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21 novembre 2018

Cultura

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21.05.2018

Il racconto
dei balletti verdi
Brescia e hinterland

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

L’anno è il 1960. Brescia, la bigotta e laboriosa Leonessa d’Italia, fi nisce su tutte le testate nazionali per una vicenda che oggi farebbe ,forse, alzare un sopracciglio solo al più ostinato dei benpensanti, non so, ad un agguerrito esponente del Popolo della Famiglia, per esempio, ma che all’epoca allertò l’intera opinione pubblica italiana. Un anonimo particolarmente creativo ed ispirato, sulla vicenda elaborò addirittura un sonetto sintetico, ma estremamente esplicativo che ha resistito all’usura del tempo: “O stranier che per Brescia passi, stringi il cul e allunga i passi”. Tutto ebbe inizio con una breve di cronaca pubblicata il 5 ottobre sul Giornale di Brescia, all’epoca unico quotidiano locale: “Da parecchio tempo si parlava in città di una vasta operazione intrapresa dagli organi investigativi per bloccare un dilagante circuito del vizio, in cui si trovavano coinvolti uomini di giovane e meno giovane età. Le notizie relative a convegni immorali, a trattenimenti di genere irriferibile, ad adescamenti ed a corruzioni e ricatti sono ripetutamente giunte fi no a noi“. In sintesi estrema era stato scoperto che in una “sontuosa villa” dalle parti di Castelmella si svolgevano incontri fra omosessuali. Nella società di allora il termine emblematico per defi nirli era “invertiti”, mentre quello pseudo scientifi co era”anormali”: del resto, bisogna ricordare come risalga solo al 17 maggio del 1990 la decisione di eliminare l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali nella Classifi cazione Internazionale delle Malattie (ICD) redatta dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Giornalisticamente venne defi nito lo scandalo dei “balletti verdi”: “balletti”, perché con questo termine si indicavano tutti gli scandali di natura sessuale e “verdi” perché questo è il colore del garofano all’occhiello di Oscar Wilde, insigne letterato che proprio da uno scandalo, a sua volta, era stato travolto e aveva portato a dibattere pubblicamente di omosessualità nell’Inghilterra vittoriana. Fin da subito fu chiaro come nella vicenda bresciana fossero quasi certamente coinvolti alcuni nomi noti in città e forse proprio per tutelare la loro privacy il quotidiano locale scelse la linea del silenzio fi n quando possibile. Tuttavia, quando il 20 ottobre iniziarono gli interrogatori degli arrestati , un aggiornamento, anche se piuttosto generico, da parte della stampa locale, si rese indiff eribile: “sulle scale della Procura si sono avvicendati squallidi individui … qualche genitore non nascondeva la propria intima soff erenza … in mattinata sono comparsi due giovani biondi ossigenati, con vistosi maglioni verdi azzurro e calzoni attillati“ . Ben presto cominciò ad interessarsi del fatto anche a stampa nazionale e, il punto di svolta dell’intera indagine – peraltro condotta dal pubblico ministero Giovanni Arcai che, tre lustri dopo, sarà il primo magistrato inquirente per la strage di piazza della Loggia – si verifi cò quando apparve sulla ribalta un “super testimone”, un giovane che faceva il cameriere presso dei principi romani, che snocciolò un elenco di nomi famosi che sarebbero stati coinvolti nel giro: Mike Bongiorno, Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri, Paul Steff en (coreografo e ballerino) e Bud Thompson ( attore che poi avrebbe interpretato fi lm come: Acid - delirio dei sensi del 1967 ; Sexy Nudo del 1963 ; Sexy Proibitissimo del 1963). Ovviamente ne uscì un terremoto seguito da una raffi ca di querele da parte di quei nomi eccellenti del mondo dello spettacolo che con la loro partecipazione a quei “convegni” avrebbero portato lo scandalo fuori dalla dimensione locale per proiettarlo in quella nazionale o, addirittura, internazionale se, come avvenne, fu avanzata addirittura una rogatoria verso la Svizzera per verifi care l’ipotesi di un traffi co internazionale di giovani” viziosi”. Sia il coinvolgimento di personaggi dello spettacolo che l’ipotesi della”tratta” si rivelarono del tutto infondate svelando con ciò il carattere di montatura della vicenda sviluppata ad arte, probabilmente da ambienti dell’estremismo di destra, in vista delle elezioni per il comune di Brescia dove la Democrazia Cristiana era fortissima e governava, come nel resto del Paese, sulla base di un consenso che sembrava impossibile da scalfi re. C’è da dire infatti che sia Sinistra (socialisti e comunisti) che Destra nostalgica del fascismo (Movimento Sociale Italiano) si buttarono a pesce sulla vicenda: i primi consideravano l’omosessualità un vizio tipico della borghesia degenerata e insinuavano, nemmeno tanto velatamente, che vi fossero coinvolti anche uomini di Chiesa, mentre i secondi individuavano nella dilagante corruzione dei costumi la prova dell’incapacità della Democrazia Cristiana di garantire “l’ordine e la moralità” assicurati egregiamente, invece, dal ventennio di manganello e camicia nera da cui l’Italia era da poco uscita. A proposito del supposto coinvolgimento di prelati, le voci correvano a tal punto da costringere il Vescovo di Brescia ad intervenire dalle colonne del quotidiano locale (cosa mai successa prima) per smentire e, per portarsi avanti, dichiarare che “E se qualche volta, assai rara, qualche sacerdote abbia potuto in qualche modo venir meno al suo dovere, pensiamo che anche essi sono uomini e possono mancare, e che questi fatti hanno avuto le loro sanzioni“. Le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale della Città erano imminenti: probabilmente non fu per una coincidenza che gli interrogatori degli imputati venissero sospesi fi no a dopo lo svolgimento della consultazione popolare. Che confermò la Democrazia Cristiana alla guida della città. Il 29 gennaio del 1964 arrivò fi nalmente la sentenza. Scrisse il Giornale di Brescia “Impossibile sarebbe riferire della sentenza davvero chilometrica… il tribunale di Brescia è stato assai clemente“. Dei sedici imputati (perché alla fi ne fu questo il numero dei processati) quindici furono assolti o amnistiati: uno solo fu condannato a quattro anni per “sfruttamento della prostituzione” ed era il proprietario della cascina di Castel Mella (altro che “prestigiosa villa trasformata in casa di appuntamenti”) dove peraltro teneva anche le bestie nelle stalle e, in altra ala,vivevano gli anziani genitori. Un povero Cristo, che lasceremo ignoto, che ebbe a pagare un conto decisamente salato per aver avuto l’ardire di amare ed incontrare altri uomini convinto di poter soddisfare, almeno in casa propria, le proprie pulsioni erotiche.

di Roberto Bianchi

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