miliziani e sottoprefetti; perché la manìa della velocità, il culto del movimento, dell’ascesa rubano la scena e portano il commissario Sartori a saltare sulle lancette dell’orologio. Due giorni, due soltanto per smantellare l’intrigo internazionale che pare imbrigliare gli idrovolanti del Reparto Alta Velocità di Desenzano, sorto per «affermare la gagliarda vitalità della giovane nazione» a suon di primati. Al Duce 683 km orari non bastano: o si arriva ai 750, sbeffeggiando gli inglesi, o amen. C’è altro cui pensare, le ali del fascismo chiamano guerra. Col clima spalancato alle brume autunnali. L’AMORE è un rimpianto, un ricordo che stringe lo stomaco nella memoria della carne consumata sopra sete sotto frasche, clandestina e allisciata da balsami cipriati. Così il primo attore di Tedeschi poco si sollazza e tanto agonizza, sbattuto qua e là da bolidi di ogni tempra. Motoscafo, sidecar, e quelle virate cieche a pelo d’acqua sul biplano di D’Annunzio – la gravità a rammentare l’inefficienza della brillantina. Ispettore in incognito, tombeur de femmes a volto scoperto, Sartori abitua ai suoi modi pacati, ad ammiccamenti intelligenti, stupisce nelle astuzie velate, appena dietro al baciamano. Bastano un accendino fedele e la dimestichezza coi tipi umani per addrizzargli il gene da 007. Si diverte, a suo agio: traditori e mandanti, carburanti e pistoni, inviti e ordini, dritterie e dabbenaggini; eppure nulla, della sua epoca, gli calza. Appartiene ai vapori che salivano dalla zuppiera materna, ai giochi abbandonati in piazza quand’era bambino. Vi rimugina al tramonto, l’«ora più difficile per uno scapolo», vestito di quella malinconia virile cui basta una fusciacca in batista per scaldarsi, scomparire. Lo scrittore sa che i duelli mentali sono i più avvincenti, e che le storie di scudieri e cavalieri non hanno data di scadenza. Vi si dedica, inserendoli nella Storia puntuale – calendari, protagonisti, vicende. Il romanzo è breve, i dialoghi intensi. Volti a dipanare interrogatori posticci nelle hall liberty della riviera, l’occhio puntato ai minuti che scorrono. Tutto traballa tintinna tallona, ed è subito risonanza marinettiana. Un frastuono che tiene svegli i gardesani, naso in su, volto ai motori aerei verniciati di porpora. Un labirinto che orienta il lettore verso la sbornia finale. Vino nuovo, densamente aspro, sorbito piano. «Non c’è fretta». •

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