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24 ottobre 2017

Cultura

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08.05.2017

Il racconto dei giorni duri
e delle notti in bianco
Passirano, Berlingo, Cazzago Paderno

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Le “nostre” di notti, quelle dei ragazzi di paese di più di quarant’anni, fa erano molto diverse dalle attuali,forse perché allora erano diversi anche i nostri giorni. Per noi non ne erano un semplice prolungamento, ma costituivano un altro territorio, un mondo più piacevole, liberato dall’ingombro delle rigidità famigliari che dopo averci ossessionato di giorno, di notte, con i nostri “controllori” a dormire, svaporavano almeno per qualche ora. I nostri genitori era proprio per principio che non ci volevano capire essendo a loro del tutto sconosciuta l’indulgenza. Sarà stato per via di un indistinto rancore nascosto che suggeriva una maggiore fi ducia nell’effi - cacia sbrigativa di uno schiaff one dato bene, rispetto allo sforzo di un dialogo che spesso risultava essere fra sordi e quindi vagamente surreale, oltre che inutile. Oppure sarà stato a causa delle loro esistenze generalmente faticose e che si trascinavano in giornate all’insegna del lavoro, molto spesso duro, dei sacrifi ci e del risparmio. Sarà che erano piuttosto numerosi, fra i nostri genitori, quelli che avevano conosciuto l’ansia provocata dai bombardieri che - in notti in cui si dovevano persino oscurare i vetri alle fi nestre per tentare di trasformare il buio assoluto in un nascondiglio sicuro - avevano sorvolato i nostri paesi durante la Seconda guerra. Sarà per … Resta il fatto che era diffi - cile, per loro, associare il buio al divertimento e, anche se ci fossero mai riusciti, l’avrebbero per sempre ritenuto pericoloso, favorevole a comportamenti indistintamente illeciti o anche semplicemente riprovevoli. Infatti guardavano con diffi denza anche a quei pochi adulti, che per questo motivo erano circondati da una fama misteriosa, dei quali si sapeva – perché nei paesi “si sapeva” sempre!, tutto!, di tutti! – che avessero energie e soldi da poter spendere nelle ore che, per le “persone perbene”, erano destinate al riposo. Per la mentalità di allora era quasi più accettabile un “perdigiorno” rispetto ad un incallito nottambulo: in fondo per il primo c’era una forma di diff uso controllo sociale che cessava col buio quando i bravi cittadini si mettevano sotto le coltri. Per le nostre uscite serali, quando erano consentite, ci venivano quindi fi ssati orari di rientro rigidi e non contrattabili. Del resto, anche se protestavamo contro quei presunti arbitrii che limitavano la nostra autonomia, sapevamo anche da noi, “tirati su” con quell’imprinting - che pure alla fi ne saremmo riusciti a rimuovere diventando dei pessimi padri incapaci di un’autorevolezza qualsiasi a difesa di fi gli in balìa di devastanti tsunami esistenziali- che era meglio andare a dormire ben prima di mezzanotte. C’era lavoro in quantità per tutti, e anche i più esuberanti, dopo otto/dieci ore di fabbrica, offi cina o cantiere - o una impegnativa giornata di studio – rincasavano non oltre le ventitre. La scarsa domanda generava un’off erta ridotta del resto, perciò anche a stare in giro non ci sarebbe stato nemmeno molto da fare visto che, nelle serate infrasettimanali, era raro trovare un bar dove non iniziasse la smobilitazione intorno a quell’ora. Qualcosa di aperto fi n verso l’una lo si trovava soltanto il sabato e, in alcuni casi, anche il venerdì. Generalmente potevamo cominciare a uscire dopo cena non prima dei sedici anni, ma per poter approfi ttare completamente delle notti del fi ne settimana bisognava aspettarne ancora almeno un paio. Così avveniva che si ciondolasse davanti ad una birra in serate brevi e interminabili, improntate al risparmio, tentando di elaborare i piani che rendessero divertente il venerdì .e il sabato nel corso dei quali sì, avremmo potuto dar fondo anche ai nostri pochi soldi. Generalmente si tentava di organizzare la ricerca spasmodica dell’elemento che più ci mancava e per questo più agognavamo: le ragazze. E ci si risolveva a divertirsi al suono delle nostre fantasticherie dal fi nale quasi sempre sconcio. Le ragazze durante la settimana uscivano pochissimo, con orari di rientro peggio dei nostri e che solo l’estate provvedeva a rendere più elastici. La maggior parte di loro girava col fi danzato , le altre prevalentemente in combriccole composite nelle quali era diffi - cile farsi largo in maniera signifi cativa. Anche quando qualche contatto aveva sviluppi raramente si andava al di là di una superfi cialità densa di promesse che non sarebbero state mantenute, di aspettative in attesa di essere mortifi cate. Era così, e allora si fi niva sempre col girare come nomadi senza una meta precisa, tanto per dare un senso all’utilizzo dell’auto di papà (o della propria per chi già lavorava): maschilisti obbligati più per scelta che per vocazione. In provincia ancora non esistevano quei posti ibridi che oggi vengono chiamati “Locali” con musica dal vivo o riprodotta. Al massimo c’erano i bar col juke box (50 lire una canzone, 100 lire tre) che però alle 22,30 venivano messi a tacere “per non disturbare”. Nel fi ne settimana le discoteche che non erano poi molte. Per dire, di quell’epoca, c’erano paesi (come Ospitaletto dove io abitavo) dove i sindaci democristiani avevano espressamente dichiarato che fi nché fossero stati al potere loro “posti così non ne avrebbero mai autorizzati”: naturalmente la loro posizione era determinata dal contributo di voti che preti e monache avrebbero assicurato alle elezioni. E allora si andava nei paesi vicini: Paderno, oppure allo Snuppy (sì, scritto proprio così, sbagliato) 3 di Castegnato o alla Taverna Indiana a Bornato. Scoprimmo così, in questi nostri pellegrinaggi notturni anche l’esistenza di posti infami ed appartati nelle campagne della Franciacorta che, proprio per questo erano noti, praticamente, solo agli avventori e godevano di una specie di extraterritorialità per il rispetto degli orari. Sovente vi si incontravano anche tipi strani, non necessariamente malavitosi nella pratica anche se amavano atteggiarsi a soggetti pericolosi. Erano i migliori. Alcuni erano di un’ingenuità impressionante, dei Rodomonte di paese svelti a impressionare ragazzini imberbi ai quali, pur che stessero a sentirli, erano pure disposti a off rire qualche giro di calici. Giravano pure pastasciutte notturne e salami nostrani da aggredire nonostante i bar non potessero ancora servire cibo. E così ci cibavamo anche di libertà ed eccessi fuori orario che, con la maturità, avremmo sacrifi cato alla vita quotidiana.

 

di Roberto Bianchi

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