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28 luglio 2017

Cultura

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06.02.2017

Il racconto dei
ghetti urbani, San
Polo Nuovo Brescia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Ci sarà pure chi lo troverà esagerato, il termine “ghetto”, per indicare quell’ ampia zona collocata a Sud-Est di Brescia e dalla quale la si può vedere soltanto da un lontano più lontano del reale, la Città. Brescia, da qui, appare distesa in tutta la sua fl orida tranquillità e sembra proprio un miraggio. Vista da qui, sembra ci si possa accedere solo provvisoriamente per rimanerci solo lo stretto necessario prima che arrivi la mezzanotte a mortifi care ogni Cenerentola squattrinata. Vista da qui, Brescia, sembra roba d’altri: un negozio con grandi vetrine, ma privo di una porta d’entrata. Eppure io stesso, mentre cammino lungo il triste stradone che si chiama Via Caravaggio e che separa i complessi residenziali collocati a destra dagli squallidi e bassi prefabbricati nei quali si trovano svariate attività imprenditoriali, sono perplesso nel ritrovarmi in testa la parola “ghetto”. Mi chiedo se non sia io quello che, per ignoranza, non riesce a capire l’intuizione urbanistica che all’epoca venne defi nita rivoluzionaria. Mi dico che, come tutti i visionari, chi la pensò come un teorema globale forse non ne aveva previsto il possibile corollario fatto di disperazione e solitudine, costituito dalla noncuranza di chi avrebbe dovuto vigilare e gestirlo. Però l’assenza delle persone mi parla al loro posto e mi grida tutto il disagio e la bruttezza dell’”esistere” quando non sia pienamente “vivere”. Forse mi racconta della paura che segna le esistenze immerse nel buio dove la speranza è assente. E forse è per questo motivo che mi sembra di essere l’unica fi gura dentro a un gigantesco quadro di Hopper. Mi sembra di camminare per le strade della disperante Crisopoli di Guido Morselli, ma non crescono ranuncoli nel Mercato dei Mercati, solo erbacce e rovi. Poi, magari, ogni tanto gli operai del Comune le taglieranno pure - così come abbelliranno quegli alberi quando, come le persone, drammaticamente si ripiegano su se stessi - ma solo sterpaglia, è evidente, sarà l’inutile frutto consentito da una terra arida e mortifi cata dalle vicine grandi fabbriche. La torre Tintoretto, quella che dicono verrà abbattuta a breve e che altri sostengono si scoprirà in quella circostanza essere una bomba zeppa di amianto è buia e inquietante. E’ abbandonata da tempo come dichiarano le sue fi nestre sbarrate e le strutture metalliche che vorrebbero impedire l’accesso ai tanti disperati in cerca di un rifugio. Ma anche l’altra, la Cimabue, non è che emani proprio una gran vita con le sue lucine fi oche e lontane che arrivano a malapena a illuminare le parabole satellitari appiccicate ai balconi. Guardando le basse villette a schiera, poi, l’impressione è quella di un ordinato presepio malato, dove il silenzio è da adorare, mentre il vuoto ne è la culla che più che proteggerlo lo imprigiona. In lontananza si scorgono altri tre edifi ci che svettano: sono le torri Tiziano, Raff aello e Michelangelo. Sembra irrealizzata quella “nuova socialità” che alla fi ne si è tradotta nella rappresentazione di infi nite solitudini ben ordinate, ma non per questo meno disperate. Persino il Centro Commerciale ospitato poco lontano, in via Giorgione, e che fu il primo a sorgere a Brescia, ci informa dello stato della zona: la maggior parte dei negozi al suo interno è vuota. Gli altri tentano di resistere come possono. Gli esercenti non si sprecano in sorrisi. Non ne hanno motivo. E allora mi dico, proprio mentre sono davanti alle nostre di “torri gemelle”, la Tintoretto e la Cimabue che si trovano distanti persino dalle altre tre, che “ghetto” è invece l’unica parola che può ben defi nire questo insieme ordinato di abitazioni costruito negli anni Ottanta e fatto apposta per le famiglie meno abbienti della città. Non credo sia inutile ricordare che prima di allora le aree per l’edilizia economico-popolare erano disseminate in varie zone di Brescia: Lamarmora, Casazza, Folzano... Poi, appunto, vennero concentrate in San Polo, già frazione di Brescia. Per questa ragione questa sua parte più recente si chiama San Polo Nuovo. Nella parte più vecchia i brandelli della vita collettiva permangono nonostante tutto: negozi, bar, trattorie, spazi per stare insieme. E anche se non è lontanissima, sembra che fra le due ci sia un tragico fossato che mantiene divisi e lontani quanto basta; un muro di separatezza fatto di tempo e destino. Erano state ben colorate le Torri. Per l’una si scomodò addirittura la teoria dei colori di Goehte defi nita il fondamento “teorico” degli orizzontali fascioni multicolori che la seguivano in tutta l’altezza, mentre per l’altra si evocarono le ricerche di artisti come Tornquist (quello del termo utilizzatore e dell’interno della Galleria Tito Speri, per dire) o Horacio Garcia Rossi. Ma l’impressione è che il risultato sia ineffi cace come quello del trucco pesante sulle rughe incise come solchi nel volto di un’ottantenne. La toponomastica, poi, con i nomi di grandi artisti della Storia ad indicare strade dove ci si perde, non aiuta e fornisce solo suggestioni sbagliate sulle strade che denomina. Dalla torre Tintoretto, agonica e inquietante, c’è il rischio possano staccarsi calcinacci e pezzi di fi nestra rotti e c’è chi sostiene che un po’ di traffi co di disperati, entrati là dentro dopo aver aggirato le barriere, ci sia tuttora, di notte. La Cimabue è più alta e sembra persino aff usolata: sedici piani per circa centonovanta famiglie, dovrebbe ospitare non più di cinquecento persone. Ma sono molte di più, lo sanno tutti, e in alcuni dei piccoli appartamenti vivono anche otto, dieci persone. La maggior parte dei residenti qui è straniero. Il resto, anziani. Tutti, poveri. Così come il degrado e l’abbandono sono le cifre distintive della Tintoretto, la sensazione che sia una zona franca e la visione di uno sporco che ammorba il dentro in maniera ostentata e il compromette il fuori circostante sono gli elementi che contraddistinguono la Cimabue. Fa davvero paura entrare nei suoi androni deserti e percorrere i lunghi corridoi ideali per lo spaccio di droga e dove l’incolumità delle donne non credo possa essere garantita. C’è chi parla di scippi ai danni di anziani. Di violenza diff usa. Esco rapidamente. Non è un bel posto in cui stare. Non è un buon posto per starci nemmeno questo quartiere che lascio con sollievo. Meccanicamente guardo nello specchietto retrovisore come quando nei fi lm si teme d’essere seguiti. Mentre mi allontano rendo grazie ai miei privilegi che scacciano i fantasmi che mi lascio dietro.

di Roberto Bianchi

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