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26 aprile 2018

Cultura

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11.12.2017

Il racconto dei luoghi deserti
che facevano paura
Rodengo, Ospitaletto, Castegnato

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Quando mi ci hanno portato la prima volta stava messa piuttosto male. La sua rinascita, infatti, iniziò solo intorno al 1969 per diretta intercessione del papa bresciano Paolo VI che, dopo che nel 1797 il Governo Provvisorio di Brescia, in virtù delle leggi napoleoniche, aveva decretato la soppressione del monastero e la assegnazione del complesso architettonico all’Ospedale femminile di Brescia, la fece rimettere in ordine e riassegnare ai Monaci Olivetani che, in numero sempre più limitato, la occupano tutt’ora. Ma me la ricordo bella lo stesso, imponente com’era, nel cuore delle campagne della Franciacorta. Di tutti gli insediamenti artigianali, industriali e commerciali che ora compromettono lo skyline non c’era nemmeno l’ombra e quindi l’Abbazia di Rodengo Saiano la vedevi già in lontananza, appartata dal paese vero e proprio, orgogliosa di quell’aristocrazia che essendo costituita di Arte, Cultura e Storia è, in un qualche modo, comunque da rispettare e suscita una certa soggezione. Il campanile svettava sulla linea piatta dei campi sui quali si snodava un lungo muraglione che cingeva l’intero appezzamento. Avvicinandosi si vedeva la Chiesa con la caratteristica facciata dalla forma a capanna. Alla sinistra, annunciato da un passaggio non particolarmente vistoso, si accedeva al complesso del monastero vero e proprio con i suoi tre grandi chiostri rinascimentali. Ci sarei tornato, diventato un po’ più grande, con amici che come me ricercavano quell’inquietudine tipica dei luoghi in abbandono. Erano gli anni in cui era ancora quasi abbandonata a se stessa e anche se bisognava aggirare qualche ostacolo, alla fi ne si riusciva sempre a penetrare all’interno dell’Abbazia. Il posto era magnifi co, e confermava l’impressione che aveva fornito guardandolo da fuori, perché sembrava provocasse quella speciale serenità che favorisce la rifl essione: dopo aver varcato l’accesso, ci si sentiva imbevuti di una capacità introspettiva che infatti, inizialmente, riusciva ad ammutolirci. Dopo solo alcuni passi, una volta lasciatosi alle spalle il “fuori”, ecco che l’atmosfera diventava inquietante. Il silenzio che di colpo si percepiva così pesante non era più quello “buono” di un’oasi di pace e rifl essione, ma diventava “cattivo”e insopportabile, si trasformava in quel silenzio speciale che annuncia l’incombere di un pericolo indefi nito. Allora avevamo paura, ma era esattamente ciò che cercavamo. La trepidazione data dalla consapevolezza di stare facendo qualcosa di sbagliato. Innanzi tutto c’era sempre il rischio, il più concreto anche se il meno preoccupante, che qualche addetto alla vigilanza del sito (che anche se non l’abbiamo mai incontrato ci sarà pure stato) ci cogliesse in fl agranza di violazione di proprietà. Ma era soprattutto quell’aura misteriosa e antica a intimorire i nostri spiriti esuberanti e a impaurirci e anche l’essere in gruppo non era suffi ciente per superare quella soggezione impalpabile le cui motivazioni ci erano oscure, ma che ora si faceva sentire e ci costringeva ad accelerare i nostri movimenti, perché di colpo volevamo ridurre i tempi di permanenza: ora avevamo voglia di andarcene nonostante per arrivare fi n lì avessimo pedalato spinti dall’entusiasmo. Certo, erano sensazioni emozionanti, e per provarle eravamo sempre alla ricerca di case abbandonate dove entrare trepidanti e svolgere ispezioni il cui unico scopo era sfi dare la paura. E’ così che entravamo nelle vecchie casette lungo la ferrovia che, probabilmente, erano diventate provvisorio rifugio notturno di sbandati; oppure, talvolta, quando i lavori subivano uno stop, nelle case in costruzione, o ancora, nelle case cantoniere ormai abbandonate. Il massimo, però, oltre che penetrare nei chiostri dell’Abbazia di Rodengo Saiano era andare alla “Baitella”, poco fuori Ospitaletto in direzione di Castegnato. Aveva subito un destino singolare quell’enorme dimora collocata al centro di un immenso parco, che nel 1686 era diventato di proprietà dei Martinengo Cesaresco e che, intorno al 1830, con la morte dell’ultimo discendente di quel ramo della famiglia, cominciò a passare di mano in mano, decadendo a ogni passaggio. Durante la seconda guerra divenne rifugio per sfollati, e quando ci fu l’alluvione del Polesine ospitò pure gente che aveva dovuto abbandonare la propria terra disastrata. All’inizio degli anni Settanta quella proprietà era ormai del tutto abbandonata anche se comunque è sempre “appartenuta a qualcuno”: soggetti abbastanza ricchi, immobiliaristi, società che acquistavano per investire continuavano a palleggiarsela in attesa di ristrutturarla o abbatterla per procedere a nuove edi- fi cazioni sull’area. Il problema, infatti, era che essendo sottoposta a vincolo delle Belle Arti era quasi impossibile superare gli intoppi burocratici e intervenirvi liberamente: avveniva così che i proprietari si trovassero con un bene del quale potevano fare davvero poco. Intorno a quella villa circolava anche una leggenda che ci aveva impressionato e che raccontava di un pozzo dove, nei secoli precedenti, sarebbero tati buttati i cadaveri di giovani fanciulle misteriosamente sparite dal circondario. L’abbiamo cercato a lungo quel pozzo maledetto, ma anche senza averlo mai trovato eravamo assolutamente convinti che in quella casa ci fossero almeno dei fantasmi: l’aspetto del resto favoriva quel genere di fantasie. Nel tempo era stato asportato tutto il possibile - oltre agli arredi, i camini, le ceramiche, i pavimenti in cotto, i marmi e tutto quanto potesse essere riutilizzato altrove - ed erano rimaste soltanto polvere e masserizie: l’ambiente confermava le nostre illusioni, era dello squallore giusto. Una volta dentro l’edifi co, era bello aggirarsi per quegli enormi spazi. Salivamo lo scalone centrale e giunti al piano superiore ci separavamo ognuno per conto proprio in perfetta solitudine. Dopo poco, però, ci chiamavamo a gran voce, perché l’inquietudine si faceva troppo opprimente. All’incirca negli anni novanta “La Baitella” è stata fi nalmente ristrutturata e ci hanno fatto una serie di appartamenti lussuosi e confortevoli. Il parco ora è ben tenuto e chi transiti sulla strada che conduce a Brescia e lanci uno sguardo anche aff rettato, non può che invidiare chi ci abita. Anche l’Abbazia di Rodengo è stata riordinata e vi sono stati svolti importanti lavori strutturali. Sono stati recuperati gli aff reschi e ora,come un tempo, ci stanno alcuni frati. Talvolta nella foresteria vengono ospitati i pellegrini che ne facciano richiesta. I frati producono un amaro d’erbe. Celebrano messe, accolgono i fedeli della zona. Da alcuni anni l’Abbazia è utilizzata anche per svolgervi esposizioni d’arte, fi ere, manifestazioni culturali. Nella Chiesa ogni tanto qualcuno va a sposarsi e, ogni tanto, ci torno a fare un giro per ritrovare, nel silenzio, la sensazione di pace e di serenità. Per un momento la memoria mi riporta indietro nel tempo, a biciclette e calzoncini corti, a risate, divertimento, futuro da aspettare senza preoccupazioni. E il luogo ritorna ad essere ciò che è sempre stato: motore di pensieri introspettivi, di tristezze crepuscolari. Di incertezze esistenziali.

di Roberto Bianchi

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