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lunedì, 23 ottobre 2017

Il racconto dei soldati, dei
ribelli e dei turisti. Incudine, Monno,
Vezza d’Oglio, Alta Valle Camonica

Fotografia di www.ilariapoli.com

Le opere per le quali “il gran lombardo” è diventato universalmente e per sempre noto come “il signore della prosa” sarebbero state scritte e pubblicate solo alcuni decenni dopo: “ Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”, per esempio, nel 1957, mentre nel 1963 sarebbe uscito “La cognizione del dolore”, oppure “Eros e Priapo” nel 1967 e le molte altre ormai defi nitivamente collocate fra i classici della Letteratura italiana del Novecento. Le prime prove letterarie dell’ingegner Carlo Emilio Gadda, tuttavia, sono state elaborate proprio qui, fra queste terre dell’alta Valle Camonica dove, da convinto interventista arruolatosi volontario nella Grande Guerra, venne dislocato fra le truppe territoriali. Suscita una certa curiosità ritrovarsi a scrivere intorno alle stesse terre pur nella consapevolezza che il tempo ( e la Storia) ha mutato i motivi di interesse che esse suscitano in noi. Ma è bene ricordare che quelli che ora sono luoghi di pascoli e divertimento, di sci e tempo libero sole ed escursioni nel corso della Grande Guerra furono luoghi di morte e soff erenza, di sangue e tragedie: ora ci sono il Parco dell’Adamello e quello dello Stelvio, ristoranti, bed and breakfast ,alberghi e resort, ma qui una volta era il posto della Guerra Bianca. Edolo, Corteno Golgi, Incudine, Monno, Ponte di Legno, Sonico, Temù Vezza d’Oglio e Vione costituiscono la vasta area dove si svolsero gli avvenimenti descritti nel “Giornale di guerra e prigionia”,che Gadda elaborò nel periodo che va dal 24 agosto 1915 al 15 febbraio 1916, e si trovò interessata dalla prima linea del fronte e pertanto condivise, anche se a volte solo marginalmente, tutte le battaglie che si susseguirono nel settore principale del fronte dell’Adamello. Da ragazzo qualche escursione estiva in queste zone l’ho fatta e mai sono tornato a casa a mani vuote: da qualche scheggia di granata, fi no al bottino più consistente, un elmetto bucato e arrugginito semisepolto fra le rocce, di reperti della Grande Guerra se ne ritrovavano in grande quantità. Recenti tragedie, quali lo scoppio di ordigni inesplosi maneggiati incautamente da turisti curiosi e sfortunati, ci dicono che ancora per molto tempo i segni della più grande tragedia bellica della Storia saranno lì ancora a lungo ad aspettare e ad informarci della bestialità delle guerre L’alta Valle fu teatro di cruente azioni militari anche nel corso della Seconda Guerra, più precisamente nell’ambito della guerra partigiana di liberazione dai nazifascisti. Nella zona fra Corteno, Edolo e Ponte di Legno gli insediamenti dei partigiani, in particolare delle Fiamme Verdi di Schivardi e Tognoli,erano piuttosto numerosi e signifi cativi dal punto di vista militare tanto da spingere il comando delle SS di Verona, per riprenderne il controllo, a inviarvi, nel mese di febbraio del 1945, la Legione d’Assalto “Tagliamento” che il mese precedente si era ferocemente distinta nell’opera di repressione antipartigiana sul Monte Grappa. Le battaglie che si svolsero in Mortirolo, una zona strategica che, mediante l’omonimo passo, metteva in comunicazione la Valle Camonica con la Valtellina furono ben due ed entrambe ebbero esito positivo per i ribelli antifascisti. La prima iniziò intorno al 22 febbraio 1945 – anche se era stata preparata a partire dall’ottobre precedente con un concentramento graduale di militari occupanti - e si concluse dopo solo pochi giorni di combattimenti. Un secondo tentativo venne avviato un paio di mesi dopo, agli inizi di aprile, con un ancora maggiore spiegamento di uomini e mezzi. Le formazioni partigiane che erano state abbondantemente rifornite,nel frattempo, dai generi di sostentamento e armi con lanci dagli aerei americani tennero testa anche a quel secondo e violentissimo attacco, uscendone vittoriosi. A nulla valse lo spiegamento di forze dei nazifascisti e la notevole quantità di artiglieria che trasportarono su quei monti: le linee difensive dei partigiani non furono debellate anche perché questi potevano godere dell’utilizzo del sistema di trincee e fortifi cazioni che risaliva ancora alla Grande Guerra precedente e che permetteva loro di bersagliare facilmente le truppe avversarie. E il 2 maggio, che unanimemente è ritenuto l’ultimo giorno di guerra, furono sparati anche gli ultimi colpi dai legionari della Tagliamento verso la stazione partigiana. I fascisti ci lasciarono morti, feriti e munizioni su quei territori accidentati prima di andare a consegnarsi al CLN: la guerra era fi nita davvero. Da ragazzo ho avuto la fortuna di incontrare qualche ribelle sopravvissuto che mi ha raccontato di quei giorni e di quelle notti e dei sacrifi ci e del freddo. Anche oggi, pur in assenza di testimoni diretti, è impossibiledimenticare quelle tragedie: qui si sono premurati, i superstiti di allora e le attuali istituzioni che da quegli eroismi sono nate, di lasciare lapidi, di dare un nome alle croci. Se ci si lascia catturare dalla bellezza del presente il luogo è uno di quelli che ti predispone ad apprezzare la vita e sorridere. Ed è un bene farlo, senza mai dimenticare del tutto però che lo dobbiamo a tutti quelli che qui sopra (ed altrove) ci hanno lasciato la pelle. Quello che spicca immediatamente agli occhi dell’osservatore che passi per questi luoghi è la cura che, nel corso degli anni, le varie amministrazioni che si sono succedute hanno impiegato per ammodernare, ristrutturare e garantire un decoro di alto standard dal punto di vista abitativo ed urbanistico. Nei miei ricordi di gioventù numerosi erano i ruderi semi diroccati che sembravano abbandonati a se stessi e ad un destino infausto. Ora, invece, ristrutturazioni ben ordinate hanno recuperato quasi tutto il recuperabile e per ritrovare qualche rudere dei miei ricordi ci si deve proprio impegnare. All’epoca, per esempio, solo Ponte di Legno era la “protagonista” indiscussa dell’Alta Valle, mentre Vezza d’Oglio o Temù, per dire, sembravano esserne i parenti poveri di cui vergognarsi e da tenere nascosti. Ad andare a vederli adesso si vedono gli enormi passi compiuti nel corso di pochi decenni. In eff etti quelle scelte sono state premiate da una progressiva incentivazione del turismo, in gran parte fatto anche dai proprietari delle “seconde case” cioè da coloro che un posto lo amano e l’hanno scelto con l’evidente intenzione di non mollarlo più. Da queste parti modesti pascoli estemporanei lambiscono ancora le abitazioni e piccoli corsi d’acqua si intersecano con strade minori: l’insieme mostra una declinazione dell’esistenza anomala rispetto ai ritmi ai quali ci hanno abituato le città. E’ bello sdraiarsi su quest’erba, sentire l’odore sconosciuto dell’aria pura. E pensare al debito che abbiamo acceso, decenni fa, con uomini sconosciuti e coraggiosi

 

di Roberto Bianchi